Da Almaty, in Kazakhstan, decidiamo di prendere un volo per Delhi, ho paura che l’India chiuda i suoi confini per via del coronavirus e voglio spostarmi al più presto.

Arriviamo a Delhi e sono estasiata da quello che vedo. Venendo dal freddo e dal grigiore dell’Asia centrale tutto mi sembra meraviglioso: delle semplici margherite urbane sono una visione, gli alberi giganti e sempreverdi una benedizione, i colori una magia che trasforma tutto quello che ho intorno e a cui non ero più abituata.

Mi pare di essere arrivata al centro del mondo.

In tanti criticano la mia voglia di ritornare sempre in India. Non so quante volte mi sia sentita dire: “di nuovo in India? Basta ora la conosci!” Ma quand’è che si può dire di conoscere veramente un posto? Ho letto scrittori che hanno passato anni qui e nessuno ha mai avuto la presunzione di dire di conoscere un posto così complesso. Io in India ci vengo perché ne ho bisogno. Perché ci sto bene. Per me il suo incontro nel 2007 è stato un punto di non ritorno; non c’è niente che le somigli, niente che mi riempia gli occhi di tanta bellezza quotidiana, niente che mi faccia pensare come fa lei alle ingiustizie della vita. Gli altri posti, e mi sento fortunata ad averne vissuto tanti, saranno sempre più grigi, gli alberi più piccoli e meno sacri, gli uccellini meno colorati, le mucche meno libere, le divinità saranno sempre di numero inferiore e meno elaborate, gli opposti non saranno mai così visibili e la diversità delle persone non sarà mai così evidente e bella. Perché la diversità umana è per me la cosa più affascinante che ci sia al mondo.

Passiamo dieci giorni a Delhi, per la prima volta andiamo al museo d’arte moderna e ci godiamo tutta quella bellezza, passeggiamo per viali alberati, il clima stranamente è ancora fresco ed è piacevole passeggiare.

Iniziamo però a leggere sempre più notizie sul coronavirus e dopo pochi giorni dal nostro arrivo l’India chiude i suoi confini agli italiani. Iniziamo a vedere sempre più mascherine che coprono naso e bocca; quando andiamo a fare un biglietto del treno il funzionario ci chiede perché non la indossiamo. Ci fa questa domanda solo dopo aver visto il nostro passaporto, e nonostante nella sala ci siano altri europei che non la portano fa questa domanda solo a noi. Penso che sia il caso di spostarci, andiamo verso Orchha con un treno di 7 ore.

Dal finestrino vedo quello che per me è uno dei paesaggi più belli da guardare dal del treno. Quelle strade sterrate che apparentemente non portano a nulla, i piccoli villaggi dove le persone stanno sedute fuori sul charpai, (il semplice letto indiano) le biciclette sotto gli alberi, i carretti trainati da buoi, il silenzio.

È la vigilia di un festival: l’holi. Come tutti i festival in India è la celebrazione del bene che vince sul male, simboleggia la fertilità, la fine del gelo dell’inverno e l’inizio della primavera, è la festa dei colori. È una festa che di solito non mi piace, gli uomini diventano molesti e si divertono solo loro. Scruto i villaggi e li vedo già palesemente ubriachi che ballano tra di loro. E le donne dove sono? Sono nei campi, puntini fatti di sari colorati, chine sul raccolto, è l’otto marzo, la giornata internazionale della donna, Delhi e Mumbai manifestano per la parità dei diritti e loro mi sembrano lontanissime dall’emancipazione femminile delle città.

Quando guardo la realtà dell’India dal finestrino del treno provo un sentimento misto fatto di malinconia e curiosità, tristezza e bellezza. Preferisco viaggiare con il treno di giorno perché la vista è qualcosa che non voglio perdermi, infatti non dormo mai a differenza dei lunghi viaggi in Kazakhstan dove la monotonia del paesaggio mi consigliava il sonno.

Arriviamo ad Orcha, una piccola cittadina sul fiume con dei bei templi antichi, è conosciuta dai fedeli del dio Rama. La città è bella, piccola, ci sono i pappagalli verdi che attraversano il cielo, un fiume impetuoso e una tranquillità tipica dei piccoli centri indiani.

Il padrone della guest house appena arriviamo ci fa delle battute poco divertenti sul coronavirus, per email gli avevo chiesto se avesse problemi con la nostra nazionalità e che mancavamo dall’Italia da novembre e lui a questo aveva risposto solo “ok”. Gli americani presenti mi fanno innervosire perché si vantano del fatto che la situazione nel loro paese sia tranquilla. Penso che siano dei grandi ignoranti, ma non dico nulla.

Festeggiamo l’holi ad Orchha in un atmosfera che non avevo mai visto prima. Per strada si trovavano uomini e donne che giocano con i colori in polvere, si divertono anche con noi in maniera rispettosa e ci imbrattano tutti i vestiti – che per una volta erano puliti – di colore fucsia, giallo verde e rosso. Una bella giornata che mi fa ricredere sulla mia riluttanza all’holi.

La cittadina di recente è molto conosciuta al turismo, arrivano interi pullman di americani o italiani che sostano per mezza giornata per vedere il palazzo reale; le ragazzine, che mi confondono con loro, mi assillano per comprare gioielli da quattro soldi. Un giorno, spazientita, gli dico che non sono qui per “comprare”, ma per portare i fiori al dio Rama nel tempio la mattina per la prima puja e ricevere la mia benedizione. Mi lasciano in pace e mi salutano tutti i giorni in italiano facendomi sentire in colpa. A volte vorrei solo essere invisibile.

Restiamo per cinque giorni e conosciamo tutti i vecchietti che ci fermano per strada, i ragazzi a metà strada tra oriente e occidente, tutti i templi nascosti e tutte quelle scimmie svergognate che un giorno mi hanno rubato il pane dal piatto. 😖

Dieci anni fa esatti ero stata in un’altra piccola cittadina sul fiume: Chitrakoot. Non c’erano turisti, non c’erano alberghi, non c’erano ristoranti per turisti. È rimasta tale e quale. Ci sono solo due alberghi che accettano stranieri, quello che scegliamo noi è sul fiume con davanti un tempio dedicato a Rama dove il dio pare abbia trascorso 11 anni in esilio. La persona che gestisce l’albergo appena vede i nostri passaporti ci chiede se abbiamo un certificato che attesta che non siamo infetti da coronavirus. 🤦🏽‍♀️ Gli dico solo che abbiamo lasciato l’Italia da novembre. Annuisce ma non mi pare convinto. Ci da comunque una camera.

Probabilmente c’è una qualche celebrazione e dal tempio davanti all’albergo cantano di continuo RAM RAM RAM RAM al megafono. In principio pensavo che sarebbe durato solo durante il giorno, ma quando rincasiamo, alle nove di sera, ancora cantano: RAM RAM RAM RAM, così fino alle undici, mezzanotte, l’una, le due le tre… Hanno continuato quella stessa litania per tutta la notte, fino alle dieci del mattino. Nonostante i tappi nelle orecchie e tutte le fessure sigillate, (per quanto le finestre possano essere sigillate in India) non c’è stato modo di non sentirli. Ale la mattina mi dice: “questa è una dittatura! Ma perché me lo devi imporre?” Ha fatto vedere i tappi delle orecchie ai ragazzi della guest house e loro hanno fatto una faccia perplessa e per nulla divertita. Nessuno dovrebbe tapparsi le orecchie al nome di Rama, anche quando questo ti fa uscire fuori di testa.

Tutti sono molto curiosi della nostra presenza, ma noi abbiamo smesso di dire da dove veniamo e rispondiamo alla domanda sulla provenienza: “Sardinia”. Così ci guardano con aria perplessa ma non terrorizzata.

La nostra permanenza è piacevole, passeggiamo sul fiume, beviamo il tè sempre dalla stessa signora e giriamo per le viuzze povere. Solo un pomeriggio, al nostro passaggio, sentiamo la parola “corona” ed io rabbrividisco. Al ristorante un signore sapendo la nostra vera nazionalità ci guarda con disprezzo. Dico ad Ale che forse non è più il momento di spostarsi e che è meglio se andiamo a rifugiarci a Varanasi dove le persone ci conoscono.

Prima di partire regalo una fotografia istantanea ai ragazzi della guest house, quando si mettono in posa lui prende la mano di lei, una rarità in India, mi dicono che il loro è un matrimonio d’amore, si vede.

Il signore che gestisce il posto pare sollevato dalla nostra partenza.

Prendiamo un pullman di otto ore dove le misure di sicurezza per il coronavirus non solo non sono rispettate, ma non sono neppure contemplate; siamo stipati ad un centimetro di distanza come è possibile solo in India o nei paesi sovraffollati. Tutti tossiscono senza alcuna mascherina o con la mano davanti alla bocca, figuriamoci il gomito. Con Ale ci guardiamo perplessi, perché anche se i contagi sono relativamente bassi ci chiediamo a quante persone vengono realmente fatti i tamponi.

A Varanasi invece la signora della guest house ci fa le feste a un metro di distanza. Decidiamo di fermarci per un mese e svuotiamo gli zaini posizionando i nostri averi sulle mensole. Ma c’è qualcosa di strano; la città sembra deserta, la vita sul fiume ha qualcosa di anormale. Ci sono pochi turisti, i barcaioli non ti chiedono se vuoi fare il solito giro in barca e in realtà ci sono poche barche sul fiume. Non ci sono più i lavandai, Modi, il primo ministro, (che io detesto) ha deciso di eliminarli, il morning wash era una delle cose più belle e colorate di Varanasi.

Tutto mi sembra diverso e distante.

Le persone che ci conoscono sembrano tranquille e contente di vederci, ma ogni tanto mi pare di sentire, al nostro passaggio, la parola “corona” e una volta “corona go”. Ale mi dice che sogno, ma quando parlo con gli altri italiani e stranieri incontrati per caso mi dicono che è proprio così, e che una notte un ragazzo ha avuto paura perché è stato circondato da un gruppo di ragazzi che gli gridavano “corona corona”.

Proviamo a passare le giornate in maniera spensierata per quanto ci riesca, ma io sento un peso che non riesco a mandare via. Ci viene cancellato il biglietto aereo per aprile e ho una paura matta di restare bloccata. Ne faccio un altro con Alitalia, Ale mi dice che esagero e non vuole partire prima di dieci giorni. Intanto anche l’Indian railways inizia a cancellare i treni.

Un pomeriggio mentre ci rilassiamo in veranda il padrone di casa ci dice che tra alcuni giorni agli stranieri sarà imposto di restare chiusi in camera, il divieto ai ristoranti e gli spostamenti sui mezzi pubblici. Decidiamo di partire la sera stessa. Andiamo in un’agenzia, – io in lacrime – per avere il primo biglietto disponibile. Per la sera sono tutti esauriti, ma pagando in più possiamo avere due posti (furbizie indiane). Accetto subito mentre Ale è riluttante. Abbiamo i nostri biglietti per un treno notturno diretto a Delhi.

Per le poche ore che ci restano a Varanasi scendiamo sui ghat, ci sediamo con i piedi nel fiume, mi butto qualche goccia sulla testa in segno di buon auspicio e piango, Ale mi chiede se sono triste. Siamo in città da soli tre giorni e dobbiamo scappare. Saluto la signora della guest house a mani giunte e a distanza, ci commuoviamo entrambe e mi dice di non piangere perché lei pregherà per noi.

Quando siamo sul tuk tuk con anche un altro ragazzo italiano in fuga, un gruppo di persone grida all’autista: “corona corona”. Sdrammatizziamo tra di noi e con l’autista, ma io sono esterrefatta. Nei momenti in cui l’essere umano ha più bisogno, dove dovremmo dimostrare inclusione, tutto quello che sappiamo fare è escludere e discriminare. Non mi sono mai sentita così separata da quello che mi circonda, mai così isolata da tutto, soprattutto in un posto dove sento di appartenere, ma forse è proprio questo che mi fa più male.

Sul treno le persone che dividono lo scompartimento con noi sono impaurite dalla nostra presenza. Hanno tutti un fazzoletto davanti alla bocca e nella loro ignoranza non sanno che se avessimo il virus la loro misura di sicurezza sarebbe completamente inutile. Anche io indosso la mascherina per provare a tranquillizzarli ma non funziona. Nessuno ci rivolge la parola. È una cosa che non succede mai. C’è una blatta che mi cammina vicino, eppure, nonostante la mia solita repulsione, la sua visione non mi intimorisce al punto di quello che ho intorno.

Arriviamo in una Delhi che pare tranquilla, nessuno ha paura di noi, l’albergo ancora ci ospita e anche il ristorante dove andiamo sempre ci accoglie a braccia aperte. Eppure non mi sento tranquilla. Chiamo l’ambasciata italiana ma è ancora troppo presto e mi dicono di richiamare. Controllo i voli Alitalia, i prezzi sono alle stelle, tranne che per un volo notturno quello stesso giorno, dico ad Ale che voglio fare i biglietti e lui mi dice di aspettare. Li faccio e quasi non mi parla per le ore seguenti. La sera stessa il primo ministro annuncia il totale lockdown del paese, tutti i treni vengono cancellati, nessuno può più spostarsi.

Partiamo la notte alle quattro del mattino, con tanti italiani ancora in paglietta che interrompono le loro vacanze da Goa.

Io ho sempre i miei soliti sentimenti contrastanti tra l’essere sollevata ed uno stato d’animo di ansia e malessere. Non parlo con nessuno. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei scappata da Varanasi e dall’India non gli avrei mai creduto… e invece.

Siamo stati in India per quasi un mese, troppo poco.

Dopo alcuni giorni arriviamo a Cagliari e dall’aeroporto aspettiamo un treno per Olbia, il ragazzo nella panchina davanti a noi si lamenta della lunghezza di questo viaggio, lui è partito da Londra. Noi annuiamo, ma ci chiede da dove stiamo arrivando, “dall’India” rispondiamo e le sue lamentele si ridimensionano subito.

Quello che segue sono i sentimenti comuni di tutti, all’inizio non ci pensi, poi la paura per il futuro prende il sopravvento: il lavoro, i soldi, l’affitto, le bollette, il cibo etc. A questo si aggiunge l’incertezza di un lavoro creativo, dove niente è più indispensabile. Continuo a ripetermi la frase di una canzone: “tempi difficili a volte tragici bisogna crederci e non arrendersi” a volte ho fede ed altre mi sembra una cazzata. Le mie giornate oscillano tra questi due umori.