Molti prima di partire per il Marocco ci hanno elogiato questa parte del nord Africa, ma io credo che nel pensiero collettivo ci sia una Médina colorata, magari proprio quella di Marrakech con le sue ceramiche bellissime, i tappeti, i cesti, le scarpette marocchine e una parte di paccottiglia varia. Questa immagine spiega le due ore di fila del controllo passaporti all’aeroporto di Marrakech e i prezzi esorbitanti per tutti i riad della città. 

Valle Aït Bougomez 6394 My Own Way 2018

Abbiamo alloggiato nell’albergo più a buon buon mercato della Medina, 100 diram, 10 euro, un albergo talmente spoglio che pareva gli avessero rubato i mobili. Camera doppia con pareti rosa, un lavandino e bagno da condividere, ma lo staff con cui ci capivamo a mala pena era molto gentile. 

La prima sera abbiamo pensato che avessimo di nuovo tutto da imparare: la lingua, il cibo, gli usi e i costumi, il valore della moneta. Per paura di essere imbrogliati abbiamo cenato con fave e ceci bolliti comprati in un bancchetto per strada che vendeva solo quello. Abbiamo impiegato tre giorni per capire dove fosse la stazione di autobus pubblici. Solo ora capisco perché  avrei dovuto studiare francese a scuola, l’inglese qui non serve a nulla. 

Dopo tre giorni pieni a Marrakech ne avevamo abbastanza, non vedevamo l’ora che il viaggio iniziasse veramente. Come siamo entrati alla stazione degli autobus tutti ci ripetevano “Agadir Agadir Agadir”, che è un’altra città sulla costa molto turistica, e come abbiamo risposto “Demnate” si sono dileguati. 

A pochi chilometri da Marrakech è apparso un’altro mondo: terra rossa, case basse, persone sugli asini, palme, uomini accucciati agli angoli delle case. Mi sono sentita in Africa. 

Dopo due ore di bus arriviamo a Demnate. Troviamo un albergo che ha tante stanze, il proprietario ci chiede 150 diram, troppo, gli chiediamo uno sconto, propone 140, un euro in meno, gli chiedo quanto ci può fare per tre notti, e lui ci dice 140 x 3… gli diciamo 300 per tre notti e accetta. La stanza è quel che è, già dal quarto giorno in Marocco togliamo dallo zaino i lenzuolini di emergenza. Il bagno è da dividere con gli altri ospiti, la doccia è chiusa da un lucchetto. Sembra decente, ma non sappiamo che all’ultimo piano c’è una sala da tè frequentata da uomini che guardano le partite fino a tardi e che anche loro dividono il bagno con noi senza mai far scendere l’acqua quindi dopo poche ore diventa una latrina. 

La cittadina è molto viva, il mercato è frequentatissimo, sembra ci sia gente indaffarata di continuo. Per strada ci salutano. Tra i marocchini c’è chi si ferma con noi e ci parla in italiano, hanno un’ottima concezione degli italiani e ognuno ha almeno un partente che vive in Italia, o loro ci hanno vissuto per qualche tempo. Ci troviamo bene, bagno a parte, ma tre giorni sono veramente tanti, finisco un libro. 

Non sappiamo come si è sparsa la voce sulla nostra prossima destinazione e un’autista viene in albergo per dirci che lui parte l’indomani mattina e se vogliamo può tenerci due posti, accettiamo. La mattina dopo ci ritroviamo su un furgoncino stipato di gente che si arrampica per le montagne. La strada è disastrata e con troppi precipizi che mi fanno stare con il fiato sospeso, l’autista che si perde in chiacchiere è bravo, o forse il furgoncino è talmente vecchio che non riesce a fare più di trenta all’ora. In un villaggio una signora gli porge una pagnotta ancora calda che lui divide con tutti i presenti nel furgone, noi compresi, e ci sembra un bel gesto. I villaggi berberi che si incontrano sono mozzafiato. Le signore berbere che soffrono il mal d’auto sono tutte da osservare con i loro copricapo colorati, le mani scure dall’henné e le rughe profonde. 

Ci fermiamo a Tabant, un villaggio ai piedi dell’Alto Atlante innevato, c’è freddissimo e cerchiamo una camera. Non c’è niente a poco prezzo, e ne troviamo una che per noi è un lusso, bagno in camera e stufa a legna in una stanza comune. Volendo potremmo mangiare nella casa, ma costa troppo e optiamo solo per la stanza. La sera ceniamo con mandarini davanti alla stufa e alle 21 siamo già sotto le coperte.

Ogni giorno facciamo venti chilometri a piedi tra i villaggi berberi fatti di fango, più ci spingiamo oltre e più le persone sono vestite in modo tradizionale, le signore ci guardano tra le grate delle finestre. 

Questa valle che si chiama Aït Bougomez (valle felice), fino a quindici anni fa era inaccessibile nei mesi invernali, se non a cavallo di un mulo.  L’asfalto ha portato un’apertura verso il mondo, ma principalmente durante l’estate, ora oltre noi ci sono quattro europei: una signora tedesca che ci vive perché ha sposato un berbero, un’austriaca che insegna in una scuola privata per tre mesi e altri due con cui ci salutiamo ma di cui non sappiamo nulla. 

Nel nostro villaggio vive Omar, un ragazzo che ha una piccola bottega e che ci ha fermati per chiederci se con noi avessimo dei libri perché gli piace leggere. Quando gli dico che li abbiamo in italiano mi ti risponde in modo triste che lui legge solo in inglese, francese e tedesco. Con Omar passiamo molto tempo, è l’unico nel villaggio che parla inglese , ci presenta alla famiglia, ci fa fare colazione con loro e una volta anche una cena vegetariana. Gli manderemo dei libri in inglese dalla prima grande città in cui andremo.

Dopo due giorni Ale vuole rimanere ancora, ma vuole cambiare casa per risparmiare quattro euro che useremo per mangiare; rinunciamo così al fuoco serale, al bagno in camera, all’acqua calda perenne in cambio di una casa accogliente ma con acqua calda a tratti, due materassi per terra, il bagno in comune e una padrona di casa dal volto coperto molto gentile e il figlio adolescente Yassin con cui non ci capiamo. In una giornata di pioggia la signora ci prepara la colazione e il pranzo vegetariano. 

Ogni giorno ci chiediamo se vogliamo stare ancora, e ogni giorno ne aggiungiamo uno. Perdiamo ogni contatto con l’esterno, non c’è internet e non c’è campo. Intorno abbiamo le montagne innevate più alte dell’Africa settentrionale, le casette di fango si mimetizzano con le colline in cui sono incastrate, il freddo è perenne perché siamo a 1900 metri di altitudine, tutto sembra appartenere ad altri tempi, le persone vanno a cavallo sui dei bellissimi e tristi asinelli che fotografiamo in continuazione, gli uomini sono incappucciati nelle tuniche tradizionali, le signore col velo ci salutano per strada, i contadini ci regalano delle buonissime mele farinose.

Cerco di vedere tutto togliendomi dalla testa i preconcetti che abbiamo sull’islam, così mi godo i cinque richiami che vengono dai minareti dei villaggi, Allah Akbar si ripete nella valle in un bellissimo canto, conosco gli orari precisi dell’ora della preghiera perché voglio godermeli, forse quel minuto è l’unico in cui mi sento nel presente, grata del fatto di esserci; anche quello della mattina mi sveglia quando ancora è buio, e mi dice che la giornata sta per cominciare ma che ancora posso stare sotto le due pesanti coperte.

– Claudia