Tiblisi non l’avevo mai sentita nominare, infatti non la sapevo nemmeno pronunciare questa capitale, ne sono venuta a conoscenza solo guardando la mappa del mondo, ma che nell’atlante dei miei genitori si trova ancora nel territorio dell’URSS.

Io non ho un buon rapporto con i paesi che sono passati attraverso il comunismo, siamo stati in tutta l’ex Yugoslavia, in Romania, Bulgaria, Albania, Ungheria e, tranne per alcune città, tutto il resto mi è sempre parso triste, pesante, cupo.

Decido comunque di accettare la proposta di Ale per visitare questi paesi con l’intento di non restare fossilizzata sulle mie solite “certezze”.
Tibilisi mi appare come una città europea, o “europeissima” come la definisce Terzani.

Il centro storico è malconcio, le case sono tutte storte e anche le scale hanno delle pendenze improbabili, ma tutto questo vecchio e decrepito ha il suo fascino, i balconi sono di legno intarsiato e le grondaie, realizzate a mano, hanno uccellini o leoni stilizzati. Camminiamo per ore nelle strette viuzze lastricate del centro, passeggiamo anche per la modernissima Rustaveli che prende il nome da uno dei più illustri poeti georgiani, per strada ci sono giovani vestiti alla moda che fanno sembrare me e Ale, con i nostri abiti tecnici (che detestiamo), due montanari.

La città è piena di librerie con piccole caffetterie adiacenti, ci passiamo delle ore. In ogni angolo ci sono bancarelle che vendono libri usati a pochi centesimi di euro, vedo persone che leggono in ogni angolo, alcune volte anche mentre camminano, mentre fanno la fila nel bagno del centro commerciale e mentre aspettano agli angoli della strada. Mi sembra un fenomeno stranissimo che vorrei vedere più spesso. Anche i graffiti sono dedicati agli scrittori: c’è Murakami, Joyce, Orwell e la parola “love” è la più diffusa. Restiamo volentieri in città più del previsto per sviluppare dei rullini e goderci la vita della capitale.

Ci spostiamo in treno e marshrutky (minibus), e quando guardo dal finestrino: i villaggi, le stazioni ferroviarie, i ponti, mi dico: “ed è subito Unione Sovietica!” Tutto è grigio, desolato, ferroso. Si vedono vecchie fabbriche abbandonate, costruzioni in cemento mai finite, monumenti al comunismo lasciati a se stessi, rifiuti di macerie, case fatiscenti con le loro finestre dai vetri rotti, senza nemmeno un pezzo di cartone per bloccare il freddo, talvolta le finestre sono abbellite da tendine.

La strada che percorriamo è chiamata autostrada, ma è fatta da due corsie, una che va e l’altra che viene, questa taglia in due il paese, ci sono i bovini che brucano a bordo strada. Tutto mi trasmette malinconia, anche le persone che salgono sul minibus mi sembra si portino dietro un fardello.

Ad ogni chiesa o croce sparsa per strada iniziano a farsi degli infiniti segni della croce, partendo da un minimo di tre. Dico ad Ale che nemmeno settant’anni di URSS sono bastati per far perdere la fede alla popolazione, e come dice lui probabilmente con la mancanza di libertà l’hanno incentivata.

L’autista fuma una sigaretta dietro l’altra.

Sui mezzi pubblici c’è molto caldo che concilia il sonno, ma non voglio perdermi quello che vedo e continuo a guardare fuori nella speranza che qualcosa mi dia tranquillità come un paesaggio allegro, colorato, ma niente muta e tutta la decadenza continua a susseguirsi. L’unica cosa mi fa dire “guarda!” sono i meravigliosi alberi di cachi con i loro rami che hanno perso le foglie gialle e fanno risaltare i frutti maturi in quel bell’arancione che rimarrà sempre nella mia immagine della Georgia.

Mentre sono persa nei miei pensieri la ragazza davanti ci passa due mandarini e questo mi fa sentire nel posto giusto.

Alcuni ci chiedono da dove veniamo e quando rispondiamo qualcuno esclama “Baggio”, “Celentano” o l’immancabile “Toto Cutugno”.

Quando arriviamo nelle città mi sembra sempre di aver fatto tanta strada per nulla, solo dopo giorni di permanenza mi sento in qualche modo soddisfatta.

Davanti ad un tè, in un piccolo ristorante, mi accorgo che c’è un grande quadro di Stalin, la sua immagine si vede solo nei musei o nei negozi di souvenir, in tutto il resto del paese è stata fatta sparire. Rimango perplessa e osservo i due signori anziani proprietari del locale, saranno dei nostalgici? Patrioti visto che Stalin era georgiano? Probabilmente se potessimo comunicare ci direbbero: “ha fatto anche cose buone”. Dopo il tè salutiamo e andiamo via.

Un ritratto di Stalin, appeso in un piccolo ristorante in Georgia.

Passiamo il nostro tempo tra cattedrali e monasteri, Ale si deve togliere il cappello mentre io devo coprirmi la testa, compriamo sempre le candele da accendere alle icone, ma io non ne conosco nemmeno uno, tranne Gesù a cui dico: “Ciao Gesù” e gli lascio la candela. I fedeli che ho intorno sono tutti serissimi, baciano le immagini, parlano da soli, camminano a testa bassa. A me piace il profumo d’incenso, il buio delle chiese e i vetri cattedrale però non sento alcuna sacralità, ma non concepisco nemmeno che quasi tutti i luoghi di culto durante l’Unione Sovietica, venivano utilizzati in modo più “utile” per il popolo: principalmente magazzini e stalle. In particolare ci penso quando sono nel complesso monastico di Gelati con i suoi affreschi del 1100 dentro quel bell’edificio del medioevo, pensarlo come magazzino mi sembra veramente un atto barbarico.

Nel giardino del monastero quello che più mi affascina è la casetta di uno dei preti, dove appesa ad un filo, sventolata dal vento, asciuga una delle tuniche nere tipiche dei preti cattolici ortodossi, un dettaglio così piccolo e umano in una delle chiese più grandi e più famose della Georgia. Non riesco a fotografarlo.

Dopo un po’ però mi annoio nelle chiese e quando in città c’è un luna park andiamo a visitarlo. Di solito sono deserti, anche di sabato sera, sembrano abbandonati, ma nei gabbiotti ci sono i proprietari dei giochi che ci guardano mentre scattiamo fotografie. Troviamo sempre un randagio, che ci segue, ai cani della Georgia basta una parola carina perché ti siano fedeli per chilometri, poi quando gli compriamo del cibo le nostre strade si dividono di nuovo.

Un luna park in Georgia

Osservo da lontano le signore anziane che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade, sono tutte imbacuccate per il freddo, hanno strati di vestiti che non riusciranno mai a scaldarle, sotto i piedi hanno un pezzo di cartone per non far passare il freddo delle mattonelle. Guardando queste signore penso al loro passato, al comunismo e al tanto lavoro per quel poco in cambio, mi pare che abbiano perso tutti.

Nella città di confine con l’Armenia, Akhaltsikhe, famosa per l’atteggiamento tollerante nei confronti delle diverse etnie e religioni ci sono chiese per ogni confessione: ortodossa georgiana, armena apostolica e cattolica, una sinagoga e una moschea. Andiamo a stare da una coppia di mezza età, e mentre decidiamo l’orario per la colazione diciamo ad Elena, la padrona di casa, che dobbiamo partire presto per l’Armenia, lei si mette una mano sul petto e ci dice che loro sono armeni e mi sembra si commuova, così, per condividere il fatto che so cosa questo popolo ha subito, le faccio vedere il libro sull’Armenia che sto leggendo e lei annuisce. Chiacchieriamo con il traduttore di Google, parla tedesco perché lo ha studiato a scuola, il russo per ovvie ragioni, il georgiano e l’armeno.

In città incontriamo Nazi, una ragazza di diciassette anni che ha la musica nelle orecchie quando la fermiamo per chiederle delle indicazioni. Ci porta a destinazione e siccome parla un po’ di inglese le chiediamo se vuole venire a bere un tè con noi per fare pratica, accetta, stiamo insieme per alcune ore. Chiama la madre che vive in Italia e vuole farci sentire come parla bene l’italiano, come se fosse orgogliosa di questa madre lontana, la signora ci dice che in Italia fa la badante, che la famiglia la tratta bene e ci chiede cosa ci facciamo in Georgia.

Nazi vive con il padre e i fratelli. Mentre chiacchieriamo ci racconta, contenta, che per il Black Friday ha comprato un libro. Ho pensato che il mondo impazzisce nelle compere frenetiche e lei ha comprato solo un libro; mi sembra un acquisto giusto, ma in qualche modo nel mio presente questa cosa mi rattrista. Mai quanto quello che dice poco dopo: “ogni volta che torno a casa con un libro nuovo mio padre mi chiede perché non ho comprato un rossetto invece del libro”. Questo ruolo in cui la donna deve per forza rientrare mi innervosisce! Le compriamo due classici in inglese: Una Stanza Tutta Per Sé e Il Ritratto di Dorian Gray.

“Possibile che nessuno dica mai che il socialismo è fallito perchè non ha rispettato la libertà dell’uomo; che il problema ora non è solo quello di riempire le pance della gente, ma anche quello di ridare un senso alla loro vita; che, oltre a stimolare la benedetta economia, vanno stimolate anche le teste, va stimolata la fantasia, va stimolata la poesia? Questo passare da un materialismo a un altro non preoccupa nessuno?”

– Da Buonanotte Signor Lenin di Tiziano Terzani