Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan non si distingue dalle altre capitali dell’ex Unione Sovietica: i viali, i palazzoni, e le distanze immense. Siamo contenti perché c’è un museo che si chiama la casa della fotografia e vogliamo visitarlo. Quando arriviamo però rimaniamo sorpresi, l’unica mostra fotografica è dedicata al presidente Karimov che ha governato per gli ultimi 25 anni non-stop il paese fino alla sua morte. È stato favorevole al colpo di stato di Gorbachev per il suo atteggiamento troppo liberale, e quando l’Uzbekistan ha avuto l’indipendenza ha governato con il pugno di ferro. Quella uzbeka è stata tra le dittature più repressive di tutta l’Asia Centrale. Ogni partito di opposizione è stato spazzato via, quelli religiosi repressi con la forza. Nella mostra c’è tutta la sua vita: gli incontri di stato, la cena di Natale, il tè nel giardino di casa con la moglie, mentre gioca a tennis ed anche una fotografia con Albano. Altre che lo ritraggono dopo essere uscito illeso in un attentato di alcune autobombe contro di lui attribuite poi all’estremismo islamico. Sembra amorevole come tutti i dittatori, anche Stalin sembra sempre affabile nelle immagini che lo ritraggono.

Il nuovo capo di stato è un po’ più aperto, ha abolito la tortura per estorcere confessioni, ha tolto l’obbligo della raccolta di cotone per gli impiegati pubblici. Ma la strada verso la democrazia è ancora lontana.

Sconvolti dalla sfacciataggine di questa mostra andiamo in giro per la città, solo dopo tutto il tempo passato nel paese vedremo che in ogni museo c’è una parte dedicata alla magnifica presidenza del presidente Karimov. Esattamente come per gli atri capi di stato in Azerbaijan e in Kazakhstan.

L’attrattiva per noi più bella de Tashkent è la sua meravigliosa metropolitana aperta nel 1966, ogni stazione è abbellita da volte e da grandi lampadari, ci sono mosaici con disegni del cotone e la più bella di tutte è dedicata ai cosmonauti tra cui Gagarin. Fino al 2018 non poteva essere fotografata perché ritenuta zona militare, ora è permesso, ma sono sempre intimorita dalle guardie onnipresenti.

In città esiste ancora il circo statale in un edificio sovieticissimo che si esibisce solo il fine settimana, ma a malincuore decidiamo di partire prima per Samarcanda.

Samarcanda è la Mecca per un viaggiatore, il suono del suo nome richiama alla mente carovane, mercati e vita, non si può che arrivare con alte aspettative. E si sa, le aspettative non portano mai nulla di buono e si rimane inevitabilmente delusi. Anche se tutte le agenzie turistiche la vendono come meta esclusiva per la via della seta di essa non esiste più nulla. La città vecchia è un museo ed è morta da tempo, è un parco giochi per appassionati di selfie. Nessuno dei minareti chiama più alla preghiera. Le celle degli studenti sono state trasformate in brutti negozi di souvenir che vendono tutti le stesse cose. Il Registan, la piazza del mercato è deserta. Come dice Thubron «Un tempo era stata il centro del mondo, ora era il centro del nulla.» Sul Registan si affacciano tre vecchie madrase tra cui la più bella e la più vecchia è quella di Ulug-Beg del XV secolo. Ulug-Beg è il nostro preferito tra tutti i nipoti di Tamerlano, era uno scienziato e astronomo che portò i suoi alunni verso un sapere laico, per questo fu assassinato dai fondamentalisti durante un imboscata organizzata dal figlio. Il suo osservatorio astronomico venne distrutto. I suoi studenti salvarono i suoi scritti. Ora è possibile solo ammirarne il sestante.

Il merito delle ristrutturazioni, va tutto ai comunisti che avevano trovato la città in completa rovina, anche se si sono presi qualche libertà qua e là, come l’aggiunta di una cupola blu che non c’era mai stata.

L’unica parte della città vecchia che ha ancora vita è stata divisa da un muro che obbliga il turista ad un percorso stabilito.

Troviamo una porta e andiamo aldilà del muro dove c’è ancora una vecchia sinagoga e tante piccole moschee abbandonate ma con dei bei giardini silenziosi. In una di queste moschee incontriamo Hiddar, un rigattiere che ci invita ad entrare nel suo giardino. Il suo negozio era la sua casa natale, il soffitto del portico è tutto adornato di affreschi malandati. Ci sono delle vecchie statue di Lenin, è l’unico posto dove lo vedremo, in Uzbekistan il vecchio socialismo è stato spazzato via da ogni angolo. Hiddar ha tutta quella mercanzia di poco valore che tanto ci piace. Ci sono delle scatole di latta tra cui una indiana con delle danzatrici di cui mi innamoro. Hiddar parla solo russo e non si cura del fatto che non lo capiamo e continua a parlare finché non capiamo cosa voglia dirci. Andiamo da lui per due giorni di fila, compriamo delle vecchie fotografie in bianco e nero tra cui tre turisti sul dorso di un dromedario, una teiera usata con ancora delle foglie di tè dentro e tre ciotole (anche queste usate), tipiche di queste parti che vengono adoperate come tazze. Poco prima di andare via mi regala la scatola indiana, dicendo: «un regalo per madam.» ♥️

Solo dopo diversi giorni a Samarcanda riesco ad apprezzare la grandezza dell’uomo, la sontuosità dei mausolei, e il fatto che tutto sia lì per noi, perché essendo bassa stagione non ci sono turisti.

Passiamo da una città museo all’altra, da Samarcanda a Bukhara o meglio come veniva chiamata prima dell’Unione Sovietica “la Santa Bukhara”. Era per i musulmani la città più sacra dell’Asia Centrale. L’ Armata Rossa entrò a Bukhara nel 1922 ma la resistenza durò molto a lungo. I bolscevichi sapevano che per fare di Bukhara una città sovietica come le altre avrebbero dovuto distruggerla, ma non lo fecero, lasciarono che la popolazione soffrisse di una terribile carestia dovuta dalla ristrutturazione dell’economia, tennero tutte le moschee e le scuole coraniche, ma ne cambiarono l’uso. Sopra i versetti del Corano, che decorano ogni facciata dei palazzi, attaccarono i loro striscioni: “proletari di tutto il mondo, unitevi!” Cancellarono il mercato più grande dell’Asia centrale dall’oggi al domani.

Bukhara ci piace da subito perché la gente vive ancora nella città vecchia, certo, tutto è stato trasformato in museo, negozio di souvenir o ristorante però ha mantenuto la sua vitalità. Noi abitiamo in un vecchio caravanserraglio che poi è stato modificato in madrasa ed ora in un piccolo albergo. Le celle sono buie, fredde, piccole e scomode, ma la loro storia ce le fa apprezzare. Ma come sempre, alla fine mi rendo conto che i miei posti preferiti sono quelli normali, frequentati da persone normali che fanno cose normali. Mi piacciono i vecchi posti dove i vecchi prendono il tè, anche se alcune volte una teiera che costa solo 10 centesimi ci viene venduta per un dollaro, ma come biasimarli quando lo stipendio medio di un operaio è di 50 dollari al mese?

Mi piace andare a mangiare dove vanno i locali e principalmente le signore, anche se non c’è mai nulla di vegetariano e mangiamo comunque qualunque cosa ci portano. Questi posti reali valgono tutto il viaggio.

Durante il tragitto in un taxi collettivo da Bukhara a Khiva faccio lo sbaglio di fare una fotografia ad una latrina che si trova nel deserto fuori dal ristorante dove pranziamo. La metto sul mio account Instagram e ricevo un messaggio senza ritegno di disapprovazione da una guida che parla italiano incontrata per caso a Samarcanda. Credo che lo prenda come un affronto al suo paese che per tutti gli stranieri deve essere vissuto come il paese più bello del mondo. Non aspetta nemmeno la mia risposta e mi blocca. Passo giornate in totale paranoia, mi pare che tutte le guardie (e ce ne sono tante in Uzbekistan) mi osservino o mi scrutino additandomi come “quella che ha postato la foto di una latrina”. Ma quel bagno, tra i peggiori che io ricordi, era vero, non mi sono inventata nulla, esiste, e l’ho usato per necessità. Non importano tutte le belle foto che ho fatto ai monumenti, la cosa più importante è la critica anche se fondata.

Arriviamo a Khiva, la città che richiama turismo solo dagli ultime tre anni, dista da Tashkent 500 chilometri e non tutti ci arrivano. Anche questa è stata ristrutturata dai sovietici. La città fortificata è tutta fatta in argilla ed è tutta dello stesso colore. Solo i bei palazzi dei khan sono adornati di maioliche e hanno corti silenziose. Mi annoio a morte a Khiva, i musei sono banali e poco informativi, tutti vogliono venderti qualcosa e tutte questi “please madam” con la pretesa di farci comprare paccottiglia mi deprime.

Attraversiamo un deserto ventoso, è la parte più povera, più vasta e meno popolata dell’Uzbekistan. Per strada il paesaggio è brullo e la terra è coperta da uno strato bianco di sale. Questa parte occidentale del paese che confina con il Kazakhstan, ospitava il quarto lago più grande al mondo, ospitava perché non esiste quasi più. Durante l’ambizione dei sovietici di diventare la prima potenza nella produzione di cotone, fecero dei canali di irrigazione nel deserto, dove le piante di cotone americano venivano annacquate con pesticidi e fertilizzanti, addirittura sette volte più del necessario. La natura avrebbe dovuto obbedire ai comunisti e invece l’acqua del lago in principio diminuì di venti centimetri l’anno fino ad arrivare ad un metro l’anno. In cinquant’anni il lago Aral si è ridotto del 90 percento della sua dimensione originale. La cittadina, che un tempo era sulla sua sponda, si trova adesso a 200 chilometri di distanza dall’acqua. Quando soffia il vento l’aria porta con se sale e sostanze nocive che rendono il terreno ancora più sterile. È uno dei paesaggi più brutti e tristi che esistano.

Siamo indecisi se andare nella città che ospita un numero sempre crescente di “turismo da catastrofe” ma stanchi e un po’ abbattuti dalle difficoltà dall’Uzbekistan decidiamo di saltarlo.

Una vecchia strada sovietica coperta di buche ci porta fino a Nukus solo per visitare il secondo museo più importante al mondo di arte sovietica. Nel 1950 Igor’ Savitsky, nato da una famiglia colta che subì le purghe staliniane, si stabilì nel Karakalpakstan (questa regione del l’Uzbekistan) prima come disegnatore in una spedizione di archeologi e poi come curatore del museo. Era un collezionista affascinato dalla vita degli abitanti del deserto, iniziò a comprare manufatti che altrimenti sarebbero andati perduti, quadri nascosti di artisti che criticavano il regime, contattava le vedove degli artisti per avere i loro quadri. Fu presto ribattezzato “l’amico delle vedove”, si impegnava a pagare ogni donna ridotta in povertà.

Un quadro in particolare mi colpisce perché Savitsky lo notò come tappa buchi nel tetto di una di queste donne e lo restaurò personalmente. Collezionò più di ottantamila opere. Riuscì a farla franca perché il museo si trovava nel bel mezzo del deserto, non sarebbe mai sopravvissuto in quei tempi a Mosca o a Leningrado. Quando Savitsky morì si occupò del museo una sua nipote, e come lui le insegnò, non vendette mai un quadro, nemmeno quando il museo aveva bisogno di fondi, perché avevano un dovere morale verso quegli artisti che donarono le loro opere. Nel museo lavorano principalmente donne che credono veramente nel portare avanti questo museo e il suo pensiero. Savitsky sognava che un giorno si sarebbe preso un aereo da Parigi per andare a visitare il suo museo. Allora i suoi amici lo deridevano. Ora conta cinquemila visitatori l’anno, che confronto ai musei in Europa è nulla, ma considerando la posizione non proprio agevole il risultato è comunque un successo.

La città rientra nella mia lista dei posti più brutti di questo viaggio, anche questa fondata dai russi ha i soliti freddi ed enormi viali, i soliti palazzi di regime e sembra quasi disabitata, ma nonostante questo tanti orrendi palazzi sono in costruzione, come per coprire quello che sta dietro la via principale: la povertà, le strade polverose, i piccoli banchetti dei calzolai, di chi vende sigarette sfuse o qualunque mercanzia si ritrovi in più.

Il mercato ortofrutticolo fatto da banchi gestiti da signore anziane con pezzuole colorate in testa è la parte più viva della città.

Nel nostro albergo in periferia alloggiano tante persone della Moldavia che ci preparano il tè e vogliono parlare con noi, ma come sempre ci capiamo a malapena. Invece parlano tranquillamente con kazaki e uzbeki e un po’ li invidio perché hanno una lingua comune: il russo, che li unisce tutt’ora dall’est Europa fino all’Asia Centrale. La proprietaria dell’albergo è una signora gentile, mentre aspettiamo l’ora di andare alla stazione vuole darci la nostra camera gratis per qualche ora.

Prendiamo il nostro solito treno sovietico per attraversare la frontiera e andare in Kazakhstan. Al confine ho paura per via della foto della latrina, ma mi timbrano il passaporto senza obiezioni. Quando entriamo in territorio kazako mi sento sollevata ma salgono sul nostro vagone dei militari che si è no avranno vent’anni e mi mettono un po’ di angoscia, hanno un’aria austera e sembra che non abbiamo idea di quello che fanno, infatti ci chiedono se possiamo posare con loro per un selfie. Ci timbrano il passaporto e siamo subito nella città di confine.

Appena mettiamo piede fuori dal vagone veniamo prelevati per il controllo del coronavirus. Ci chiedono tutte le tappe del nostro viaggio e ci lasciano andare.

In città decidiamo di proseguire il viaggio in India e saliamo sull’ennesimo treno per quarantotto ore e dieci minuti verso Almaty. Forse questi lunghi viaggi in treno in Kazakhstan resteranno nella mia memoria come una delle cose più belle. Dividiamo lo scompartimento con una signora afgana e la sua silenziosissima bambina di nove anni. Riusciamo a dirci solo le nostre nazionalità e mi offre un trancio di pizza (lei si che unisce i popoli 😝). Gioca a “scaldamani” con la figlia, all’alba, al tramonto e quando è sera stende il suo tappetino verde verso la Mecca e prega. Durante le preghiere, se Ale è sveglio mi chiede timidamente se può uscire dallo scompartimento (io posso restare),non gli rivolge mai la parola, non lo guarda, e non appena la mattina sente che è sveglio si copre subito la testa. È come se il mondo maschile e quello femminile non si incontrassero mai. Ale si scoccia un po’, io invece la capisco, e credo che la sorellanza debba essere globale: donne che supportano altre donne ovunque nonostante le differenze culturali. Regalo alla bambina un’istantanea, entrambe mi sorridono e dicono “thank you” malgrado non parlino nemmeno una parola d’inglese. Mi sento fortunata a vedere tutto quello che non mi è familiare, che mi è sconosciuto. L’Asia centrale è un mix di tutto questo. Ogni cosa è nuova e da imparare o almeno da osservare in silenzio.