A Baku restiamo bloccati per giorni in attesa che un mercantile vada in Kazakistan, dobbiamo chiamare un numero tutte le sante mattine, per sentirci dire “no è già partito” oppure “no oggi non partono richiama domani.” Finché un giorno stanchi della città decidiamo di andare al porto che si trova a 70 chilometri. Ci dicono che la nave parte quel giorno alle 17 o al massimo alle 18. Gli chiedo per avere conferma: “alle 17?” “Massimo alle 18” ribatte lui. Sono le 13 e non vogliamo perderci questa occasione. Troviamo un taxi che per trenta dollari ci porta in ostelloo a prendere gli zaini e ci riporta al porto, dobbiamo fare in fretta e l’autista fa 140 chilometri superando come un matto.

Arriviamo al porto alle 15:30. La polizia ci fa entrare in un container con delle sedie e un recinto di filo spinato intorno, con noi c’è qualche altro passeggero che ci parla in russo nonostante sappia che non lo capiamo. Arrivano anche dei ragazzi del Turkmenistan che paiono di un altro pianeta, anche loro aspettano un traghetto, ma per Turkmenbashi. Ci chiedono se dal Kazakistan andremo in Turkmenistan e non capiscono il nostro continuo “nyet visa.” Avere un visto è impossibile se non hai una guida che diventa la tua ombra imponendoti cosa puoi o non puoi fotografare, la dittatura del Turkmenistan è seconda solo a quella della nord Corea.

Le ore passano, ogni tanto entra una sentinella e dice qualcosa che non capiamo. Si avvicina l’orario che crediamo sia di partenza: “massimo le 18”, ma nessuno si vede. Poi le 19, le 20, le 21, le 22, le 23 e alle 24 mi sono già sdraiata sui sedili della sala d’attesa senza le scarpe, con la sciarpa come coperta e con il libro in faccia per ripararmi dalla luce al neon. Alle 24,30 quando ormai abbiamo perso ogni speranza, entra un soldato che ci fa salire su un pulmino per andare a fare il controllo passaporti.

La guardia chiede ad Ale se è stato in Armenia, gli fa fare un elenco dei posti visitati, infine gli chiede se è stato nel Karabakh, se la risposta fosse si ci arresterebbero, ma è no e ci timbra il passaporto. Siamo fuori dall’Azerbaigian.

La nave è un mercantile vecchio ed enorme che non posso fotografare perché è zona militare. Paghiamo ottanta dollari per una cabina con i pasti inclusi… no, l’opzione vegetariana non è nemmeno contemplabile. La traversata dovrebbe impiegarci venti ore. Quando parte s’intende. La mattina dopo siamo ancora davanti a Baku. Restiamo in rada tutto il giorno. All’orizzonte ci sono altri mercantili che attendono non so cosa proprio come stiamo facendo noi. Chiedere informazioni è impossibile.

Sulla nave oltre a noi e ad altri due passeggeri azeri, ci sono una ventina di camionisti con diverse nazionalità: tagiki, uzbeki, kazaki, kirghisi, ucraini e russi. Tutti ci vogliono parlare, e la conversazione va avanti con noi che annuiamo provando a capire cosa intendono e loro che continuano a fare domande tra un brindisi di vodka e un altro. La vodka, la maledetta eredità dei Sovietici! Tra le poche cose che so dire in russo c’è “chut chut”, poco poco, così da ricevere solo un dito di vodka invece che un bicchiere pieno. Io sono l’unica donna. All’ora di cena uno di loro completamente ubriaco è steso sul divanetto nella zona comune.

Durante i pasti osservo quei volti tutti diversi: occhi a mandorla, lineamenti meno marcati, barbe tipiche musulmane senza baffi e la pelle chiara con guance rosse. Nei paesi oltre il mar Caspio i lineamenti saranno più mongoli che europei.

La mattina dopo, quando ci alziamo per colazione, siamo speranzosi, ma guardando l’orizzonte e la mappa satellitare capiamo che siamo ancora fermi nello stesso punto. I camionisti sembrano noncuranti di queste lunghe attese, durante l’Unione Sovietica hanno imparato a non spazientirsi nelle file che dovevano fare per qualunque cosa, come ritirare la propria razione di cibo.

Il nostro tempo lo impieghiamo nella lettura, a scattare le mie istantanee quotidiane, nell’esplorazione della nave facendo esclamazioni da marinai: “per tutti i boccaporti!” Poi a mangiare quello che i marinai propongono. Per me l’ora dei pasti è un incubo. Di solito si tratta di una minestra, e di un piatto di pasta o di riso con un pezzo di pollo. La minestra la mangio, anche se non la digerisco mai, ma il secondo con il pollo proprio non ce la faccio, il grasso dell’animale ha contaminato tutto e dopo il primo conato di vomito decido di fermarmi alla zuppa, a due fette di pane e al massimo a due sottaceti comuni alla tavolata. Ci viene donata anche una bibita gassata. Il miglior pasto è la colazione composto da due uova sode, un pezzo di formaggio e del pane. Le uova ho imparato a tenerle per il pranzo riuscendo così a saltare il pollo. Al nostro tavolo di solito non si siede nessuno fino a quando non c’è più posto nella sala, solo allora la condividiamo con i russi o gli ucraini che silenziosi ingurgitano il cibo comune. Il pomeriggio ho talmente tanta fame che quando Ale vuole mangiare delle mandorle che ho nello zainetto glielo impedisco dicendogli che le sto conservano per le emergenze, per il mio sostentamento. Nella fretta di arrivare al porto non siamo potuti andare a comprare dei viveri, siamo riusciti solo a finire i nostri soldi azeri in alcuni cioccolati in un piccolo negozio dentro il recinto di filo spinato. Sul mercantile non c’è alcuna alternativa a quello che passa la cucina.

Sulla nave, durante le lunghe attese penso al viaggio, ma parlo di viaggi veri, e mi perdoni chi pensa e chiama viaggio quello fatto senza sforzo. Viaggiare veramente è difficile e faticoso, misurare il mondo senza prendere aerei richiede pazienza e determinazione, cercare di capire le lingue che non si conoscono è estenuante e snervante. Eppure, per cosa viaggiamo? Non per vedere monumenti o meraviglie naturali, non per la comodità guardando quello che ci passa davanti, non per contare i paesi dove siamo stati, non per evadere dalla realtà. Forse proprio per l’opposto; per essere presenti nel mondo e non subirlo, per vedere come si vive aldilà di quello che diamo per scontato come la libertà e la democrazia, per capire quanto piccioli siamo, per non stare a guardare la vita che vola via. Questo è forse uno dei viaggi più difficili che sto compiendo, tanto da farci dire ogni tanto: “dici che abbiamo fatto una cazzata?” La risposta è sempre la stessa: “quando lo ricorderemo sarà una delle cose più belle che abbiamo fatto.”

Si vive anche solo per questo.

Ogni due ore Ale mi dice: “forse ci stiamo muovendo…” gli dico sempre che prima di muoverci devono tirare sù l’ancora, è un’operazione che dovrebbero fare davanti al nostro oblò quindi, se così fosse, ce ne accorgeremmo. Siamo in mare già da 37 ore.

Quando passiamo nella zona comune i camionisti passano il tempo a bighellonare e anche se noi vorremmo passare inosservati loro ci chiamo “hey Celentano!” 🤦🏽‍♀️ Il mio preferito è il tagiko con il suo zucchetto verde e la barba senza baffi, è pacato, educato, ci saluta sempre con rispetto e ci invita a casa sua a Dushanbe. Gli altri, che non sanno nemmeno quale sia la capitale dell’Italia, ci parlano di Sanremo, Toto Cutugno e Pavarotti. Noi annuiamo.

Al crepuscolo, quando siamo nella cabina, sentiamo dei rumori metallici, ci guardiamo con gli occhi sbarrati e diciamo: “stanno tirando su l’ancora, stiamo per salpare!” Guardiamo dall’oblò e ci sono due marinai che fanno salire una pesante e lunga catena, usciamo sul ponte e festeggiamo la partenza dopo 41 ore di attesa. I gabbiani sono sopra le nostre teste e la bandiera azera sventola al vento. A cena spero che sia il mio ultimo pasto sulla nave ma Ale mi mette in guardia “potremmo restare in rada per giorni vicino al Kazakistan.” 🙄

La notte il mare è agitato e mi sveglia una porta metallica che sbatte vicino al nostro oblò. La notte la paura mi inganna sempre, la morte mi sembra sempre vicina, non mi piace viaggiare con il buio, specialmente da quando ho letto che un mercantile era affondato nel 2002 con tutte le sue 51 persone, tra passeggeri ed equipaggio. Fortunatamente arriva presto l’ora della colazione e poi quella del pranzo e siamo già in Kazakistan, esclamiamo: “terraaaa per Giove!” Siamo stati per 60 ore in mare, per me un’eternità. Ale che sarebbe voluto restare in rada per qualche altro giorno, mi chiede se rifarei questo viaggio, “si, ma ora sogno la terra ferma” è la mia risposta.

Sulla nave salgono i militari dai lineamenti esotici, li chiameremmo volgarmente cinesi, ma sono Kazaki. Controllano i documenti dei camionisti e poi quelli dei passeggeri, ci impieghiamo due ore per scendere a terra, dove altri militari che ridono dei miei piercing ci ricontrollano i passaporti. Entriamo in un porto dagli edifici nuovi e grandi, pare che aspettino un’affluenza che probabilmente non arriverà mai. Un altro controllo passaporti dove nel registro scrivono il mio nome sbagliato e siamo fuori, in mezzo al deserto.

“Cento motivi reclamano la partenza. Si parte per entrare in contatto con altre identità umane, per riempire una mappa vuota. Si ha la sensazione che quello sia il cuore del mondo. Si parte per incontrare le molteplici forme di fede. Si parte perché si è ancora giovani e si desidera essere pervasi dall’eccitazione, sentire lo scricchiolio degli stivali nella polvere; si va perché si è vecchi e si sente il bisogno di capire qualcosa prima che sia troppo tardi. Si parte per vedere quello che succederà.”

– Da Ombre sulla via della seta di Colin Thubron

Una nuova scoperta che risiede nel pantheon dei miei scrittori di viaggio.