La fine del viaggio in Sri Lanka si conclude a Negombo, un ex villaggio di pescatori che è cambiato troppo in fretta negli ultimi sette anni. Le case delle persone che vivevano sulla spiaggia sono state occupate da nuovi alberghi con gli scarichi che finiscono nell’oceano: un fiume nero di fogna che fa da casa ai corvi, e a cadaveri di animali. Le noci di cocco consumate a bordo piscina finiscono in riva insieme alle bottiglie di alcolici vuote consumate principalmente dagli abitanti del posto.

Le bellissime barche dei pescatori tipiche di questa zona, non sono più dei pescatori, sono state in gran parte comprate dagli alberghi per poter portare i turisti a fare un tour di mezz’ora, per renderlo più avventuroso lo chiamano “fishing tour” così poi possono anche cucinarti il pescato. Quando ce lo propongono gli chiedo quando sia cambiato tutto questo e mi dicono due o tre anni fa.

Anche la via principale è cambiata, i ristoranti troppo alla moda vendono un rice and curry vegetariano che va da 600 a 900 rupie. In realtà costa massimo 250. Troviamo un piccola bettola che serve cucina halal, quella adatta ai musulmani, quando siamo fuori ci viene incontro Abeer, (lo salutiamo in arabo e apprezza), ci dice che lui non fa distinzione di pelle ma lo stesso prezzo per tutti: 150 rupie. Ritorniamo da lui ogni giorno. Ci presenta il suo migliore amico che è indù, ma anche in questo caso ci dice che non fa differenza alcuna. Nel suo ristorante ci siamo noi e i venditori di braccialetti della spiaggia.

L’ultimo giorno ci salutiamo e ci lascia il suo numero di telefono, in caso dovessimo avere problemi in India ci dice di contattarlo. 

Alloggiamo in una piccola guest house alla fine della spiaggia, non ha le guardie e il cancello è sempre aperto, è gestito da una signora e dalla figlia che ha un bambino che piange sempre. La nostra stanza è molto semplice: un letto, uno specchio e dei brutti poster alle pareti. 

Una notte, anche se il letto è avvolto da una zanzariera, sento qualcosa che mi cammina sulla coscia, è piatto, d’istinto lo scaravento ai piedi del letto, ma quando accendo la mia luce da lettura non vedo niente e mi dico che sono sempre la solita paranoica e che sicuramente era solo un sogno. Dopo qualche ora vedo Ale con uno scarpone in mano: aveva una blatta sulla schiena ed era sicuramente la stessa che avevo io sulla sulla gamba. Era (perché è deceduta) grande quanto il mio pollice, antenne escluse. 

Uno dei miei peggiori incubi si è avverato. 

Un pomeriggio mentre camminiamo sulla spiaggia incontriamo un signore che ci dice “ehi vegetariani, vi ho visto nel ristorante del mio amico”. Chiacchieriamo un po’, gli chiedo se è nato a Negombo, mi indica un gigantesco albergo in costruzione dall’altro lato della spiaggia e mi dice che è di quella zona. La conosciamo quella zona, è una parte di spiaggia dimenticata da tutti, dove vivono i pescatori in casette fatte di lamiera e foglie di palma con dei tubi che scaricano acqua nera in mare, tutto è circondato da rifiuti e quando passiamo una ragazzina ci chiede se abbiamo dei dolci o dei soldi. 

Chiedo al venditore di braccialetti se è contento che stanno costruendo quell’albergo vicino casa sua, alza le spalle e mi dice che non è per lui ma per i bianchi, “è per te” mi dice.

Ci rimango male, mi sento buttata in una categoria in cui proprio non mi riconosco, il colore della pelle mi mette in un posto dove ai loro occhi siamo tutti uguali. Gli dico che non è per me, perché noi alloggiamo in una piccola guest house familiare. “Ah allora siamo ugualmente poveri” dice. Non è vero, ma annuisco, non capirebbe che in alcuni posti, anche potendoseli permettere non ci si va per scelta. 

Metre parliamo guardo l’albergo alle nostre spalle, è bianco, ha la piscina, i lettini e gli ombrelloni blu, c’è tanta gente sdraiata che guarda il telefono e dall’altra parte di un muretto basso con la recinzione ci sono i venditori di braccialetti che guardano i vacanzieri e aspettano che qualcuno faccia acquisti. Quel muretto spesso venti centimetri mi sembra una distanza infinita che separa due mondi. Due mondi che non si capiranno mai, due mondi lontanissimi, due mondi senza la minima comunicazione. Ci salutiamo stringendoci la mano nonostante non compriamo alcun braccialetto “souvenir”.

L’ultimo giorno andiamo a salutare anche il nostro venditore di tè sulla spiaggia, ci chiede quando ritorneremo nel paese. Sembra che anche se la città è cresciuta abbia mantenuto quella socievolezza da villaggio, da posti semplici.

Mi piace lo Sri Lanka, o meglio, mi piace la sua popolazione, mi piace la diversità delle sue comunità, mi piace chiacchierare con loro, anche se quando offro un tè a qualcuno ringraziano sempre e solo “sir” – Ale. 

Mi piace la sua natura, i suoi uccellini così colorati, gli elefanti, le farfalle blu, i fiori, le palme a ventaglio e quelle da cocco, i baobab che qui chiamano gli alberi elefante, sono sparsi in tutto il nord del paese lasciati dai mercati arabi, mi piacciono i pappagallini verdi che sono uccelli così comuni per i locali e invece per me sono sempre una visione, i cervi nelle stazioni degli autobus, e tutti gli animali mai visti prima; a volte quando attraversiamo la foresta e guardo dal finestrino mi chiedo quanta vita ci sia nascosta che noi non vediamo, eppure lei è lì. Mi piace essere svegliata all’alba dalle cornacchie o da chi spazza il patio della guest house, mi piacciono i porti dei pescatori e la loro quiete.

Non mi piacciono le blatte, quelle no.

So, e la cosa mi fa un po paura, che se dovessi ritornare tra dieci anni troverei tutto ancora più moderno e un po’ artificiale, l’unica cosa per cui sarei contenta è se la modernità potesse migliorare la vita delle persone. 

Per ora, con la perla dell’oceano indiano ci  ringraziamo e ci salutiamo. 

Abbiamo un aereo di poche ore per Calcutta e quando arriviamo mi sembra che invece qui niente sia cambiato: nella via del nostro ritrovo per pellegrini buddisti c’è sempre il solito signore che stira all’angolo, quello del chai, quello impegnatissimo ad aggiustare biciclette, tutti sono sempre nello stesso posto. 

Alla Bengal Buddhist Association ci danno la stessa cella di sempre, anche lei è uguale: le stesse ragnatele, gli stessi muri scrostati, la stessa roba sotto il letto; e quando vado in bagno mi dico che anche questo è sudicio come quando lo abbiamo lasciato. La famiglia dei senza tetto vicina vive sempre sullo stesso marciapiede, ma ha un figlio in più. 

In India sembra sempre che tutto rimanga immutato, mi sembra la stessa che ho visto la prima volta dodici anni fa. E se da una parte mi rassicura il non cambiamento, la non nascita di grattacieli e grandi porti, dall’altra penso alla gente e alla loro stessa pessima qualità di vita. Tutto cambia in modo lento.

Quando giriamo per Calcutta o quando la vedo dal finestrino del bus cittadino mi sembra bellissima: il vecchio è ovunque, i mercati che si animano sanno di vita, la diversità nelle facce della gente, le diverse fedi, ma quando stiamo andando via e la guardo dal treno vedo i palazzi sovraffollati, le strade sovraffollate, i marciapiedi sovraffollati, e mi chiedo come si faccia a viverci, penso che forse Calcutta mi piace tanto anche perché io poi me ne vado. 

Dopo le solite quattordici ore di treno arriviamo a Varanasi, le signore che avevo sedute vicino mi baciano le mani quando ci salutiamo. In India bastano quattordici ore di treno notturno per stabilire un rapporto con i passeggeri. 

Varanasi dal ponte ferroviario appare sempre bellissima: il fiume, le barchette, i vecchi edifici. La guardiamo dai finestrini del treno tutti in silenzio. 

Per me e Ale è un po’ come tornare a casa, i gestori della guest house appena ci vedono ci fanno le feste, il signore dell’alimentari è contento di vederci, così come il ragazzo dove compriamo i pantaloni larghi, il cameriere del ristorante dove andiamo sempre e il mio gioielliere di fiducia, tutti ci salutano come se ci conoscessero da sempre. Mi chiedo se sia una cosa giusta o meno ritornare negli stessi posti ogni anno, notare i cambiamenti, non essere più uno sconosciuto qualunque. 

Incontriamo anche il nostro amico sadhu Ashutosh con cui beviamo un tè e ci invita nell’accampamento di un altro sadhu per cena. Io odio andare alle cene in occidente, figuriamoci in oriente dove le attese sono infinite, si mangia per terra con le mani e si beve caffè con il latte. Tutto mentre loro fumano grandi chillum di erba.

Accettiamo. 

🙄

Quando arriviamo stanno ancora tagliando le verdure.  

Fumano, chiacchierano di cose inutili, discutono animatamente per la sparizione di una pipa per fumare. Una sorta di bar ma sotto una tenda arancione e tutti seduti per terra. 

Arrivano quattro persone della California che sono state fregate per la scarsa quantità di fumo che hanno comprato ad un prezzo troppo elevato, pero sono eccitatissime per questa cena tra i baba, io invece mi maledico, forse sto invecchiando, forse non li vedo più sotto la magia con cui li vedevo dieci anni fa. Sento il baba a capo dell’accampamento che si vanta del numero dei suoi discepoli nemmeno fosse Gesù Cristo, lo ascolto mentre parla e mi sembra l’ultimo degli imbecilli, poi escono fuori i telefoni per i vari selfie e quasi mi spazientisco. 

Beviamo prima il caffè con il latte, poi fumano l’ennesimo chillum e poi, finalmente, ci servono su un piatto di foglie un ottimo riso biriani con le verdure e il paneer. Tutto questo dopo due ore e mezza di nulla. I ragazzi americani invece sono contentissimi della loro esperienza “full of energy” e anche io sono contenta per loro perché è una cosa nuova, però per me non lo è perché l’ho vissuta non so quante altre volte e non ho più lo stesso entusiasmo perché i discorsi sono sempre gli stessi, le nuvole di fumo sono sempre più pesanti e le discussioni sempre più futili. 

Dopo che finiamo il riso salutiamo i californiani augurandogli un buon viaggio, il giorno dopo voleranno nel deserto dell’India conservandosi questo ricordo della loro giornata a Varanasi, io invece dico ad Ashitosh che la nostra guest house ha il coprifuoco (che è vero) e andiamo via. 

Mentre rientriamo parlo con Ale del libro i dolori del giovane Werther e mi sento così vicina a lui per la repulsione e la stanchezza verso i discorsi qualunquisti. 

La città invece mi da sempre delle belle emozioni, adoro bere il tè e guardare la gente che passa, il sole che sorge, camminare per le piccole vie, accarezzare le mucche, guardare i pappagallini verdi, scoprire per caso un martin pescatore nel patio della guest house. 

Varanasi per me rimane sempre uno dei posti più belli del mio mondo e spero che ne farà sempre parte.