Con tanta curiosità arriviamo a Tangeri, patria di scrittori e artisti negli anni cinquanta, posto di perdizione e inevitabilmente di cultura perché tutto il mondo si trovava proprio lì. La Medina è bella ma con troppe chincaglierie, la Kasba invece è molto più bella e tranquilla.

Poi ci sono tutti gli altri posti che venivano frequentati dagli scrittori tra cui Bowles; al Gran Cafè de Paris andiamo quasi tutti i giorni per fare colazione, è un posto vecchio con interni in pelle, legno e sughero alle pareti, è frequentato dai locali e da qualche europeo, perché come sappiamo la letteratura non fa aumentare il turismo, anzi ne crea uno silenzioso che quasi non si vede. 

Cambiamo albergo o meglio pensione per tre giorni di fila, in uno, che abbiamo scelto perché in un vecchio edificio con soffitti alti (pieno di ragni) e camere grandi, Ale discute con la vecchia padrona di casa per l’acqua che consuma durante la doccia (anche io glielo dico sempre), così lui con l’asciugamano in testa parla in francese con la signora che parla arabo. Intuisce che la signora voglia i soldi per la doccia. La mattina dopo andiamo via alla ricerca di un altro albergo, solo un signore che vede la nostra disperazione ci accoglie, le camere costano 250 Diram (25€), ma noi possiamo spenderne solo 150 (esagerando), ci pensa un attimo e ce la dà. È piccola ma perfetta, ha anche le lenzuola, l’unica pecca è che un ospite prega nel corridoio all’alba e ci sveglia tutte le sante mattine. Stiamo per altri quattro giorni tra il cinema RIF, che è un cinema storico, a bere tè alla menta e vedere film in arabo con sottotitoli in francese, il più bello di tutti è un film sui rifugiati siriani in Libano. 

Andiamo per musei e in giro, vediamo il lungomare che cambia, bei palazzi antichi contro nuove costruzioni a vetri, propongono spa e alberghi a cinque stelle.

Ma più di tutto c’è un angolino che mi piace nella Kasba, in realtà è un parcheggio e un ritrovo di gatti randagi malconci, ma da dove si può vedere l’oceano con la Spagna dall’altra parte, che nelle giornate limpide la sua costa è chiarissima e vicina, affianco al parcheggio c’è una moschea bianca e vedere acqua con il muezzin che ha il richiamo più bello di tutti perché è proprio un canto, c’è un signore che porta da mangiare ai gatti, le donne che vanno al negozietto sottostante. È il mio luogo di pace di cui vorrei portarne via un pezzo per tenerlo con me. 

Dopo giorni di vagabondaggio arriviamo a Chefchaouen, io c’ero già stata e ne portavo un magnifico ricordo di questa cittadina completamente blu. Negli anni deve esser piaciuta molto anche a tanti altri perché è piena zeppa di gente, tutte le botteghe si sono trasformate in negozi di souvenir e l’assillo da parte degli spacciatori è continuo. Siamo sulle montagne del Rif dove viene prodotto l’hashish. Quasi un milione di persone dipende direttamente dalla cannabis e probabilmente un altro mezzo milione sopravvive grazie ai traffici derivati dalla distribuzione e dalla vendita clandestina. Il Marocco è il primo produttore al mondo e i consumatori principali, specialmente qui, sono gli europei. 

È comunque illegale.

Usciamo all’alba per evitare almeno in parte tutto il casino derivato da quella macchina, per me traumatica, che è il turismo di massa, dopo le dieci del mattino ci sono degli angoli precisi della Medina dove chiunque vuole farsi fotografare, con l’abito da sera, senza maglietta, vestiti da marocchini etc. Io li osservo senza capire da dove arrivi tutta questa finzione. Belli e sorridenti, il nulla. Lo trovo patetico; un po’ mi dispiace vedere questa umanità senza emozioni per quello che c’è oltre la loro immagine riflessa.
Noi ci rifugiamo nei soliti angoli nascosti. La sera andiamo a mangiare in una bettola, frequentata solo da marocchini maschi, che prepara cinque piatti, e tutti i giorni gli stessi. 

Mentre siamo assorti sulla nostra harira, una zuppa di legumi – 4 diram a scodella – alziamo lo sguardo e vediamo due spagnoli vestiti per bene sulla porta, sembrano due pesci fuor d’acqua. Con Ale ci diciamo: “e questi da dove sono usciti?”. Penso che la vita mi sta dando il solito insegnamento che non imparo mai: non giudicare mai e soprattutto non dall’apparenza… Invece no, la coppia vuole una bottiglietta d’acqua in un posto dove si beve solo acqua del rubinetto e tutti bevono dalla stessa tazza di plastica azzurra. Scappano via. E noi sorridiamo. 

Andiamo al forno vicino ad un vecchio mulino dove il fornaio con i dolcetti che compriamo ci offre il tè e io do il peggio del mio spagnolo inventato con cose tipo: “los gattos” o “prendemos” o ancora “andandos”. Con Ale poi ridiamo. 

Attraversiamo le montagne del Rif per arrivare sul Mediterraneo, la vegetazione è come la nostra, ci sono i mandorli in fiore, le ginestre, il fico d’india, da lontano le moschee possono sembrare delle chiese perché il minareto è a pianta quadrata e somiglia a un campanile, l’unica differenza sono i bambini a cavallo di un asino che vanno a prendere l’acqua e le signore con il fazzoletto in testa che portano al pascolo le pecore. 

Tutte le somiglianze mi commuovono un po’, sento che siamo uniti da un filo che è quello di essere popoli del Mediterraneo. Così simili, così aperti, così intimamente uniti.

“La morte è sempre in cammino, ma il fatto che non sai quando arriverà sembra togliere importanza al fatto che la vita è limitata. È proprio quella terribile inesorabilità che noi tanto detestiamo. Ma, poiché non sappiamo, finiamo per pensare alla vita come a un pozzo inesauribile. Eppure ogni cosa accade soltanto un certo numero di volte, e un ben piccolo numero, in effetti. Quante altre volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia, qualche pomeriggio che sia così profondamente parte del tuo essere per cui tu non possa nemmeno concepire la tua vita senza quelle ore? Forse altre quattro o cinque volte. Forse nemmeno. Quante altre volte guarderai sorgere la luna piena? Forse venti. E tuttavia tutto sembra senza limiti”.

– Paul Bowles

tratto da Il tè nel deserto

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