Siamo passati dal Sahara alla costa atlantica, da cittadine impolverate a cittadine ventose affacciate sull’oceano. Queste ultime sono state meravigliose; i loro porticcioli, i pescatori, i pescherecci con i loro chili di sardine e le facce distrutte dell’equipaggio, con i gatti e i gabbiani in attesa della loro parte di pescato.

Quest’ultimo mese è volato e non siamo potuti restare in alcuni posti quanto realmente avremmo voluto. 

Ora siamo a Casablanca, la New York del Marocco, la città più popolata, la più aperta, la più cosmopolita, la più emancipata, la più ricca, la più trafficata, la più sporca, quella con più mendicanti, con gli edifici francesi più belli e con la Medina più brutta. 

Noi alloggiamo nella Medina perché la ville nouvelle è troppo cara per noi, così anche se tutti ce l’hanno sconsigliata perché ci “avrebbero derubato” siamo venuti lo stesso e abitiamo in una pensione gestita da signore gentili dove ci sono diverse stanze a disposizione e nessuna doccia. La nostra vicina di stanza ha talmente tanti figli che quando non piange uno piange l’altro. Aspettano un visto per la Spagna e quando mi lavo i denti nel lavandino comune mi guardano come se non avessero mai visto un’europeo in un albergo per marocchini. La notte per strada c’è casino, è veramente la peggior Medina che abbiamo frequentato o forse è anche la stanchezza di fine viaggio che non le rende giustizia.

Il nostro visto in Marocco è finito, ci avevano detto che tre mesi sarebbero stati troppi da dedicargli, ma si sbagliavano. 

Ci sono alcune cose che siamo contenti di lasciare: gli alberghi senza le lenzuola, le coperte che puzzano di piedi o i cuscini di dopobarba, i bagni in comune sporchi, l’acqua ghiacciata e le docce con i buchi tappati. Le cose che invece ci mancheranno sono di più. 

Ci mancherà incontrare chi ha vissuto in Italia e ci racconta di un bel posto ospitale che li ha accolti per diversi anni, dall’entusiasta venditore di dolcetti per strada che si siede con noi su una panchina e ci racconta la sua bella esperienza, al venditore di libri che ha quasi dimenticato la lingua, il venditore di ceramiche che ha vissuto in Italia per diciotto anni e ci fa lo stesso prezzo che farebbe ad un marocchino, il pizzaiolo che ci indica l’albergo economico e tanti altri. Ci piacerebbe che il paese dove siamo nati ritrovasse la sua solidarietà verso lo straniero, e che girando per l’Africa ci continuassero a dire “bella l’Italia, la migliore” o anche solo “mi sono trovato bene”. Proprio come loro trattano noi.

Ci mancherà la pace di alcune sale da tè, dove anche se si fuma ci chiedono se ci da fastidio “per il rispetto verso il prossimo” dicono, chi ci paga la zuppa per strada senza nessuna motivazione tranne quella di una breve chiacchierata o forse quella di stare con i nativi e fare quello che fanno loro, perché se vuoi cercare di capire un posto devi mangiare l’harira la sera con loro, il cous cous il venerdì e non gli altri giorni della settimana.

Ci mancheranno le signore che in spiaggia ci invitano a bere il tè sui tappetini della preghiera anche se non ci capiamo, o quelle che ci regalano le uova delle loro galline solo perché sto fotografando i loro panni stesi, il venditore di tè che ci chiede se vogliamo andare a casa sua; la quiete del venerdì pomeriggio, quando tutto chiude e le moschee sono gremite di fedeli, perché se gli altri giorni ci si può esimere il venerdì no, si deve pregare, la bellezza del venirsi incontro con diverse lingue: noi in arabo “shukran” e loro in francese “de rien”.

Sì, il Marocco è proprio un bel posto di cui sentiremo la mancanza. 

Oggi, mentre bevevamo un caffè in un bar, la moschea davanti a noi ha chiamato alla preghiera, era talmente tanto vicina che sentivo Allah Akbar nel petto, mi ha fatto commuovere un po’, è stato come un saluto, la chiusura del cerchio, quel canto, ne sono convinta, era solo per me. 

“The only thing that makes life worth living is the possibility of experiencing now and then a perfect moment. And perhaps even more than that, it’s having the ability to recall such moments in their totality, to contemplate them like jewels. Do you understand?”

– Bowles

Questa è una citazione che ho trovato in un altro libro di Bowles che ho letto in inglese e provo a tradurla. 

“L’unica cosa per cui valga la pena vivere è la possibilità di provare di tanto in tanto un momento perfetto. E forse anche più di questo, è avere l’abilità di ricordare questi momenti nella loro totalità, e contemplarli come se fossero dei gioielli. Capisci?”

Si, lo capisco.