Ale vuole che io faccia un post di fine viaggio, ma io sono un po’ scettica, perché per me il viaggio è finito la nostra ultima sera a Varanasi. Quella sera di luna piena in cui ci siamo seduti in riva al fiume e abbiamo osservato in silenzio. Di fianco a noi mamma e figlia fanno palline di pasta che gettano ai pesci. Ho sentito quanto fosse un bell’insegnamento quello di sfamare la vita piuttosto che mangiarsela. Ho pensato alle persone vicine e quelle lontane, e che le cose belle della vita non si comprano e non si vendono. Ho pianto. Sono stata bene.

Mi sono lavata la faccia con l’acqua del Gange, mi sono buttate alcune gocce in testa e ho ringraziato la mia buona sorte.

Questa per me è la mia perfetta conclusione.

L’arrivo a Delhi è stato come un calcio in faccia: caldo, traffico, umanità onnipresente, venditori di tutto, mendicanti insistenti, diarrea perenne.

Abbiamo cercato, almeno io, una via di fuga verso Mathura.

Una delle 7 città sacre dell’India, dove è nato Krishna, su uno dei 7 fiumi sacri: lo Yamuna. La città è vecchia e bella, ma il suo turismo fatto di persone che dopo un giorno vanno via la rende ossessionante dal punto di vista di venditori, barcaioli, rickshaw e delle maledettissime scimmie che sono ovunque e non si può stare tranquilli sul fiume.

Siamo rimasti cinque giorni con una tappa a Vrindavan, la città dove Krishna ha passato la sua giovinezza e la patria degli Hare Krishna.

Oltre il caldo sfiancante e lo stress dato dalle scimmie che rubano gli occhiali da sole, abbiamo assistito ai canti nei templi dedicati a Krishna: Hare Krishna, Hare Hare, Krishna Krishna Hare Hare per ore. È pieno zeppo di occidentali che cercano una via, principalmente dal nord e dall’est Europa. Abbiamo conosciuto un italiano di Trieste che vive lì da tre anni. Era molto contento di parlarci, ha fatto qualche discorso un po’ qualunquista, ci ha parlato di amore, di Krishna e della sua scelta. Niente di troppo ispirante.

Io non ho trovato molto, mi sono piaciuti di più i templi di Mathura dove le vecchiette ci hanno dato come Prasad delle foglioline di tulsi, il basilico – sacro – indiano, ci hanno salutato amorevolmente e toccato i tatuaggi con stupore.

Siamo ritornati a Delhi, nella nostra solita bettola, dove il ragazzo della reception, che nelle mani ha quattro pollici, è sempre molto contento di vederci. Ci ripromettiamo sempre di cambiare albergo, ma tutte le volte finiamo li perché sappiamo che in India, e soprattutto a Delhi, non c’è mai fine al peggio, quindi per evitare di aggravare la situazione ci accontentiamo del conosciuto.

Finalmente a Delhi piove e la mia maglietta da bianca diventa a pois neri per via dello smog. Andiamo nelle zone più tranquille che ci piacciono di più, scopriamo per caso un signore che sviluppa rullini con cui chiacchiero per ore, mentre Ale si annoia. Mi racconta della sua giovinezza, dei suoi esperimenti con la fotografia, ci dice di non smettere mai di osservare la realtà da diverse angolazioni, di non abbandonare la pellicola perché il digitale non arriverà mai alla sua definizione e alla sua scala di grigi, ben 24 diverse tonalità. Ci sviluppa tutti i rullini e mi aggiusta la macchina fotografica. Ci salutiamo quasi commossi dopo il nostro ultimo incontro.

L’ultimo giorno andiamo verso il fiume, sullo Yamuna, arrivarci è difficile, dopo la metro e una lunga camminata sotto il sole arriviamo su una strada a scorrimento veloce e non riusciamo ad attraversare, mi viene in mente di chiedere ad un ciclo rickshaw se ci porta dall’altra parte. Accetta subito, io mi illudo che conosca una via alternativa, invece prende la strada a scorrimento veloce contro mano, io sono terrorizzata, ma lui con tranquillità ferma le macchine con la mano e attraversa. Ci porta davanti ad un tempio e ci dice “ecco fatto”, scendo ringraziando il cielo.

Attraversiamo catapecchie e mendicanti che si limitano a guardarci. Ci affacciamo sul fiume, i suoi argini sono coperti di immondizia. Ci fermiamo un po’ perplessi ad osservare il fiume sacro. Alcune persone non curanti fanno le loro abluzioni. Ho i miei pregiudizi anche se mi considero una persona aperta, mi chiedo chi abbia la colpa di tutto questo: la plastica? L’ignoranza? Il fatto di essere poveri e non avere accesso all’informazione? Non lo so, non so nemmeno se ci sia qualcuno a cui poter dare la colpa. Ale mi fa notare un bellissimo uccellino giallo e nero che cerca tra la spazzatura. Penso che non i fedeli, e nemmeno l’uccellino vedono quello che vediamo noi che veniamo dal mondo evoluto. Mi sporgo un po’ e vedo dei ghat, ci spostiamo verso le scalinate che portano al fiume. Anche qui si prega il fiume. C’è qualcosa di bello e armonioso. Ci sediamo all’ombra di un albero. Un uccellino mi fa la cacca sulla maglietta nera, e penso che se c’è una cosa che ho imparato qui è che niente è poi così grave. Mi sento leggera.

Quando andiamo via passiamo sotto un ponte, tra un pilastro e l’altro ci sono delle persone che ci dormono. La vita sotto i ponti mi sorprende sempre e mi spaventa.

Sotto un altro ponte ci sono delle persone che fanno ghirlande di fiori per il tempio, rose, marigold, margherite. Raccolgo una rosellina da terra per metterla nel diario, ma il signore che le lavora mi dice di buttarla e di avvicinarmi; mi mette nalla mano quattro roselline profumatissime, me le regala sorridendo. Lo ringrazio in hindi a mani giunte con le mie rose profumate contenta come una bambina.

C’è sempre del bello.

Il viaggio non finisce mai.

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