McLeod Ganj è una cittadina fatta da quattro strade, ma con il fatto che ci abita H.H. il Dalai Lama è molto viva; c’è sempre un documentario sul Tibet da vedere, una mostra di fotografia sulle storie dei tibetani scappati a cui prendere parte, un incontro con una delle vittime delle torture subite nelle carceri cinesi. Ci sono infiniti corsi a cui prendere parte, o opportunità di volontariato.

Di solito a McLeod ganj ci si ferma per un po’.

Noi, come tutte le volte che veniamo da queste parti, abitiamo al Tibet World, che è un’associazione non a scopo di lucro che organizza tanti avvenimenti, è sempre piena di monaci che vanno a lezione e di stranieri che insegnano diverse lingue o yoga.

Una sera andiamo a vedere uno spettacolo che è abbastanza folcloristico, mi mette un po’ di tristezza perché è superficiale riguardo le tradizioni tibetane, ma alla gente piace e mi rendo conto che non sanno nulla di quello che riguarda questo popolo sparso nel mondo. 

I ragazzi che cantano li vedo legati a qualcosa che forse non esiste più, sono tra due mondi. Sono nati in India, ma non sono indiani. Sono tibetani, ma non sono mai stati in Tibet. Uno di loro canta “I wish I could go to Tibet, I’m sure one day I’ll go to Tibet” (vorrei andare in Tibet, sono sicuro che un giorno andrò in Tibet). 

Mentre lo ascolto mi commuovo un po’ anche se non so cosa voglia dire non poter andare in un posto, posso solo immaginarlo.

Di tutto lo show mi piace una storia che viene raccontata. In un lago in Tibet ci sono due cigni e una tartaruga, per via della siccità il lago si sta asciugando, i cigni possono volare, ma non vogliono lasciare la tartaruga che è loro amica li. Volano via ma poi ritornano. Gli viene un’idea: mettono dei bastoncini sul loro collo e volando insieme riescono a trasportare anche la tartaruga. Si sollevano tutti e tre, volano via, passano le montagne, i fiumi. La gente li guarda sbalordita perché non hanno mai visto una cosa simile. Un pastore che li guarda estasiato gli dice: “che bello vedervi, ma di chi è stata l’idea?” La tartaruga dice: “la mia!” e cade giù. La morale è che solo la verità ci eleva e ci fa andare avanti. 

(Ale mi ha dato la sua versione – sbagliata – della storia e mi ha fatto ridere per un’ora).

Quando poi anche gli spettatori si cimentano nelle danze folcloristiche noi sgattaioliamo via.

Compro un libricino di poesie e storie di Tenzin Tsundue, l’attivista tibetano più conosciuto, lo leggo in un paio d’ore al peace caffè tra un tè alle erbe e uno sguardo alle montagne.

“I’m Tibetan. But I’m not from Tibet. Never been there. Yet I dream of dying there.” (Sono tibetano. Ma non vengo dal Tibet. Non ci sono mai stato. Ma spero di morire là.) 

Da McLeod Ganj, dopo esserci consultati, decidiamo di fermarci invece di proseguire per le montagne e di imparare a fare la carta riciclata da una piccola associazione di tibetani. Non è un corso vero e proprio, non ci sono classi, insegnanti o alunni, si va nel laboratorio, si osserva e si aiuta nel procedimento. 

Nel laboratorio lavorano tre persone Tentzo, Dolkar, Sonam, in ufficio lavora Yanagchen, Thashi che rilega e prepara ordini su richiesta e il manager Tenzin. 

Sono persone silenziose e sorridenti. 

Le tre persone del laboratorio parlano poco inglese ma conoscono le parole giuste: push – pull – up – down – thank you – sorry – good boy/girl – rest – tired.

Quella che si sente di più è thank you!

Sono persone generose con il loro tempo insegnandoci il lavoro anche quando li rallentiamo nel loro.

Passiamo in laboratorio sei ore della nostra giornata, tre la mattina con tanto di pausa tè, butter tea, tè tibetano salato, e tre il pomeriggio con pausa chai, tè indiano dolcissimo. Li aiutiamo in tutti i procedimenti: tagliamo la carta da riutilizzare, la mettiamo a macerare, la stendiamo sul telaio con i buchi per far uscire l’acqua, la schiacciamo sul cotone, la mettiamo ad asciugare, la ritiriamo, la stacchiamo dalla stoffa, la pressiamo e la sistemiamo. 

Non ho mai conosciuto qualcuno così disposto all’insegnamento prima d’ora, qualcuno così paziente, che ti dice sempre “slowly slowly” piano piano, perché imparare richiede tempo. 

Tentzo è la mia preferita, ti insegna senza spiegazioni tra un sorriso e una risata, ti dice spesso di riposarti, vuole sempre darci altro tè e biscotti e mi dice che ho un bravo marito: parla poco e lavora tanto. Durante la pausa guardiamo fuori e le faccio domande sul Tibet. È scappata nel 1995 attraversando l’Himalaya con un gruppo di trenta persone e con il figlio di un anno sulle spalle. È arrivata in Nepal e del viaggio mi dice solo “very difficult”, usa le stesse parole per descrivere i quarant’anni che ha passato sotto la dittatura cinese. 

Ogni tanto ci fa vedere delle foto di campi fioriti con gli yak che pascolano liberi, ci dice che le manca molto e abbassa lo sguardo. Quello che mi stupisce parlando con diversi tibetani è che non provano rancore o rabbia, raccontano le loro storie e poi dopo un po’ di silenzio sorridono. Sono buddisti del Mahayana e devono perdonare e avere compassione, anche di chi gli causa un’infinità di soprusi. 

Alcune volte passiamo sei ore a sminuzzare carta: vecchie lettere, giornali,  calendari, quaderni, opuscoli da cui si deve staccare la plastica della copertina e nessuno vuole farlo tranne me. Tagliuzziamo in cerchio davanti ad una pila di carta e due cesti dove in uno va la carta in bianco e nero e nell’altro quella colorata o patinata.

Mentre sminuzzo in silenzio, per un tempo indefinito, sento che sto imparando più che in qualunque corso di yoga, o in qualunque corso di campana tibetana, o di self love, tutti quei corsi di cui la città è piena, organizzati da turisti per altri turisti. A me basta sentire i loro discorsi nei ristoranti, quando, in un giorno di diluvio universale, riescono ad intavolare un discorso (ho sentito diverse persone fare questo discorso, lo giuro!) su quanto l’acqua faccia bene alle piante come se fosse la scoperta del secolo.

Oppure mi è toccato sentire da un ragazzo europeo che l’isteria è una caratteristica delle donne, lo ha detto perché c’era una ragazza (con lui) che piangeva perché doveva andare via. Mi sarebbe piaciuto dirgli che forse se fin da bambino non gli avessero detto che piangere è una debolezza ed è “da femmine” forse ora sarebbe una persona diversa e che il pianto non è un sentimento negativo, da attribuire a questo o a quel sesso. 

Ma non lo faccio e non lo fa nessuno al loro tavolo e quindi mi sfogo qui. 
Così a tutto questo preferisco stare a testa bassa impiegando il mio tempo in quel laboratorio, sapendo che per me è veramente importante. 

L’ultimo giorno di lavoro, nel pomeriggio, ci organizzano una festa, comprano i muffin, i salatini piccanti, i succhi di frutta e preparano il chai, il laboratorio si trasforma in una tavola imbandita se pur semplice. Poi, per ringraziarci del lavoro svolto, ci mettono al collo la tipica sciarpa bianca tibetana, si chiama khata e simboleggia la purezza, la prosperità, la benevolenza, il buon auspicio e la compassione, si usa nelle cerimonie religiose e non. Ci danno anche una busta con dentro un quaderno fatto a mano e una cartolina anche questa fatta con la nostra carta riciclata. Non me lo aspetto, nessuno di noi credo, e mi emoziono un po’, perché sono veramente gentili  e la gentilezza la sento sempre come una qualità meravigliosa che mi riempie il petto.

Con noi hanno lavorato per mezza giornata quattro canadesi sulla cinquantina, e Ale mi dice che mentre mi guardava nella tavola imbandita pensava che fossi molto socievole. Credo abbia ragione, perché io in laboratorio anche con i canadesi, principalmente due, ci stavo davvero bene. 

Ci abbracciamo tutti, ma quando saluto Tentzo e ci abbracciamo sento che ci vogliamo veramente bene e che non sono convenevoli. Tutti elogiano il nostro lavoro e poi come tutti i giorni ci salutiamo dicendoci “Miss you, love you” e ridiamo. Promettiamo di ritornare nei mesi invernali per imparare le diverse rilegature.

A volte mi sento profondamente vicina a questa umanità che vive in maniera così diversa dalla mia. 

Vado via con la pace nel cuore e un po’ di malinconia.

Quando non andiamo a lavoro camminiamo da un villaggio all’altro, passiamo del tempo nelle caffetterie sparse per il paese e andiamo in tutti i negozi del fatto a mano. Un giorno entriamo in un negozio che vende articoli per la casa e libri, io indosso la felpa con la bandiera del Tibet, il proprietario dopo un po’ mi viene incontro e mi dice che gli piace la mia felpa, che apprezza il fatto che la indossi e mi ringrazia.
Andati via ci fermiamo allo Shangrila, il ristorante vegetariano gestito dai monaci del monastero Gyudmed, dove lavora un monaco molto simpatico. 
Mentre guardo fuori aspettando i miei momo agli spinaci mi chiedo perché indossi la bandiera del Tibet. Non indosserei mai la bandiera italiana, non quella americana, quella inglese, quella indiana o quella dello Sri Lanka, le bandiere non mi sono mai piaciute, sono sempre indossate o sventolate da fanatici, da nazionalisti, da tutto quello in cui non mi riconosco. 
E allora perché indosso questa? 
Forse perché è proibita. O perché il Tibet come stato indipendente non viene riconosciuto da nessuna nazione al mondo. O perché dice chiaramente da che parte sto; dalla parte degli oppressi, dei deboli, dei rifugiati, da chi è riuscito a crearsi una vita altrove, da chi a suo modo resiste così che la cultura tibetana, almeno lontano dal paese, non muoia. 
Dopo quella volta in tanti per strada fanno apprezzamenti sulla mia felpa che peraltro è veramente bella, l’ho comprata da dei ragazzi dove faccio sempre acquisti, sono gli students for free Tibet. 

Forse perché è proibita. O perché il Tibet come stato indipendente non viene riconosciuto da nessuna nazione al mondo. O perché dice chiaramente da che parte sto; dalla parte degli oppressi, dei deboli, dei rifugiati, da chi è riuscito a crearsi una vita altrove, da chi a suo modo resiste così che la cultura tibetana, almeno lontano dal paese, non muoia. 
Dopo quella volta in tanti per strada fanno apprezzamenti sulla mia felpa che peraltro è veramente bella, l’ho comprata da dei ragazzi dove faccio sempre acquisti, sono gli students for free Tibet. 

Su un muro una mattina mentre andiamo a lavoro leggo questo: 

“I am a refugee. I have no one here. I don’t own a house or a car but I’m happy because I have freedom.”(Sono un rifugiato. Non ho nessuno qui. Non possiedo una casa o una macchina ma sono felice perché ho la libertà.)

“Libertà” questa parola così abusata, usata erroneamente che quasi ha perso significato, qui lo riacquista. Quella libertà che noi diamo per scontata ma che invece  dovremmo impegnarci a mantenere, sia per noi che già ce l’abbiamo e anche per chi viene nel nostro paese scappando dalla suo, tra le altre cose, anche per la mancanza di libertà.

I rifugiati tibetani sono grati all’India per averli accolti e vivono in maniera molto pacifica insieme. 

Il succo di tutto è che quello che forse ho capito in questo viaggio è che la vita è fatta di momenti da non perdere, che non dipendono da nessun altro se non da noi stessi e da come li viviamo. Quei momenti che ti fanno pensare che sia tutto lì in quel momento. Esattamente come quando avvolta in una coperta arancione, su Temple road circondata da monaci tibetani ho sentito qualcosa legato a ciò che non avevo mai visto prima; o la mia consapevolezza durante il canto di una moschea che mi dice che non ci sono nemici in nessuna parte del mondo; o ancora sminuzzando carta in silenzio, prendere coscienza dell’importanza di ogni pezzetto tagliato che poi, passando per diverse mani, diventa quel bel foglio irregolare ma robusto di carta riciclata. Sentendo l’importanza di ogni mano che sa insegnare senza alcuna gelosia.

Ps: so che potrei essere contestata quando dico che non ci sono nemici in nessuna parte del mondo soprattutto se guardiamo agli attentati così meschini che succedono ormai ovunque; ma io credo nell’unità e non nella divisione. Credo nelle persone che incontro, credo nella gentilezza e nella solidarietà che mi viene dimostrata ovunque. 

Sono stata male a leggere oggi degli attentati in Sri Lanka, sono tutti posti dove siamo stati, sono tutte chiese dove ci siamo seduti in silenzio, ma sono stata anche male quando ho letto dell’attentato in Nuova Zelanda, del vecchietto che era all’ingresso della moschea, dei fedeli che pregavano in un luogo di pace. 

Io voglio continuare a non credere ai nemici immaginari. 

Le foto sono tutte di McLeod Ganj, tra il laboratorio e le poche strade.