All’università il mio professore di fotografia analogica ci aveva raccontato di essere andato a Yerevan, in Armenia, negli anni 90 con una due cavalli; questo è il mio primo pensiero quando entro nello stato, da quando ce ne aveva parlato ho sempre fantasticato sul suono del nome della capitale e sui segreti che poteva nascondere.

Se la Georgia mi riportava all’Unione sovietica è solo perché ancora non ero stata in Armenia. Qui tutto ci riporta indietro, le stazioni ferroviarie, i treni con ancora la stella rossa, le statue, le piazze, falce e martello ovunque, i parchi giochi lasciati dai sovietici, le vecchie fabbriche abbandonate, tutto è ancora scritto in cirillico. Eppure tutto questo passato ha qualcosa di affascinate. Nessuno lo rinnega, niente è stato buttato giù, certo ogni piazza Lenin ora è diventata independence square o republic square, Lenin e Stalin sono stati rimpiazzati da altre statue, ma tutte le altre, incluse quelle con il pugno chiuso sono rimaste. Alcuni edifici ora sono stati trasformati in centri commerciali che mi fanno pensare che a passare dal comunismo al consumismo ci voglia un attimo.

L’Armenia però ha qualcosa che mi piace da subito, non appena passiamo un confine con la neve e una scritta rossa che su un muro bianco recita CCCP, la donna che fa la guardia di confine mi sorride senza farmi alcuna domanda e mi restituisce il passaporto timbrato dicendomi: “enjoy Armenia”.

Nella prima città dopo il confine, Gyumri, le persone ci guardano in faccia e ci sorridono, mostrando una dentatura fatta di denti d’oro. Nelle guest house nessuno ci chiede di pagare non appena poggiamo lo zaino, come succede in Georgia, qui ci dicono: “dopo dopo” e ci preparano il tè o il caffè. Comunicare è difficilissimo, pochissimi parlano inglese, il russo è ancora la seconda lingua.

In due giorni impariamo solo a dire grazie: Shnorhakalutyun, tutti ridono quando lo diciamo mostrando sempre la bella dentatura d’oro. Nei giorni successivi impareremo anche a dire “non capisco” perché è fondamentale come dire grazie.

Attraversiamo il paese da nord a sud, l’altitudine media è di 1800 metri sopra il livello del mare, il paesaggio è brullo, non ci sono alberi, ci sono solamente dei monumenti squadrati sovietici sparsi nel nulla. Le montagne hanno tutte la neve che brilla al sole e mi perdo a guardarle dal finestrino della marshrutka il mini bus russo; solitamente sono tanto vecchi che non devo preoccuparmi della guida dell’autista che non può correre, potendomi così godere il paesaggio.

Nei primi giorni in città non riesco a capire se Yerevan mi piaccia o meno, è tutto nuovo e gli edifici comunisti da tanti sono non si contano, cambiamo casa di continuo perché il bagno è in comune, finiamo sempre da ragazzi iraniani che sono scappati dal regime del loro paese e cercano fortuna in Armenia dove almeno trovano la libertà.

La città offre tanti musei ben curati che costano poco e li visitiamo tutti, ma uno tra i più belli e i più significativi è il museo del genocidio armeno del 1915. Per noi il 1915 è una data lontanissima, ma qui è una data da cui non si può andare avanti perché i carnefici, i turchi, non lo hanno mai riconosciuto. Fortunatamente gli armeni della diaspora hanno contribuito alla divulgazione di quello che è successo, pensiamo anche solo a Aznavour o ai System of a Down.

Mi piace come sempre camminare per ore per la città, mi piace andare nei locali piccoli e accoglienti dove ci riconoscono quando ritorniamo. Mi piace prendere la metro che ha solo due o tre vagoni, gli armeni sono solo tre milioni e la metà vive a Yerevan, rendendola una capitale vivibile.

Mi piace quando nei chioschi del caffè da portar via ci chiedono da dove veniamo e dalle casse fanno uscire la musica di Ghali o di Salmo, mi piace andare a curiosare tra i manufatti, le carabattole e i cimeli del comunismo nel mercatino del fine settimana, mi piace sentire la cultura in ogni angolo, le diverse etnie con le loro lingue camminando nei lunghi viali alberati che l’autunno ricopre di foglie gialle. Io adoro le città è faccio pace anche con Yerevan, dove restiamo per dieci giorni.

Andiamo anche a sud, lungo una strada che porta fino all’Iran, lungo il ciglio ci sono dei chioschi improvvisati che vendono un liquido nero, ma quello che c’è dentro non è Coca Cola, bensì vino, camuffato nella bottiglia dall’etichetta rossa così che i camionisti iraniani possano introdurlo oltre confine senza essere scoperti.

Andiamo a stare in un piccolo villaggio rurale chiamato Tatev, la padrona di casa ci sistema in una stanza ricavata dalla cucina dove fa un freddo cane, fa talmente tanto freddo che nemmeno la batteria del mio telefono resiste Con la signora non ci capiremo mai eppure finiremo per volerle bene perché ci mostra sempre quel sorriso d’oro, a differenza del marito che sembra un orco e non dirà mai nemmeno una parola.

La nostra signora di Tatev - viaggio in Armenia 2019 My Own Way 05
La nostra signora di Tatev

Il villaggio è innevato e ghiacciato, è conosciuto per un bel monastero medievale. È frequentato da stranieri durante l’estate, d’inverno da nessuno, infatti è un paradiso tutto per noi.

Mentre camminiamo da un villaggio all’altro incontriamo tre bambini che sono appena usciti da scuola ci fanno domande a cui rispondiamo sempre “non capisco” un bambino in particolare ci prende a cuore, si chiama Alex, è l’unica cosa che capiamo, ci porta a casa sua dove ci invitano ad entrare, non vorremmo restare ma il bambino si mette davanti al cancello e non vuole farci uscire. Accettiamo l’invito è si materializza il pranzo anche per noi: una zuppa di cavolo rosso, pane e formaggio. La madre telefona di continuo e dice “italianski italianski“.

I padroni di casa sono gentili, anche loro hanno i denti che si alternano: uno oro e uno bianco, uno oro e uno bianco. Tutta la conversazione si svolge un armeno e noi rispondiamo in inglese, i bambini guardano YouTube. La sala da pranzo è divisa da una tenda dove dietro si trova la zona notte, ovvero un letto matrimoniale. Al piano inferiore c’è la cantina con patate e cavoli ammucchiati e uno strano marchingegno arrugginito riempie un bottiglione di acquavite di mele. Non ho idea di dove si trovi il bagno.

Al momento del commiato gli regaliamo due polaroid, non le hanno mai viste prima, anche i bambini abbandonano il computer per guardarle; una è riservata alla donne di casa dove ci sono anche io e l’altra con il capofamiglia dove c’è Ale, le mettono in piedi vicino alla televisione, loro ci regalano delle mele. Due realtà agli antipodi.

Quando andiamo via guardo le montagne bianche, alte e appuntite, le strade di terra battuta ghiacciate, ascolto il silenzio, mi giro più volte per guardare il villaggio immobile tra le montagne per tenerne un ricordo che non si più esprimere con una fotografia, poi mi rigiro, guardo Ale e gli dico: “grazie al cielo esistono le città!”. Lui mi guarda a metà tra una risata e uno sguardo di disapprovazione.

Arriviamo nella nostra casetta che è già calato il sole, il signore burbero si occupa delle bestie e la signora Galia di tutto il resto, anche lei distilla acquavite, anche la vecchietta vicina di casa lo fa, vivono con quello che raccolgono l’estate, le marmellate che ci da a colazione sono ottime e anche il formaggio ci piace. Restiamo per due giorni, le diamo per la camera-da-letto-cucina e i pasti quaranta euro, credo sia una fortuna che le durerà a lungo, è contenta e ci ringrazia.

La mattina dopo per salutarci ci accompagna fino al cancello e ci fa un gesto che vuol dire ritornate. Vorrei farle una foto, ma mi accontento della mia memoria di quel l’ultima immagine dal sorriso brillante.

Quello che mi piace dell’Armenia non sono i luoghi dove credo che per un turista non ci sia nulla di bello se non le chiese medievali, eppure io l’Armenia la consiglierei a tutti e so che ci ritornerei perché il bello non sono i posti, ma nemmeno so bene cosa sia.

A fine viaggio, in una città costruita dai sovietici e piena di edifici di regime, una signora seduta fuori da una chiesa russa, in un parco giochi abbandonato, mi chiede da quale paese provenga, e inizia ad elencare: “pasta, pizza, Celentano e canzoni di cui nemmeno io conosco l’esistenza”. Poi, dopo che ci eravamo già salutate, mi chiama da lontano: “Claudia”, mi allunga un cioccolatino dicendomi: “per te e per tuo marito“.

Quel cioccolato che ci siamo divisi era buonissimo. E li capisco tutto. La vera ricchezza dell’Armenia sono gli armeni con i loro sorrisi d’oro e le montagne che brillano al sole.