Per entrare in Azerbaijan dobbiamo passare dalla Georgia. Il confine con l’Armenia è chiuso da anni. Con il crollo dell’Unione Sovietica c’è stato, da parte di tutti gli stati dell’impero, la follia del nazionalismo, così anche se tutti hanno sempre convissuto pacificamente gli uni accanto agli altri all’improvviso tutti i mali provenivano dalla minoranza etnica presente in ogni paese. Il conflitto del Nagorno-Karabakh, un territorio che appartiene all’Azerbaigian ma occupato dagli armeni, non ha fatto che aggravare ulteriormente la situazione. I due paesi nel 94, al culmine del conflitto, hanno firmato il cessate il fuoco ma sono tutt’ora formalmente in guerra.

Prendiamo un treno che corre su una vecchia ferrovia sovietica che attraversa tutti gli stati dell’Unione, il treno è vecchio e lento, nella cabina di fianco alla nostra i passeggeri fumano. Il controllo passaporti viene fatto sul treno ma tutto pare tranquillo.

Stiamo altri giorni a Tbilisi in attesa del visto Azero che fino a poco tempo fa era molto difficile ottenere. La città è bellissima come sempre, più ci allontaniamo dalla parte turistica e più assaporiamo la città con le sue vecchie fabbriche sovietiche ora trasformate in centri culturali, i vecchi mosaici socialisti e gli androni dei vecchi palazzi signorili. Al momento della partenza per il confine con l’Azerbaigian so già che mi mancherà.

Alla frontiera stiamo fermi per quattro ore e mezza. Non mi era mai successo in nessun altro confine. Le guardie hanno un’aria da esaltati con sul petto una spilla con l’immagine del presidente, e se da una parte provo a compatirli per il loro triste ruolo di protettori del confine dall’altra penso che siano degli stronzi indottrinati. Mi fanno domande sul bagaglio, quando gli dico che non capisco guardano la copertina del passaporto e mi lasciano andare. Appena oltre il cancello la prima immagine che abbiamo dell’Azerbaigian è una gigantografia del presidente, o meglio del defunto presidente, padre della nazione, (ora a capo c’è il figlio). È stato presidente del KGB presso il Consiglio dei ministri della RSS Azera e primo vicepresidente del consiglio dei ministri dell’URSS. Alcune fotografie sono accompagnate dal presidente turco, i due paesi hanno ottimi rapporti. L’autobus ci lascia proprio sotto una sua gigantografia che ci guarda e mi viene subito in mente 1984: “Big brother is watching you”. Arriviamo nella guest house alle tre del mattino.

Nella seconda città più grande dell’Azerbaigian tutto è nuovo, i vecchi edifici sovietici sono stati apparentemente abbelliti da lastre di marmo, le banche non si contano e nemmeno le bandiere che sventolano. Il paese è ricco di petrolio e anche se sulla carta la povertà è stata abolita la città è piena di mendicati che recitano una litania dove capiamo solo Allah. Mi sembra ci sia un benessere di facciata, uno scintillio di apparenza, una perfezione forzata.

In città dobbiamo registrarci all’ufficio immigrazione dove ci consegnano un foglio che dice che siamo perseguibili dalla legge. Quando rincasiamo il figlio del nostro padrone di casa ci chiede se abbiamo fatto un giro per il centro, ma soprattutto ci chiede se abbiamo visto la bandiera… annuisco e mi chiedo cosa pensa che ci sia di tanto interessante in una bandiera.

L’immagine del presidente defunto è ossessionante, si trova anche sullo schermo della televisione, in un angolo c’è la sua faccia con una bandiera che sventola nello sfondo, così sapendo che troppe immagini del capo dello stato non sono un buon segno controllo il rapporto annuale di Amnesty International.

Azerbaijan: “Le autorità hanno intensificato la repressione del diritto alla libertà d’espressione, in particolare in seguito alle rivelazioni relative alla corruzione politica su larga scala. Mezzi d’informazione indipendenti sono stati bloccati e i loro proprietari sono stati arrestati. Chi criticava il governo ha continuato a subire azioni giudiziarie motivate politicamente e incarcerazioni dopo processi iniqui. Persone LGBTQ sono state arrestate arbitrariamente e maltrattate. Non sono state indagate in modo efficace morti sospette avvenute in custodia.” Questa è solo l’introduzione, poi va nello specifico e parla anche di estradizione forzata con rapimenti.

Tutto quello che è nato dalle ceneri dell’Unione Sovietica sono dittature più o meno repressive. La situazione negli Stan sarà la stessa. La Georgia e l’Armenia in confronto sono democrazie modello.

In una cittadina il giorno di capodanno la famiglia della nonnina dove abitiamo ci invita a cena. Arrivano due ragazzini, uno di 20 e l’altro di 17 anni con il padre che è il figlio di nonnina. Il ventenne parla bene inglese, è stato in Francia e in Germania per studiare, mi chiede subito cosa penso del paese e non so cosa rispondere ma attacca subito lui: “In Europa non avete idea di quello che succede in Azerbaijan, non abbiamo una democrazia, è uno stato militarizzato, c’è da aver paura della polizia e delle confessioni che estorcono.” Mi dice che deve andare a fare il militare, che non vuole ma che non ha scelta. “Mi manderanno a combattere una guerra (con l’Armenia) che io non voglio combattere. Hai visto tutte le foto del presidente? Ti rendi conto di dove viviamo? Io la mia libertà non la voglio perdere in questo paese.” Percepisco la sua angoscia. L’atmosfera a cena si fa pesante mentre parliamo, nessuno capisce se non alcune parole chiave: Armenia e Karabakh. Che di solito sono tabù e non le nominiamo mai se non parlando in codice con “il paese che sai tu” riferendoci all’Armenia. Provano a distrarmi con del succo di frutta fatto in casa, ma io voglio continuare a parlare con il ragazzo. Per ammorbidire la situazione chiedo dell’Unione sovietica e tutti dicono “good!” con il pollice alzato. Il ventenne mi dice che i vecchi guardano alla Russia mentre lui guarda all’Europa. Continua a parlarmi dicendo che il fratello di diciassette anni l’anno prossimo dovrà fare il militare: “ti rendi conto? Un ragazzino, gli fanno un corso di tre mesi, il lavaggio del cervello e poi lo mandano nel Karabakh.” Il padre come sente quella parola lo incita a combattere facendo un gesto che simula un mitra. Parliamo un po’ di religione, sono musulmani laici, non pregano, bevono alcolici, le donne non si coprono il capo, non ci sono scuole coraniche e gli uomini possono sposarsi solo con una donna. Mi spiegano che sono laici grazie ai sovietici, però poi il padre che beve vino mi fa la morale sui tatuaggi che nella religione islamica sono vietati, gli faccio notare che anche l’alcol è vietato e il ragazzino ride. Poi all’improvviso vanno via. Il ragazzino mi guarda e dice “grazie” in italiano e gli rispondo “sag ol” grazie in azero. Quando rientriamo in camera Ale mi sgrida un po’, ma il ragazzo voleva sfogarsi e io volevo ascoltarlo. Tutti volevano parlare di cibo, una cosa che posso fare in Italia, io volevo sentire cose reali, quello che succede, come si sentono le persone, se hanno paura, se possono votare. La notte non riesco a dormire mi giro e rigiro.

Baku riesce a mettere insieme tutto quello che non mi piace: i palazzi a vetri, la zona vecchia ristrutturata all’eccesso tanto da sembrare finta, ma la cosa peggiore il pennone più alto del mondo (almeno fino al 2010 ora è il secondo) con i suoi 162 metri e una bandiera che misura 70×35 metri, con tanto di piazza chiamata “national flag square” anche le luminarie sono bandiere 🤦🏽‍♀️.

La città ha telecamere in ogni angolo dei palazzi e sopra le strade, furgoncini appostati, finti alberi con antenne. Tutto mi annoia a morte, anche le poche librerie presenti non sono un granché. Entriamo al Baku book centre perché cerco un libro di marinai per fare la traversata sul mar Caspio, non trovo nulla, ma guardandomi intorno mi accorgo che nessuno cerca libri, tutti si fanno fotografare in qualunque posizione con gli scaffali alle loro spalle, vicino all’albero di Natale, sulle scale, con due libri in mano che poi poggiano. Guardo Ale e gli dico “questa città è l’inferno!” Un gigante parco giochi fatto solo di finzione.

Al museo progettato da Zaha Hadid, l’architetto iraniano, ci sono tre piani dedicati al presidente defunto: la sua vita dall’infanzia alla morte al primo piano, la sua scrivania e gli abiti con tanto di divise sovietiche al secondo, e al terzo i regali fatti dai vari stati e i traguardi del paese. Tutto sembra bellissimo. Una propaganda perfetta che quasi mi convince. Non si parla però delle persone che nei sottopassaggi stanno dietro ad una bilancia e ti fanno pesare per pochi spiccioli, delle persone che con il calare della sera cercano nella spazzatura, non delle donne con bambini che chiedono le elemosina e nemmeno di tutti gli azeri che tuttora emigrano in Russia per cercare lavoro.

Da giorni vediamo un pub che di chiama 1984, dico ad Ale che forse si chiama così per via del libro, entriamo e tutte le pareti richiamano Orwell, sanno di vivere nel romanzo.

Alloggiamo in un ostello pieno di indiani con cui parliamo dell’India e ci offrono da mangiare, tutte le volte che diciamo qualche parola in hindi rimangono sbalorditi. Mi fanno sentire una profonda nostalgia verso il loro paese. Il ragazzo della reception ha un ottimo inglese e chiacchieriamo per ore, ci dice che la situazione a Baku è peggiore rispetto a quella nelle campagne, tutti sono molto più controllati, poi che tutto sembra bello, ma la ricchezza è divisa tra poche persone, un’insegnante riceve uno stipendio di 90 euro al mese. Dice che dovrebbero avere la sanità gratuita ma i dottori chiedono comunque una paga sottobanco. Gli racconto che un giorno, in un locale dove bevevamo il tè con tanta gente, sono entrati due poliziotti e tutti hanno smesso di parlare, poi a poco a poco sono andati via tutti. Mi dice che è normale perché i poliziotti sono persone pericolose che hanno sempre ragione. Nemmeno lui vuole fare il militare e paga il governo, ben cinquecento dollari per esserne esente, ogni sei mesi va in un ufficio militare e versa il dovuto, nessuna ricevuta viene emessa, dovrà farlo fino a che non compirà 35 anni. Fa parte di una minoranza etnica e il governo vuole che siano prima loro ad andare in guerra rispetto agli azeri, per questo ha deciso di non farlo. Anche lui vuole andare via.

Abbiamo conosciuto solo una ragazza che studia arte e dice di amare il presidente deceduto e che il governo tratta bene il suo popolo. Mi chiede com’è l’Armenia e se c’è arte. Vorrei dirle che Yerevan è molto più umana e bella, nonostante tutte le cose che non vanno ma che non pretende di essere quello che non è, è più ricca di cultura di Baku con le sue librerie e i musei con artisti internazionali senza nessuna ossessione verso il presidente, ma mi limito dicendo che è bella come la Georgia dove lei vorrebbe andare.

Durante la mia permanenza nel paese provo a trovare 5 cose belle al giorno. Possono essere anche cose semplici come una persona gentile, gli alberi, il canto della moschea, dei palloncini, una sedia in mezzo alla strada. Spesso però solo le persone rientrano nella bellezza del posto. All’inizio del nostro soggiorno nel paese pensavo che le persone sarebbero state orribili, ma non esistono paesi con popolazioni orribili, esistono solo governi orribili. Me lo hanno dimostrato le persone che tutte le volte che mi hanno ceduto il posto sull’autobus, tutte le volte che qualcuno ci è venuto in soccorso per spiegare il nostro essere vegetariani, tutte le volte che ci è stato offerto il tè, tutte le volte che ci hanno indicato la strada giusta o anche solo per un “welcome” detto alla fermata del bus. Me lo hanno dimostrato tutti quelli che avevano bisogno di parlare con qualcuno che capisse il loro bisogno di democrazia e libertà. Non credo che ritornerò in Azerbaijan, ma gli auguro di abbattere uno stato militarizzato per un futuro libero e per poter uscire da 1984.

“Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli… A un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.”

– George Orwell, 1984