Sono venuta a Jaffna sette anni fa da sola e anche in questa occasione mia madre mi aveva detto di non andare nel nord del paese. La guerra era finita da poco, c’erano militari ogni cento metri, palazzi con i buchi lasciati della guerra civile e case abbandonate. Il viaggio per arrivare era stato difficile, il bus veniva fermato in continuazione dall’esercito che controllava solo me e i Tamil, mi riempivano di domande sul perché volessi raggiungere Jaffna. Oltre le pressioni dei militari anche la strada mi metteva alla prova, era di terra battuta e ricordo che il viaggio era stato interminabile. Perfino trovare un albergo era stato difficile fino a quando qualcuno non mi indicò la casa di un vecchietto che parlava un ottimo inglese e affittava stanze; mi avvisava sempre sul non dare confidenza alle sentinelle ad ogni angolo di strada. 

La città però era bella: viali alberati, frangipani, chiese portoghesi e kovil Hindu, persone in bicicletta e pochissimo traffico. Durante la guerra il costo del carburante era salito fino a 20 volte di più del prezzo reale, costringendo gli abitanti a spostarsi in bicicletta. Conservo un bellissimo ricordo dei miei giorni a Jaffna, la gente non era abituata agli stranieri e questo li rendeva molto ospitali. 

Tutte le volte che devo ritornare in un posto che ha un pezzetto del mio cuore ho  sempre paura che il cambiamento, di solito in negativo, abbia rovinato tutto. Invece, a volte, i cambiamenti possono anche essere positivi. 
Per ora ci sono pochi turisti indipendenti, non ci sono i pulmini ad aria condizionata come nel sud e nemmeno i boutique hotel di Galle, i viali sono sempre alberati, i frangipani profumano le vie, la gente è sempre gentile, le signore che indossano il sari girano in bicicletta e anche i vecchietti con la loro eleganza naturale si spostano in bicicletta da villaggio a villaggio, ci sono meno militari, molte case sono state ristrutturate, e la stazione ferroviaria di Jaffna che io avevo trovato distrutta e morta da oltre vent’anni di guerra è stata ristrutturata e collega il sud al nord rendendo gli abitanti liberi di spostarsi. Le strade sono state tutte asfaltate. 
Certo, non tutto va per il meglio, perché i rapporti migliorino tra singalesi buddisti, tamil indù e tamil musulmani ci vorrà molto tempo. 
Come sempre nei nostri viaggi troviamo almeno un giorno di sciopero, la nostra albergatrice ci dice di fare attenzione per strada; i tamil vogliono risposte dal governo sui loro figli scomparsi nel corso della guerra. Risposte che probabilmente non avranno mai. Durante lo sciopero la città è i villaggi della penisola sono deserti, niente autobus, niente traghetti, treni o posti dove poter mangiare.

Affittiamo un motorino per qualche giorno così in questo ritorno Ale mi fa conoscere meglio la penisola e siamo liberi di fermarci dove vogliamo e chiacchierare con i vecchi che ancora ricordano le tigri tamil e non parlano benissimo dell’esercito  o del governo, e con i giovani che impazziscono per i nostri tatuaggi. 

Giriamo per cittadine desolate fatte di case abbandonate dove la natura si riprende il suo spazio; non si può non pensare a chi ha abbandonato quei luoghi, a chi non è ritornato dalla sua salvezza all’estero e a chi è morto. Chissà se anche a loro avranno detto “aiutiamoli a casa loro”.

Ci fermiamo in tanti villaggi di pescatori per cui nutro una nuova passione pur non mangiando pesce, mi incantano le barchette colorate da cui si può capire la religione di ogni proprietario, i pescatori intenti a riparare le reti, le signore che mettono il pesce ad essiccare, le garzerete che planano leggere sull’acqua, i corvi che si bagnano nelle pozzanghere, le statuine della madonna sulla spiaggia, i fari solitari sempre malandati dalla salsedine. 

Da Jaffna andiamo a Mannar, una piccola lingua di terra poco battuta dal turismo, anche qui le persone sono molto disponibili e sorridenti, ci salutano tutti. Alloggiamo da una famiglia che ha la casa in costruzione, su internet hanno delle ottime recensioni, ma io credo siano solo per il loro modo di porsi così pacato e disponibile. Sono cattolici e su diverse parti della casa si può leggere “che Dio ti benedica”.

Questa è la parte più povera dello Sri Lanka, dal villaggio di Telaimannar l’India dista solo trenta chilometri, ma i traghetti non partono più da quando c’era la guerra. L’ultimo è salpato nel 1994 carico di profughi che scappavano dalla violenza. (Fortunatamente il porto dall’altra parte era aperto a differenza di quello per cui verremo ricordati noi e gli anni bui dell’Europa).

Il villaggio di pescatori di Telaimannar sembra fuori dal tempo, il silenzio è uno di quelli che si fa sentire, c’è talmente tanto caldo che i cani si accucciano in acqua.

Giriamo per villaggi tutto il giorno e ogni tanto ci buttiamo in acqua, io completamente vestita per non mancare di rispetto agli abitanti di diverse fedi, e quando disperatamente cerco di strizzare i vestiti che indosso, arriva una coppia di occidentali che tranquilla si spoglia ed entra in acqua. Mi sento una scema, fino a quando i locali non mi dicono che apprezzano il mio rispetto nei loro confronti.

Prima di arrivare al nord siamo andati a Colombo dove il nostro bell’edificio coloniale pullulava di blatte e topi, ma per Ale era talmente tanto bello che tutto passava in secondo piano, uccidendo così tutte le blatte nei paraggi che venivano rimpiazzate da nuove ogni giorno. 
Colombo sta subendo una massiccia riqualificazione, i cinesi hanno investito in un nuovo porto che sarà più grande di quello di Dubai, costruiscono dei palazzi a vetri privi di carattere e dal faro non si vede più il mare perché hanno spiantato chilometri di sabbia per i loro nuovi grattacieli, per strada le bandiere dello Sri Lanka si alternano a quelle cinesi. Ci rifacciamo gli occhi con i vecchi palazzi dei coloni, quelli inglesi sono di gran lunga i più belli, ma anche loro sono stati trasformati in negozi o ristoranti di lusso per turisti. 

Da Colombo andiamo al sud che è strapieno di quel turismo di massa che tanto mi rattrista, in un ristorante indiano di Galle una famiglia di russi tratta male il cameriere con quel modo maleducato di trattare chiunque ai loro occhi sia inferiore, degli altri ragazzi dell’est Europa chiedono sempre allo stesso cameriere, in maniera maleducata, quale formaggio abbiano a disposizione e quando il cameriere non sa cosa dire (perché lui conosce solo un tipo di formaggio) rispondo io dicendo che non siamo in Europa dove può scegliere tra brie e parmigiano ma che nel sud est asiatico c’è solo un formaggio: il paneer. Irritata mi chiedo perché lascino i loro ristoranti di lusso per dei ristoranti dove va la gente comune se poi vogliono mangiare il pecorino, o pretendere che il cibo o i succhi di frutta gli arrivino immediatamente. O ancora pretendere la wi-fi nella speranza di poter sempre essere connessi: dall’albergo al ristorante – dal ristorante al negozio – dal negozio alla sala da tè. Viviamo nella costante ossessione delle notifiche.

Non credo al fatto che chi viaggia abbia la mente più aperta, ma solo che chi è predisposto ad imparare e ad adattarsi ha la mente più aperta, non chi si sposta.

Galle è bellissima, soprattutto all’alba quando non c’è nessuno, gli edifici coloniali sono mozzafiato, è patrimonio dell’umanità, per questo richiama tanto turismo.

Scappiamo sulla costa est dove è bassa stagione e ci sono pochi europei surfisti, l’ambiente è rilassato, le stanze costano poco e ci affittano un motorino dove percorriamo una strada che attraversa un parco nazionale dove l’ultimo giorno ci appare un elefante proprio mentre prendiamo il tè in un chiosco. La sera chiacchieriamo con il ragazzo della guest house, e faccio una domanda indiscreta, gli chiedo dello tsunami, ci racconta che la mattina faceva il bagno e il mare era strano, come se si fosse ritirato. Si è salvato solo perché è salito su una palma da cocco mentre tutto veniva spazzato via, è sceso solo quando è arrivata la protezione civile. Ha perso la famiglia e la casa. Dal 2004 nessuno degli abitanti vive più sul mare, ma ben lontani, sul mare ci sono solo le guesthouse per i turisti. 

Lo Sri Lanka ha avuto tante disgrazie, la peggiore è forse la guerra, ma una mattina su un cartello in un villaggio leggiamo una frase: unity in diversity is the strength of Sri Lanka. (L’Unità nella diversità è la forza dello Sri Lanka).

Mi auguro che un giorno verrà capito da tutti e non solo nello Sri Lanka.

“Ah, quante volte allora desiderai le ali della gru che mi sorvolava, per toccar la sponda dell’incommensurabile mare e bere alla spumeggiante coppa dell’infinito la inebriante voluttà della vita, e per un istante solo, pur nelle limitate forze del mio petto, assaporare una stilla della felicità dell’essere che tutto crea in sé e da sé.”


– tratto da I dolori del giovane Werther