Io ho sempre preferito i posti di montagna: difficili da raggiungere, tradizionali, lontani; ma quando poi mi trovo in un posto di mare, soprattutto qui in Marocco, la mia preferenza viene messa in discussione. Mi piace l’apertura della gente verso il prossimo, l’oceano che mi fa sentire piccola per quella sua vastità e la sua forza, i pescatori, il bianco sui muri e l’azzurro sulle persiane.

Arriviamo a Larache per sbaglio, perché l’autista del pullman non ci ha avvisato della nostra fermata 40 chilometri più a sud, in un villaggio di pescatori. Quando ci scaricano con gli zaini in una stazione deserta decidiamo di restare e facciamo la cosa giusta perché la cittadina è bella.

Questa parte del Marocco era spagnola, così, io che faccio progressi con il francese, perdo ogni speranza perché qui si parla spagnolo. Tutto si svolge attorno a piazza di Spagna che ora è piazza dell’indipendenza, i palazzi coloniali mantengono il loro fascino e anche la cattedrale che viene aperta solo il sabato è caratteristica, è bianca e blu come tutta la città. La Medina è una piccola chicca snobbata dal turismo e per questo ha tenuto quel vivo tipico marocchino, ci sono i bambini che giocano con le trottole che fanno provare anche ad Ale, ci sono i sempre presenti gatti, i vecchi forni dove si porta il pane a cuocere, le moschee che sembrano di zucchero, i venditori di “pizza marocchina” che ricorda la polenta, il nostro caro venditore di succhi di frutta e le ragazze della boulangerie che in spagnolo forse si chiamerà pasticceria come da noi.

C’e anche una galleria d’arte, dove la ragazza che elogia la sua città ci paga un taxi per andare in una piazza: piazza della tolleranza. È chiamata così perché su tre lati ci sono un cimitero musulmano, uno ebraico e uno cattolico. Avete presente quando si dice “a casa loro non ce lo permetterebbero”? Ecco, non è così. In Marocco si sente in particolar modo quello che Abdullah chiamava “cohabitation” coabitazione tra le diverse culture del Marocco. Per questo ci si sente così accolti quando si arriva qui, quando diciamo che potremmo viverci la risposta comune è “siete i benvenuti”. 

Restiamo a Larache per quattro giorni con una gita di un giorno al villaggio dei pescatori che avevamo saltato per sbaglio. Moulay Bousselham come prima impressione sembra da dimenticare, ci sono molti europei in pensione e il paesino è cresciuto – male – a dismisura.  

Quando passeggiamo su una spiaggia di pescatori, guardando in basso mi chiedo cosa sia che rende questi posti, nell’ideale comune, così romantici, perché in realtà sulla spiaggia vedo solo interiora di pesce, polistirolo e vecchi motori di barche.  Poi mi siedo in un angolo e aspetto, guardo tutte le barchette colorate, i gabbiani appollaiati, le garzette che volano a pelo d’acqua, l’agave fiorita, il sole che piano piano di abbassa lasciando il cielo rosa, Ale che dice “un altro giorno è finito”. 

Mi viene in mente un pezzo delle città invisibili dove Calvino descrive chi guarda solo in basso e di una città vede solamente le cartacce, i rigagnoli di sporco, a differenza di chi sta sempre con il naso all’insù e vede tutto il bello.

Il giorno di Natale, che sembra un giorno qualunque anche se ci fanno gli auguri, prendiamo un taxi collettivo, cioè una vecchia merchedes con sette passeggeri quando dovremmo essere in cinque per arrivare ad Assilah, un’altra città di mare a cinquanta chilometri. 

La Medina è molto bella, è talmente tanto pulita da sembrare fasulla, non ci sono gatti perché sono stati avvelenati per tenerla così ordinata, ci sono pochi negozi per turisti e tanti appartamenti di europei che hanno fatto salire il mercato delle case alle stelle. Anche qui dopo la prima impressione negativa si cambia idea conoscendo le persone, Mohamed che ha studiato in Italia ci invita a casa sua per un caffè, e tra le chiacchiere ci dice che è meglio non parlare della situazione politica in Italia🤦🏽‍♀️, Sadik che fa il calligrafo ci parla della sua vita in Spagna, un ragazzo spagnolo contrabbandiere di tabacco e esiliato ci parla dei piatti tipici del Marocco mentre un’altro signore ci da le ricette, un altro Mohamed ci racconta dell’Italia dove ha vissuto e lavorato e ne parla inebriato d’amore per quella terra che sembra tanto lontana. 

Io invece sento già che mi sto affezionando a tutto quello che lui non vede: al modo diverso della chiamata di ogni muezzin, al suono delle cicogne nel periodo dell’accoppiamento, ai loro giganteschi nidi che non vengono distrutti, a tutti i gatti randagi, agli asinelli tristi, ai venditori d’acqua con la campana, alle piazze piene di gente, ai porticcioli, alle barchette colorate, agli uccelli bianchi africani appollaiati sugli alberi la mattina presto, ai ringraziamenti con una mano sul petto. 

“Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere i suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro è ora è il presente di qualcun altro. […] 
Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.”

– Italo Calvino, Le città invisibili