Sbarchiamo a cento chilometri dalla città sul Mar Caspio, Aktau, tipicamente sovietica con il centro identico alla periferia e le strade divise per blocchi, restiamo in città per qualche giorno per prepararci ad un lungo viaggio. Dopo quarantanove ore di treno, arriviamo ad Astana. Letteralmente “capitale” in kazako, ora ribattezzata Nur Sultan in onore del presidente che dopo il crollo dell’Unione ha governato per ben ventinove anni consecutivi, con votazioni fatte di percentuali farlocche come il 97,7 per cento di consensi. Anche il Kazakhstan non va proprio d’accordo con la parola libertà. Le fotografie del presidente, con tanto di massime fortunatamente in cirillico, si trovano perlopiù negli uffici e non in ogni angolo di strada come in Azerbaijan. Il Kazakhstan è l’unico tra gli Stan ad avercela fatta economicamente tanto che si voleva cambiare il nome dello stato togliendo quel finale “Stan” così da non confonderlo con i poveri confinanti.

Ad Astana l’economia trionfante si vede ovunque, la città è recente, brutta, con orrendi edifici in vetro e con un centro commerciale dopo l’altro. Restiamo solo per due giorni.

Karaganda invece, la città poco più a sud, ci piace nonostante il freddo polare e le nevicate costanti. È stata una città importante per i comunisti per via dell’estrazione del carbone, la città è fatta da grandi viali trionfalistici e edifici di cemento armato di regime. È una città che ci meraviglia ad ogni angolo per via dei bellissimi mosaici che rendono omaggio agli uomini e donne che hanno fatto parte dell’Unione Sovietica. Ci sono tante statue squadrate che rappresentano i minatori, c’è un omaggio a Gagarin e un tipico monumento ai caduti per la Grande guerra patriottica con tanto di fiamma perpetua (ogni città ne ha uno). C’è anche una statua di Lenin che mi emoziona un po’ quando appare gigante e austera su parco Lenin che si trova su viale Lenin e vicino al cinema Lenin. 🤦🏽‍♀️ Scatto una delle mie foto preferite alla statua e mi chiedo se sia giusto, in Kazakhstan sono sopravvissute solo tre statue di Lenin, tutte le altre sono state buttate giù dopo il 91. È giusto farle sparire demolendo la storia o è giusto che restino per ricordarcela? Sono sempre combattuta sulla risposta.

A pochi chilometri da Karaganda c’è il quartiere generale di Karlag (Karaganda gulag – campo di lavoro correttivo) da qua si gestiva un territorio di gulag grande quanto la Francia. Visitiamo il museo che è nello stesso edificio del quartiere generale. Ci accoglie un’originale, tipica e paranoica torretta di guardia e una bella stella rossa in cima alla facciata. Quello che c’è dentro è tutto quello che di ingiusto c’è un un sistema totalitario dove anche chi parlava più di due lingue straniere poteva essere una spia e per questo sotto detenzione, molti dei detenuti non avevano necessariamente commesso un reato, ma essendo scrittori, scienziati e liberi pensatori potevano essere dei “nemici del popolo”, anche lo loro le moglie i loro figli erano prigionieri. I bambini stavano con le madri fino ai tre anni e poi venivano separati e mandati in un orfanotrofio dove potevano scrivere delle lettere alle madri rassicurandole sul fatto che mangiavano abbastanza e stavano bene.

Una delle cose che mi colpisce di più è il diario di un prigioniero (non venivano mai considerati prigionieri ma persone da rieducare) dove nel 1953 si dispera per la morte di Stalin e si chiede come si potrà andare avanti senza di lui. Chiedo spiegazioni alla guida e lei mi dice che tuttora gli anziani rimpiangono l’unione sovietica, nonostante le repressioni, la vita dura e l’assenza di libertà. Anche per quanto riguarda la Grande guerra patriottica da Karlag i detenuti partivano volontari, nonostante fossero considerati “nemici” si sentivano sovietici. Dice che sono cose che noi non possiamo capire per via dell’indottrinamento e dell’ignoranza del tempo. I prigionieri erano fondamentali per la costruzione dell’URSS, senza loro non ci sarebbe stata nemmeno la ferrovia che collegava tutti gli stati dell’impero, all’epoca era la più grande compagnia ferroviaria del mondo.

Ci penso quando sul treno attraversiamo la steppa Kazaka per chilometri, un susseguirsi di pali della luce e tralicci, ogni tanto un gruppo di dromedari o di cavalli poi ancora pali della luce e tralicci. I chilometri di filo spinato dei sovietici sono ridotti a pezzi monchi tra un paletto e l’altro e tutte le recinzioni, che ormai non hanno un’inizio e una fine sono prive di senso. Quando il treno rallenta baluginano delle stazioni desolate in mezzo al nulla, si vede un casellante imbacuccato in mezzo alla neve che con una paletta bianca autorizza il treno a proseguire, e questo continua per altre centinaia di chilometri in mezzo al solito paesaggio desolato. Di notte appaiono delle finestre illuminate che annunciano che da qualche parte c’è vita e poi scompaiono così come sono apparse. Tutto questo per giorni di treno. Le ore passano in lettura, a mangiare noodles precotti, e a bere tè, ogni vagone dei treni sovietici ha, da bravi comunisti, un suo bollitore comune così che tutti possano prepararsi qualcosa di caldo.

Per i viaggi lunghi prenotiamo nella cuccetta composta da quattro letti, di solito siamo soli, solo una volta l’abbiamo divisa con una signora tartara e una signora ucraina. Gli stati dell’Asia centrale sono abitati da diverse etnie e quando incontri qualcuno non sai mai da quale parte arrivi. La popolazione dell’Asia centrale non ha mai avuto un’identità nazionale, hanno sempre vissuto senza confini, fu Stalin nel 1924 a tracciarne le frontiere per dividerli e comandarli, seguendo meticolosamente i reali confini delle varie etnie. I sovietici temevano un Turkestan unito e musulmano. Quelle frontiere esistono tuttora, è stato lui in qualche modo a creare il nazionalismo che c’è stato con il crollo dell’URSS.

Le nostre conversazioni con le signore del treno si effettuano tramite le fredde traduzioni di Google translate. La signora tartara per ventisette ore ha mangiato solo una banana e dei semini di girasole. Ha voluto una fotografia insieme a me perché, a quel che ho capito, ha detto “quando mi ricapita di trovare un’italiana nel mio stesso scompartimento?” Al momento di lasciare il treno a Semey al nostro dasvidanya ha risposto arrivederci.

L’Unione Sovietica considerava il Kazakhstan una landa desolata dove fecero i loro esperimenti atomici, in tutti gli anni di test hanno fatto esplodere 456 bombe. A Semey o Semipalatinsk, una cittadina a cento chilometri dal quartiere generale e duecento dall’effettivo centro nucleare, il Poligono N2 (il N1 non è mai esistito, era stata una tattica per depistare gli americani) la popolazione è sempre stata ignara di quello che succedeva a poca distanza da loro, e tuttora ne pagano le conseguenze con un’alta mortalità di cancro. Negli anni degli esperimenti gli effetti delle radiazioni erano ancora più evidenti. Tutto si è fermato nell’89 dopo una manifestazione senza precedenti. Negli anni 90 c’è stato un accordo tra Russia, America e Kazakhstan per denuclearizzare la zona. Da qui partono le escursioni per una città fantasma, allora segreta, non era segnata su nessuna mappa ma contava 10.000 persone ed ora è completamente abbandonata, e per il poligono, dove ancora in alcuni punti si registra un’alta percentuale di radiazioni. Noi non andiamo, ma giriamo per la città che è fredda ma piacevole e ospita il museo su Dostoyevsky dove lo scrittore visse in esilio per due anni.

La cosa che però ci piace di più di tutte è parco Lenin. Vediamo la gigantesca statua (la più grande del Kazakhstan) da lontano è nera e ha un braccio che indica ad est. Con una vecchietta diamo da mangiare ai piccioni proprio sotto gli occhi del Lenin gigante e vicino a tutte le altre statue più modeste, tra cui anche quella di Karl Marx. La signora ci parla per almeno un quarto d’ora in russo, anche se le dico che non capiamo lei continua finché per disperazione e per freddo non finiamo per annuire a tutto.

Lenin senza piccione ma con la neve in Kazakhstan - my own way

Con un altro treno arriviamo ad Almaty che è la città più cosmopolita dell’Asia centrale, qui nel 91 si temeva il nazionalismo e la rabbia verso i russi, ma ora pare che tutto sia in armonia. La popolazione è mista e non sappiamo mai se ringraziare in kazako o in russo. L’atmosfera della città mi piace, i viali sono alberati e la città è ricca di parchi, anche i palazzi tipici del bolscevismo, che di solito detesto, mi pare siano in armonia con la città. La vecchia parte comunista, ha alcuni palazzi con i suoi bei altorilievi che rappresentano il popolo che lavora per costruire una società migliore ma ora ospita Burger King e Starbucks. Penso a Lenin, al suo sguardo verso l’avvenire, si sarebbe mai immaginato un simile futuro? Anche qui andiamo a visitare la sua statua, una volta era su Piazza Rossa, quella che ora è Piazza della Repubblica, e adesso è in esilio in un piccolo parco in periferia.

La mia parte preferita della città è una parte tra la vecchia chiesa russa tutta in legno, confiscata da Mosca e riutilizzata come museo durante il comunismo (restituita solo dopo la perestroika) e il monumento ai caduti con tanto di stelle a cinque punte sparse ovunque. Mi piace che dalla costruzione tipica socialista si vedano in lontananza le cupole oro della chiesa colorata. Sembrano una dentro l’altra. Mi piacciono i contrasti di questi due mondi che non hanno nulla in comune.

Fuori dalle grandi città è tutta un’altra cosa. Tutto è brutto, nemmeno il bel tempo e la temperatura mite riesce ad abbellire i centri urbani. L’unica cosa bella di solito è il bazar dove le signore con dei foulard colorati in testa hanno un’esposizione di invitanti pagnotte su dei vecchi passeggini. Però mi pare triste. Anche la stazioni ferroviarie sono diverse da quelle delle grandi città. Restiamo bloccati a Turkestan, una delle città più brutte che io abbia mai visto, aspettiamo un treno internazionale che dalla Russia arriva fino a Tashkent in Uzbekistan. Alloggiamo di fianco alla stazione e andiamo sempre a fare colazione (un pacco di biscotti, due tè e ogni tanto due uova sode) nella caffetteria ferroviaria. Ormai siamo amici della signora delle pulizie che ci dice di prendere un aereo per Tashkent, la capiamo solo perché mima un aeroplano. Vediamo tutti in giorni le venditrici del mercato libero che con i loro fagotti si accalcano alle porte dei vagoni; vendono pane fresco, power bank per i cellulari, radioline, creme e profumi, vestiti e cambiavalute. Finalmente, dopo due giorni, arriva il nostro treno, vecchio e puzzolente proprio come piace a noi.

Una venditrice che nella caffetteria era seduta nel tavolo di fianco al nostro piangeva per chissà quale motivo, poi la ritroviamo sul nostro treno, vende scialli con gli occhi ancora lucidi. La signora cambiavalute vuole sapere quanto guadagnamo al giorno, nonostante diamo una cifra bassa lei fa il conto in un mese e dice che è tantissimo, poi ci regala quattro albicocche secche e si mette a dormire. Dopo la cambia valute arrivano tutti i passeggeri del nostro vagone e gli altri venditori curiosi che ci tartassano di domande in russo.

Sembra di essere in un altro mondo, o in un altro tempo e a suo modo è bello.

“Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita.”

– Antonio Tabucchi

Questo l’ho letto pochi giorni prima della partenza e tra tanti, questo pezzo è il mio preferito.