A Delhi sento una nostalgia infinita verso Varanasi. Lei, così autentica da non aver ceduto le sue botteghe alla vendita di souvenir da quattro soldi, lei così bella nella sua celebrazione della vita tanto quanto la morte, lei che ancora ha il cielo pieno di aquiloni colorati. Dove c’è silenzio, dove il tempo ha lo stesso ritmo del mio respiro, dove riesco a stare sola pur stando in mezzo a tutto. Lei che mi fa apprezzare ogni piccola cosa.

Questa volta passiamo più tempo al Manikarnika Ghat, beviamo il tè e ci sediamo su un poggiolo annerito dal fumo, sulle nostre teste delle rondini hanno fatto il nido e cinguettano, ai nostri piedi due vitelli di pochi giorni dormono beatamente, guardiamo giù dove ci sono le pire accese, ogni tanto ci arriva la cenere di chissà quale morto, arrivano cadaveri trasportati  sulle spalle di un gruppo di uomini di continuo, nessuno ci parla, e nemmeno noi ci parliamo. Quello che è chiaro è che passiamo una vita ad accumulare per poi andarcene in un sudario bianco. 

Un giorno mentre siamo nel nostro solito posto vicino a chai baba a guardare il fiume osservo delle donne che fanno dei riti per almeno un’ora, le guardo incuriosita da gesti che mi sono estranei, loro mi vedono e mi salutano, poi, dopo che tutto è finito, quando le noci di cocco bruciano insieme agli incensi e alle varie offerte, una ragazza tra loro mi dice di avvicinarmi: mi da’ due mandarini e 11 rupie (ogni numero con l’uno vicino è un numero sacro), le metto una mano in testa mentre lei mi tocca i piedi, le do’ la mia benedizione per non so cosa. Quando vanno via la madre mi dice “God bless you” che Dio ti benedica. Le saluto con una mano sul petto e quasi mi commuovo senza nemmeno sapere cosa sia successo. 

Questa per me è Varanasi, poche parole, poche spiegazioni, ma qualcosa che mi si accende dentro tutte le volte che ci passo del tempo. Questa città fa parte di un mio mondo che mi porto dietro, un mondo che non si può spiegare. 

Poi c’è Delhi che invece si può spiegare benissimo.

Delhi ha messo a dura prova il mio stato fisico e mentale. Il mio spazio vitale è stato compromesso dall’inquinamento, dal cibo e dalla gente.

La diarrea e i vomiti – spesso contemporaneamente – hanno poi dato spazio alla gola infiammata e alla febbre; ho osservato all’infinito quelle quattro mura macchiate arredate da uno specchio sporco, dalle tende con l’orlo fatto male e una televisione ultra piatta sempre spenta. Quando uscivo dalla stanza lo smog e la perenne polvere spazzata qua e là dagli abitanti mi faceva tossire di continuo, abbiamo contato per quanto tempo i piedi ci restavano puliti: 10 metri, fino a quando da un cunicolo buio e largo un metro non entravamo nella via principale. 

Ma la cosa più pesante è stata la gente, non parlo dei commercianti che non importa quante volte ti vedano passare vogliono sempre venderti il tabacco, acqua fresca, henné, pashmine, borse in pelle o fumo, non parlo nemmeno delle ragazze mendicanti con i bambini in braccio che vogliono che gli compri il latte in polvere, la cosa più costosa del supermercato (500 rupie a scatola, noi paghiamo 600 a notte in albergo per capirne il costo), così poi una volta acquistato possano dividersi i soldi con il proprietario del negozio e rimettere il latte in vendita, e nemmeno degli assillanti guidatori dei ciclo rickshaw che vogliono venderti qualunque tipo di droga, ma mi riferisco alla gente normale che ha voglia di parlare fino a che non se ne può più. Mi riferisco al nipote di Kalu, il nostro stampatore di biglietti da visita e adesivi, che ci parla dei suoi traumi infantili, delle regole dettate dalla sua religione (è Sikh), del fatto che il suocero fosse contrario al matrimonio perché lui non ha studiato e dopo tre anni ancora non parla alla figlia, o ancora al garzone di Kalu che ci chiede se dall’Italia gli portiamo un paio di scarpe Nike originali e ci invita già al suo matrimonio non appena le altre due sorelle più grandi di lui si saranno sposate (sono in otto tra fratelli e sorelle), ci parla del padre che beveva una bottiglia di whisky ogni sera (ora è morto) e al fatto che ha iniziato a lavorare per Kalu da quando aveva sette anni e ora (ha 22 anni) lo considera come un fratello e non come il capo, alla madre che ci invita a casa sua per preparaci i chapati. Kalu invece è una persona gentile e pacata che non parla troppo, il nipote invece, che vediamo tutti i santi giorni, ci parla ancora di soldi, di macchine, di alcool, tanto che quasi  penso che il suocero che ha studiato, abbia avuto quasi ragione ad opporsi alle nozze. O ancora al proprietario del ristorante dove andiamo sempre che si siede con noi e ci racconta fino a notte di quanto la polizia indiana sia corrotta, al grafico che quando finisce di lavorare si siede vicino e ci racconta la sua giornata, al ragazzo ritardato che ci domanda perché lui piaccia a tutti, alla ragazza americana che fa confusione sugli stati africani e che pur viaggiando da una parte all’altra non abbia idea di come e dove siano collocati i continenti; al cuoco cinquantenne/sessantenne che per qualche strana ragione parla solo con noi, ci dice che è musulmano e che ha lavorato in Arabia Saudita per quindici anni e ora vorrebbe andare in Europa/America/Australia per avere uno stipendio decente, ma i requisiti per il visto sono troppi e non ce la può fare. L’ultimo è quello che noi chiamiamo “zuccheriera”, io lo temo come la peste, lo conosciamo da anni anche se lui non si ricorda, e tutte le volte ti elenca TUTTE le parole che conosce in italiano tra cui: “zuccheriera, scoiattolo, pesca, pesche, pera” finché io esasperata non fisso lo schermo del telefono mentre Ale gli fa le giuste correzioni, poi quando decidiamo di scappare lui mi guarda e mi dice “grazie per avermi ascoltato” facendomi sentire in colpa anche se lui è un maledetto pesantone!

Con Ale, esausti, ci chiediamo perché la gente voglia raccontarci i fatti propri in maniera così pesante. Non abbiamo mai un momento per rifugiarci in noi stessi, anche quando siamo in quelle tristi quattro mura di camera nostra, il corridoio sembra un centralino, tutti passano il tempo a parlare al telefono per ore. Nell’aria di Delhi non c’è mai un minuto di silenzio, un minuto per pensare in pace, per leggere due pagine di un libro, si viene sempre continuamente distratti.

L’unica cosa che ho pensato dopo i racconti infiniti è stata la fortuna di avere la mia libertà; libertà dalla religione, dall’amore, dalla famiglia, dai doveri sociali, dai soldi, dal volere cose che non ho e che non mi posso permettere, dall’essere bloccata in un posto. 

Certo, ho pensato anche alle ingiustizie della vita.

Dopo una giornata estenuante di quaranta gradi prendiamo un treno notturno di dieci ore, poi tre diversi bus per una durata totale di cinque ore, e finalmente arriviamo in montagna. Arriviamo in una cittadina che adoro: McLeod Ganj, la conservo nel cuore da quando ci sono venuta nel 2007; da qualche parte dovrei avere una foto di me avvolta in una coperta arancione che sorrido circondata da bonzi tibetani mentre cammino su Temple road. Ricordo ancora quella sensazione di benessere e se mi concentro posso ancora sentire il mio stupore davanti a tutti quei monaci avvolti in coperte color porpora. Qui mi sento sempre la stessa di quella foto.

La cittadina è cresciuta rimanendo sempre più o meno uguale, le montagne alte con la neve sono tutte intorno, i tibetani sono sempre silenziosi e discreti e le solite scimmie impertinenti sono dietro le insegne dei palazzi, sugli alberi e la mattina ci svegliamo saltando da un tetto di lamiera all’altro.

Il bello della montagna è che il tempo cambia di continuo, la mattina è sereno e poi le nuvole si addensano coprendo le cime, arrivano i fulmini e i tuoni e poi la tanto attesa – per me – pioggia. Guardo ogni cambiamento dalla finestra del “peace caffè” davanti ad un tè caldo. La pesantezza  di Delhi sembra di un altro paese e così lontano da farmelo dimenticare.