Poco prima di partire per il Marocco mia madre si è raccomandata: “state lontani dai confini”.

Ce l’ha detto perché conosce la situazione, ma soprattutto perché sa che per noi i posti troppo turistici sviliscono tutto, sa che lo stupore a volte va cercato altrove, spesso lontano, ai margini del conosciuto e quindi sa che se possiamo, ci stiamo lontani. E poi quando sei in viaggio devi viaggiare, perché non c’è niente nella vita che ti da quel l’emozione di vedere tutto quello che non conosci, tutto quello che internet non ha ancora inflazionato, niente riesce a farmi pensare e a commuovermi come le ore passate accanto ad un finestrino.

Non potevamo stare lontano dal confine con l’Algeria, un confine chiuso da venticinque anni per via di territori contesi. Chiuso nonostante molti hanno parenti algerini, che per vedersi devono andare a Casablanca e prendere un aereo per Algeri, un viaggio lungo e dispendioso quando l’Algeria è aldilà delle montagne, a pochissimi chilometri da dove ci troviamo.

La prima città che incontriamo è Oujda. Una città che apparentemente ha poco da offrire, ma che il nostro albergatore ci fa conoscere meglio. Passiamo tanto tempo con Momo, il proprietario dell’albergo, che ha vissuto vent’anni in Inghilterra ed è ritornato in Marocco da poco per via della morte del padre. È in quella fase che non sa se rimanere o ripartire, vive nell’incertezza come tutti noi che siamo andati via e poi ritornati dove siamo nati, in bilico senza trovare appartenenza in nessun posto. Non è una sensazione facile, credo che tutti l’abbiamo provata, io ho capito solo dopo che è la chiave per sentire di appartenere un po’ ad ogni luogo.

Parliamo tanto di immigrazione, di Europa e di islamofobia, ci dice che tutte le volte che qualcuno legge il suo nome sul passaporto – Mohamed – la prima domanda che gli fanno con sospetto è se è musulmano. Ci dice che è come se si portasse dietro una valigia troppo pesante e aggiunge: “la religione non definisce chi siamo, se siamo buone o cattive persone, se siamo generose con il prossimo, se rispettiamo gli altri, quindi perché attribuirgli così tanta importanza?”. 

Perché la gente ha paura.

Passiamo con lui e i suoi amici la sera del capodanno berbero, la loro etnia è gli Amazigh. Andiamo ad un concerto che è già tutto esaurito ma ci fanno entrare perché siamo stranieri. Guardiamo il concerto, stiamo tutti insieme circondati da una gioventù stravagante che non ha niente da invidiare a quella di qualunque città europea. Ci invitano per cena ma per noi è tardissimo perché abbiamo un biglietto per la mattina dopo. Ci abbracciamo e andiamo via.

Usciamo dall’albergo alle 5:30 del mattino e ci addormentiamo sul bus mentre attraversa strade buie e città che ancora dormono. Ci svegliamo dopo qualche ora su un paesaggio brullo: il deserto. Non quello che abbiamo visto tante volte fatto da fotografie sorridenti sul dromedario che poi tutti chiamano cammello, e nemmeno quello dell’aperitivo al bivacco. No, questo è un deserto muto, senza dune ma solo pietre, dove una strada asfaltata lo taglia in due, dove le strisce al centro sono sempre tratteggiate perché non ci sono curve, dove non s’incontra quasi nessuno. Un deserto che appare sempre uguale, e solo ogni tanto compare un ragazzino seduto per terra con accanto la sua ombra e un gregge di capre, qualche casetta quadrata sparsa qua e là, alcune strade laterali in terra battuta che arrivano chissà dove, un deserto di pietra con qualche piccolo arbusto velenoso e tanti tralicci che trasportano energia elettrica. 

La polizia controlla il pullman tre volte e per tre volte prende i dati dei nostri passaporti, per quanto tempo e dove alloggeremo, alla fine delle domande ci dice “benvenuti”.

Arriviamo a Figuig, dove l’Algeria dista solo quattro chilometri.

Era una cittadina molto viva negli anni cinquanta, era un posto di scambi, di una certa popolarità anche tra gli stranieri; è un’oasi nel deserto, conosciuta per le sue 200.000 palme da dattero, un punto di verde in un mare di sabbia e pietre.

Alloggiamo da una signora che in soggiorno lavora un tappeto al telaio, la casa è tradizionale e spartana, fredda come tutte le case del Marocco, infatti dormiamo vestiti.

I posti di confine hanno tutti quell’aspetto immobile. Due uomini con il turbante che parlano all’angolo di un palazzo basso, due donne che camminano piano con i bambini sulla schiena, un cane con la coda tra le gambe, un uomo sdraiato per terra. Tutto ha un aspetto di eterna attesa.

Le frontiere chiuse fanno morire piano piano le città, non ci sono più merci di scambio, opportunità, vita, molti vanno via da questo posto che è così arido e desolato, i giovani vanno altrove perché la prima grande città vicina si trova a quasi quattrocento chilometri, restano solo i vecchi che si ritrovano al bar e in piazza con il tipico jellaba, il vestito tradizionale che hanno ereditato dai fenici; restano le donne anziane che ancora indossano l’abito tradizionale bianco che sembra un grande lenzuolo, quello che lascia scoperto solo un occhio. 

E noi cosa ci facciamo? Guardiamo un Marocco che sembra lontano anni luce da Marrakech, ammiriamo quello che presto o tardi scomparirà, osserviamo le piazze tranquille mentre beviamo un tè, mangiamo datteri di diverse varietà, ascoltiamo immobili il canto del muezzin dalle poche moschee circostanti che spuntano dalle palmeraie, attendiamo che escano le signore vestite di bianco.

Saremmo dovuti restare due giorni che poi sono diventati tre e poi quattro. Ma onestamente quand’è che nella vita ritorneremo a Figuig? 

Cerchiamo di prendere quello che possiamo, lasciando da parte altre città; quando si è in viaggio bisogna fare i conti con quello che vale veramente la pena vedere, le dune, per questa volta le lasciamo agli altri. Questo è uno di quei posti che per qualche strana ragione ci fa restare ammaliati; le poche auto, il silenzio perenne, la consapevolezza di aver trovato un piccolo pezzo di terra così lontano da tutto e quasi inesplorato. 

Le signore per strada ci dicono “benvenue a Figuig” e alcune volte di pomeriggio, quando il sole è troppo forte e la città diventa deserta, ci sediamo su una panchina, e mentre ci prepariamo una baguette con il formaggino capita che qualcuno ci inviti a casa loro per pranzo. Forse non siamo più abituati alle gentilezze perché ci sorprendono sempre. 

Sento che ci sono alcuni posti per cui valga la pena allontanarsi da tutto, con la consapevolezza che nessuno potrà toglierci il nostro pezzetto di Figuig.

Ps: quando stavamo andando via la padrona di casa ci ha regalato un chilo di datteri. ♥️

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

– Italo Calvino,

tratto da Le Città Invisibili