Mi sveglio tutti i giorni prima che sorga il sole, do un bacio ad Ale ed esco. L’aria è fresca, i barcaioli aspettano i clienti, i venditori di chai sono attivi, i lavandai sono già a lavoro da ore.

Vado a sedermi al mio solito posto. Ormai chai Baba, come lo chiamiamo noi, mi da il mio bicchierino di vetro con il tè al latte zuccherato senza che io glielo chieda, entrambi ci scambiamo un gesto con la testa per comunicare gratitudine.

Il barcaiolo che vedo tutte le mattine mi saluta a mani giunte.

C’è silenzio, e solo il suono di un bansuri, il flauto traverso indiano.

Le luci della città si spengono. Esce il sole; grande, rosso e ancora magnanimo. Tutti si inchinano alla sua presenza, iniziano le abluzioni mattutine. Le donne che arrivano dal sud dell’India si fanno rasare i capelli e li donano, poi vanno a purificarsi nel Gange.

Osservo il via vai di gente, i cani che si svegliano, un sadhu che fa yoga, un indiano generoso che dà dei biscotti ad un branco di randagi, chai baba che li allontana tirandogli dell’acqua. Aspetto che Ale si alzi per il suo bagno quotidiano.

Le prime ore del mattino sono quelle che preferisco in tutta la giornata. Non so nemmeno a cosa penso, forse a quanto tutto sia effimero e a quanto vorrei che tutto durasse ancora un po’: il silenzio, il sole basso, il suono del flauto, la mia solitudine con lo scorbutico chai baba. Invece, come sempre, tutto cambia. Il sole è caldo e mi prende a calci facendomi cercare l’ombra, i pellegrini arrivano a far casino, il suonatore di flauto finisce i suoi esercizi, l’angolo di chai baba si riempie.

Guardo Ale che si fa il bagno. Una volta l’ho fatto anche io con lui, vestita, come fanno le indiane. Ale fa le loro stesse abluzioni credendoci veramente, io mi distraggo con la melma che ho sotto i piedi e non mi concentro. L’acqua è fredda, ma ad un certo punto ci si deve buttare. Gli indiani ci guardano e ridono, anche se sono sempre molto orgogliosi quando facciamo le loro cose. Quando usciamo il barcaiolo ci guarda soddisfatto e ci dice “full power”.

Beviamo un altro tè da chai baba.

Ogni tanto affittiamo una barchetta senza barcaiolo, rema Ale e gli escono le bolle nelle mani. Non lo fa nessuno, ma il ragazzo si fida di noi e ce la lascia prendere, anche quando la mattina presto non c’è ci dice di prenderla lo stesso e poi gli paghiamo le ore appena rientriamo.

Andiamo lontano, dove non arriva nessuno. Lontano dai ghat turistici, lontano dalle barche a motore, lontano da tutto. Sul fiume si sta bene, c’è fresco, c’è silenzio.

Oltre i morti che vengono cremati al Manikarnika ghat ogni tanto si incontrano dei cadaveri che galleggiano nel fiume, a volte sono bestie gonfie, altre volte uomini.

Ne vediamo uno, probabilmente arrivato dal villaggio, quando si è poveri e non ci si può permettere la legna, i morti li buttano nel fiume avvolti nel cotone bianco. Ci siamo avvicinati, era un morto vero che galleggiava a faccia in giù. Non so quali sentimenti si dovrebbero provare; disgusto, pena, orrore? Non lo so, provo ancora stupore, ma qui è una cosa normale.

Le nostre giornate a Varanasi volano. Siamo qui già da 18 giorni e staremo per un’altra settimana. Perché se è vero che è importante muoversi per evolversi è anche vero che a volte bisogna fermarsi per assimilare tutto quello che si è vissuto continuando a guardarsi attorno.

Prenotiamo un biglietto del treno calcolando i giorni che ci restano in città con una lacrimuccia. Varanasi è un posto semplice da raggiungere ma difficile da lasciare. È bella, è fotogenica, è semplice e incomprensibile allo stesso tempo. È un posto dove potremmo venire a viverci.

A volte di mattina andiamo a bere un caffè da Ashitosh il nostro amico baba che ci accoglie con stupore, anche perché è stato difficile trovarlo visto che non vive più sui ghat ma nella città polverosa e caotica lontana dal fiume.

La sera Ale prende lezioni di sitar, e quest’anno è più bravo del solito. Io ho preso qualche lezione di bansuri, ma non credo di essere portata per la musica.

Abitiamo nella nostra solita guest house. I proprietari quando siamo arrivati ci hanno riconosciuti e ci fanno lo sconto sulla stanza perché sanno che rimarremo a lungo, paghiamo meno di due anni fa. La guest house è sul fiume, c’è una bella vista dal terrazzo e un tempio dedicato a Vishnu.

In principio vedere così tanti stranieri, nonostante sia bassa stagione, è stato un po’ sbalorditivo dopo i mesi soli nel nord est. Si incontra sempre chi si è perso nella facilità della disponibilità delle droghe, chi non sa che strada prendere e cerca la via dei sadhu, chi viene truffato quotidianamente, i turisti che dopo un tour vanno via, alcuni che la città la vivono veramente. La cosa che più preferisco è però, che grazie a loro/noi, trovo i cereali con lo yogurt la mattina e anche la pizza, che è pesantissima con questo caldo, ma ogni tanto va bene.

Varanasi è la città di Lord Shiva, Mathura e Vindravan di Lord Krishna, la nostra prossima tappa, dove non siamo mai stati, ma io sono sempre voluta andare, da quando a Londra vedevo gli Hare Krishna per strada e andavo a mangiare nel loro ristorante vegetariano.

Un’altra città sacra all’induismo.

È a pochi chilometri da Delhi.