Incontriamo Abdullah in un villaggio mentre esce da una moschea nell’ora della preghiera. Ci colpisce perché è altissimo. È vestito in maniera tradizionale con una lunga tunica beige, una specie di turbante sulla testa e le scarpe completamente rotte. In viso ha delle rughe profonde anche se avrà una cinquantina d’anni.

Chiacchieriamo tra inglese e francese per 6 chilometri. È divorziato perché con l’ex moglie non sono riusciti ad avere figli e non si è più risposato.

Quando arriviamo nella nostra cittadina beviamo un tè con menta e assenzio in foglie in un piccolo bar che gestisce una signora gentile. Una teiera per tre 6 dirham, 60 centesimi. Ci salutiamo dandoci appuntamento al souq (mercato) della domenica.

Non sappiamo come abbia fatto a vederci in un mercato gigantesco diviso in reparti: il bestiame, la carne delle bestie morte sulla brace, ortaggi, vestiti usati, vestiti nuovi, scarpe, utensili da meccanico, utensili per la cucina tra cui pentole usate senza più la parte antiaderente, finestre già assemblate, tappeti, furgoni e tutto quello che a noi sembrerebbe invendibile come ventilatori senza pale, ecco, lì ci sono! 

Camminiamo insieme. Ci porta a casa sua, che è vicina al souq, ci preannuncia che è una casa tradizionale, di quelle fatte di fango.

La casa è spoglia ma molto accogliente, è luminosa, ha un lucernario di plastica trasparente nel tetto fatto di stecchi. 

Nella stanza principale c’è un letto con delle coperte ammucchiate, un tappeto rivolto verso la Mecca per la preghiera,  una piccola credenza, una piccola tv, una piccola stufa con sopra i resti della cena del giorno prima: una scatoletta di sardine in olio piccante e delle briciole di pane. La minuscola radio trasmette musica internazionale; suona Tracy Chapman che mi pare stia benissimo nel contesto. 

Il bellissimo gattino bianco e nero che dorme con lui ha vomitato nell’ingresso. Arriva anche un altro gatto affamato che mangia pezzi di pane.

Gli chiedo la traduzione di alcune scritte in arabo sulla parete, le cerca in un libricino – che è il Corano – e ci spiega che riguardano i defunti. 

Ci prepara il tè e dividiamo una semplice pagnotta tipica del Marocco. Il pane qui non costa nulla, lo mangiano con tutto, anche con lo yogurt. 

Quando andiamo via la sua vicina di casa, che ha sette figli con le candele al naso, ci invita a casa sua per bere il tè, ma gentilmente decliniamo l’invito. 

Con Abdullah ci rincontreremo nel pomeriggio; non sappiamo cosa si aspetti da noi, non è un venditore perché non possiede nulla, non è una guida perché nella città non c’è molto da vedere, forse è solo una persona incontrata per caso che si sente sola. Decidiamo di dargli una busta con dentro mandarini, un paio di scatolette di sardine come quelle che abbiamo visto a casa sua e un pacchetto di sigarette; qui le sigarette si vendono singolarmente 1 DH l’una, o 12/20DH il pacchetto, lui le compra sempre sfuse. 

Quando gli diamo la busta ride, ci ringrazia e mangia subito i mandarini con avidità, i mandarini sono su ogni banco, e costano solo 50 centesimi di euro al chilo, ma pare quasi che non li abbia mai mangiati. Noi li compriamo di continuo. 

Ci salutiamo e ci dice di scrivergli o di passare a trovarlo. 

Purtroppo solo libri in arabo e francese

La nostra cartina con il percorso fatto in un mese mostra piccoli spostamenti, 90 chilometri alla volta, pochissimi posti conosciuti, e molte cittadine o villaggi che non hanno niente di famoso, niente di importante da vedere. Forse il viaggio non dovrebbe essere un continuo visitare monumenti, ma vedere quei posti dove non c’è proprio niente. 

I miei posti preferiti sono quei villaggi che non sono scritti sulla guida, quelli dove si arriva perché si sta andando da qualche parte che invece è scritto sulla guida… Che quando poi ci si arriva, dopo chilometri, ci si rende conto che la parte più bella è stato il cammino. 

Spesso lungo la strada non ci sono negozietti, nemmeno ristoranti, ma a volte capita che una persona si accorge della nostra necessità di cibo e ci dà dei mandarini, qualche banana e un tè berbero senza volere niente in cambio. 

Spesso ci dicono “Benvenue au Maroc”, ogni occasione mi chiedo quante volte noi lo diciamo agli stranieri che vediamo per strada, in fondo non credo che siamo poi così diversi. 

Potrei raccontare anche dei pesanti venditori di tappeti che ci esasperano per una vendita, ma che di solito con noi perdono solo tempo e tè per convincerci. Ma se decidessimo di comprare qualcosa vorremmo farlo tramite le donne che sono quelle che più si danno da fare, quelle che ci fanno i prezzi più onesti per le camere, quelle che le tengono veramente pulite, quelle che ci invitano a mangiare il cous cous con loro dallo stesso piatto il venerdì.

Maroc c’est magnifique.