Dopo cinque ore di ritardo e quattordici ore di treno arriviamo per l’ennesima volta a Guwahati di notte, e mentre camminiamo per una strada conosciuta mi dico che siamo quasi alla fine di questo viaggio nel nord est dell’India.

Andiamo nel solito albergo dove c’è solo la stanza “deluxe” a disposizione. La prendiamo solo perché è tardi.

La mattina sono pensierosa, siamo seduti su una panca in legno a bere tè nero non salato, dal ragazzo dove andiamo sempre. Sono triste perché mi sembra che il viaggio sia già finito.

Poi alzo lo sguardo dalla mia tazza di tè e vedo due giganteschi elefanti che passano tranquilli su una strada trafficata. Sono meravigliosi e fuori contesto come tutto in India sa essere.

Mi ritorna il buonumore e siamo pronti per affrontare l’ultimo stato delle sette sorelle come le chiamano qui.

Prendiamo un bus per Shillong la capitale del Meghalaya. La strada è a curve ma asfaltata, un pezzo è addirittura autostrada.

Shillong era la capitale dell’Assam sotto i britannici ed una delle loro solite hill station, dove scappavano quando in pianura c’era troppo caldo. Infatti c’è freddo, ed io ho abbandonato tutto l’invernale a disposizione nello zaino per alleggerirmi. Vado in giro in pantaloncini e coperta sulle spalle. Non possiamo nemmeno vestirci a strati perché tutti i vestiti a disposizione sono sporchi e non troviamo chi ce li lava.

La città ha il suo fascino per via degli edifici coloniali e dei parchi, lasciati anche questi dagli inglesi.

Da Shillong andiamo in una cittadina famosa per le sue cascate e per dei ponti fatti da radici di alberi viventi di ficus elastica.

Stiamo da Risa, una ragazza molto gentile che ci affitta una stanza con la migliore doccia degli ultimi mesi.

Risa ci spiega che per arrivare nei luoghi di interesse di solito si affitta una macchina per mille rupie e in una mattinata si visita tutto. Ma noi, che pensiamo di saperla sempre più lunga, andiamo a piedi. Alle 8,30 la prima tappa è la cascata più alta dell’India che ora ha poca acqua ma fa sempre la sua bella figura. Ai ponti di radici si arriva attraverso una scalinata di pietre.

Gli scalini sono tutti irregolari e alti, dopo un’ora di discesa ci sediamo per riposarci. Io mi guardo intorno e penso che nella giungla non ci faccio proprio niente, sono fuori luogo come l’elefante in città. Non ho nemmeno l’abbigliamento adatto. Indosso un paio di leggings rotti, un vestito nero sotto il ginocchio, una canottiera, una felpa, e ho un bastone di bambù che mi sostiene.

Continuiamo a scendere.

Incontriamo solo un nativo lungo il percorso con un cesto intesta e un machete. Quando gli diciamo da dove siamo partiti sgrana gli occhi.

Dopo un totale di tre ore arriviamo al primo ponte di radici dove ci sono gli indiani con le ballerine che si fanno i selfie. Chiediamo quale strada hanno percorso e ci dicono da una fatta di scalini in cemento. Guardo Ale e gli chiedo perché prendiamo sempre la strada più difficile. Mi risponde “perché non ci facciamo i selfie e un sacco di altre cose che fanno gli altri”. 😑

Siamo scesi per 1000 metri fino ad arrivare al fiume.

Ci rifocilliamo con dei biscotti, una bottiglia d’acqua e una bibita al limone.

Sono le 13,30 e decidiamo di risalire. Senza saperlo sbagliamo strada, e gli scalini di cemento diventano di nuovo di pietre irregolari. Non ci sono cartacce, non c’è traccia di passaggio umano, ma siamo in alto e pensiamo ancora sia la strada giusta.

Saliamo.

Io ho una bolla d’acqua nella mano dove tengo il bastone che è diventato un compagno fedele. Dopo due ore quello che si vede sono ancora scalini.

Arriviamo ad un villaggio di poche case e chiediamo ai bambini dov’è il posto con i taxi, ci dicono “upar, upar” (più su, più su).

Saliamo.

Ad un certo punto le scale diventano ripide, Ale sale a quattro zampe ed io invece mi tengo da un lato ad una balaustra in rovina, e dall’altra mi aiuto con il bastone. Non mi giro a guardare il vuoto alle mie spalle. Ale mi dice che non crede che gli indiani abbiano fatto questa strada. Io scoppio a ridere che poi si trasforma in un principio di pianto dato da disperazione.

Ci fermiamo non appena troviamo un poggiolo che da sulla valle che ci siamo lasciati alle spalle. Guardiamo dall’altra parte e si vedono solo gradini.

Mentre continuiamo a salire ascolto la mia mente che è divisa in due, la parte negativa mi dice: “basta, non ce la fai più”. Quella positiva mi dice: “l’unico limite a te stessa sei tu, non ti fanno nemmeno troppo male le gambe”.

Arriviamo in un altro villaggio dove ci guardano increduli e ci indicano dove dovremmo trovare un taxi.

Quando gli scalini finiscono ci abbracciamo e ci diciamo che ce l’abbiamo fatta. Abbiamo fatto altri mille metri in salita. Ale si compiace per la mia determinazione e mi dice che almeno abbiamo visto il paesaggio. Io gli rispondo che ho visto solo gradini e foglie secche. Ride. In realtà ho visto anche qualche bella farfalla blu e nera.

Arriviamo al villaggio alle 16,30, poco prima del tramonto, dove i bambini vogliono giocare, ma noi cerchiamo disperatamente un taxi.

Ci offrono dell’acqua di dubbia provenienza che beviamo noncuranti delle conseguenze. Il taxi c’è e ci costa mille rupie, esattamente quello che volevamo risparmiare. Il posto dove stiamo è pero a 20 chilometri di distanza, molto più lontano rispetto a dove di solito si parte.

Esausti, infreddoliti e affamati arriviamo a destinazione, mangiamo da una signora ancora increduli per la fatica.

Il giorno dopo, e per una settimana a seguire, non riusciremo a muoverci, i pochi gradini della città o dei marciapiedi saranno una tortura.

Entrambi ci diciamo basta trekking.

Ritorniamo a Guwahati, il nostro punto di partenza. Al solito albergo ci danno la stanza in soffitta dove c’è un cartello che dice che lo staff si scusa perché la stanza non è insonorizzata.

La mattina dopo alle 7 mettono la musica altissima. Ale esce in mutande e apparentemente arrabbiato, ma il proprietario dell’albergo gli dice “happy holi” (sarà festa per tre giorni) e gli stringe la mano. Ale rientra ridendo. E rido anche io perché con la sfacciataggine e la gentilezza gli indiani fanno passare tutto.

Usciamo e contempliamo il Brahmaputra, i pappagalli verdi, la tranquillità e pensiamo alle nostre avventure.

In questo viaggio nel nord est, con le jeep kamikaze e con le strade impraticabili, ho pensato spesso alla morte, al rumore delle mie ossa nello schianto giù dalla collina.

Sarei morta sul colpo? Chi avrebbe dato la notizia a casa? Come ci avrebbero recuperato e dopo quanto?

Con la paura di morire vedi che la vita è in quel momento e senti quanto ci sei attaccato senza saperlo.

Ora, guardandomi indietro, penso che sia stato uno dei viaggi più belli che abbia mai fatto, si, anche se mi è venuta un’allergia al naso data dalla polvere e anche se una volta sono caduta in un bagno pubblico tutto bagnato da acqua o da pipì, non so.

Con Ale ogni tanto facciamo una lista delle cose nuove che abbiamo fatto insieme per la prima volta e ne aggiungiamo di nuove quasi ogni giorno.

In questo viaggio nel nord est dell’India abbiamo fatto strade impraticabili, bevuto butter tea con i monaci buddisti in Sikkim, abbiamo festeggiato il Losar con i Memba e bevuto birra di riso con gli Apatani in Arunachal Pradesh, abbiamo pregato con i fedeli di Vishnu nei Satra dell’Assam, chiacchierato con gli ex cacciatori di teste in Nagaland, osservato i pescatori delle isole galleggianti nel lago Loktak in Manipur, ammirato l’emancipazione delle ragazze in Mizoram, apprezzato l’ospitalità disinteressata degli abitanti del Tripura, contemplato la natura del Meghalaya. Questa è una sintesi di quello che questa parte di mondo poco esplorata ci ha regalato.

A Guwahati andiamo al planetario, ed io mi emoziono alla vista della terra, le stelle non mi hanno mai affascinato, ma a questo pianeta blu sento proprio di volergli bene e di essergli in debito. Questo pianeta fatto da collisioni che hanno creato la nostra vita.

Il mondo è di chi gli vuole bene.

Prendiamo un treno di diciotto ore per Calcutta, dove quello che risparmiamo in un biglietto di penultima classe lo spendiamo tra i venditori di cibo: uova sode, cetrioli appena sbucciati, ceci piccanti, pop corn, tè, caffè, tutto servito su carta di giornale. E in mendicanti: prima il lebbroso che mi tende il moncherino, poi quello con la protesi alla gamba, i transessuali che ti benedicono, la mamma con il bambino in braccio, i ciechi, il ragazzino che spazza, la vedova.

Questa è la vita sul treno, e osservandola bene capisci perché gli induisti si siano inventati il karma: per dare una spiegazione alle ingiustizie sociali e a quelle della vita.

Quando passiamo sul Brahmaputra che è talmente largo da metterci diversi minuti per superarlo mi scende una lacrima pensando che stiamo lasciando l’Assam, il Nord est e le sue persone.

Ricordo tutte le loro facce.

Al venditore di tè nero non salato, l’ultima mattina, dopo che facciamo colazione, gli regaliamo una polaroid che emozionato mette subito nella tasca della camicia. Nella dedica gli scrivo che ha il miglior tea stall Di Guwahati.

Ale mi chiede se voglio ritornare indietro, ma non si può, non ora, perché come ho sentito al del planetario l’universo si evolve perché è sempre in movimento. Ed anche per noi vale la stessa cosa.

Arriviamo a Calcutta all’alba, che ci accoglie con il suo solito odore: urina. Passiamo da una massima di 16 gradi ad una di 36.

Appena usciamo dalla stazione provano a fregarci con il taxi, Ale perde la pazienza e toglie con forza gli zaini dal porta bagagli. Partono da 600 rupie per tre chilometri. La spuntiamo per 200 con un taxi da dividere che è comunque tanto.

La città ha sempre lo stesso aspetto coloniale decadente, piace molto ad entrambi.

Abbiamo prenotato via email una stanza al Bangal Buddhist Association. È principalmente per studiosi del Buddismo ma affittano anche ad esterni. Quando arriviamo un vecchio monaco che sta uscendo dal tempio ci viene incontro. È semi sordo e devo urlargli nell’orecchio sinistro: “ROOM”.

Nell’ufficio ha una bella foto di Gandhi, una di Tagore, una di Buddha e due di monaci sconosciuti. Ci da la chiave e ci dice che la stanza non è pulita perché è festa e lui è solo.

La cella è povera: tre letti con le lenzuola macchiate, il muro giallo da cui cade l’intonaco, una scrivania, uno specchio, un appendiabiti, un ventilatore che non si può regolare e delle gigantesche ragnatele senza i padroni di casa. Il bagno è abbastanza sporco ed è da dividere, ma la doccia ha l’acqua calda.

È la sistemazione più economica che siamo riusciti a trovare a Calcutta e tutto sommato va bene, la via è secondaria e silenziosa, si sentono solo le cornacchie e gli uccelli tropicali.

Quando usciamo abbiamo tutto contro. Vado a comprare i rullini per la polaroid e vengo spudoratamente fregata.

Ale perde la pazienza ma ormai ho già pagato.

Fa caldo e decidiamo di bere una fresh lemon soda, il venditore ci chiede più del doppio del prezzo che conosciamo, Ale si innervosisce e la lascia, pagandogli la cifra che sappiamo con il venditore che dice “ok, ok, ok”.

Per strada ci chiedono se vogliamo erba, e Ale, sempre spazientito, gli risponde in italiano dicendogli di andarsene.

In libreria mi fanno pagare un libro di più rispetto al rezzo imposto, ma qui mi faccio ridare i soldi.

È festa e c’è un po’ di gente ubriaca per strada, un signore, come tanti altri, ci dice “happy holi”, e ci fa un sego colorato sulla fronte. Poi vuole dei soldi. È la festa della primavera, del bene che vince sul male, dei colori. Io gli do dieci rupie per togliercelo di torno, ma lui ne vuole venti, allora Ale gli prende di mano anche i dieci che gli ho dato e gli dice: “allora non ti prendi nemmeno questi!”.

In una giornata ha perso la pazienza cinque volte, non è mai successo prima. La triste realtà è che non siamo più nel Nord Est dove si era ospiti, qui siamo turisti da spennare e bisogna cercare di pazientare. A Varanasi sarà anche peggio.

Decidiamo di stare a Calcutta una settimana, perché, se in Occidente questa città suscita orrore e disperazione, per gli indiani è sinonimo di cultura e civiltà.

Passiamo le giornate tra edifici coloniali, parchi, musei, mercati, strade, e a patire il caldo cercando di alleggerirlo bevendo bevande salate, il tè nelle ciotoline di terracotta tipiche di Calcutta, yogurt, e mangiando un’incredibile varietà di frutta tropicale.

Ogni notte ci svegliamo per il caldo soffocante, ma stanotte mi sveglio per i tuoni, e se da una parte sogno la pioggia che rinfreschi dall’altra penso alle persone che abitano i marciapiedi. Quelle che dividono il loro spazio con i topi di fogna, quelli che la mattina vediamo avvolti nelle loro coperte talmente sporche da non riuscire a decifrare il disegno che c’era in principio, quando erano nuove. Quelli che hanno i barattoli incastrati nelle inferriate degli edifici facendone la loro credenza. Penso alla figura più emblematica di Calcutta: gli uomini cavallo, ben descritti da La Pierre nel libro La Città della Gioia. I più poveri, che vivono sotto il loro rickshaw trascinati dai loro corpi fatti di muscoli e nervi e con le piante dei piedi che assomigliano a copertoni; quelli che nella zona più turistica ci chiamano perché sanno che con due occidentali potrebbero farsi la giornata, ma che noi non abbiamo mai preso perché combattuti dal fatto se sia moralmente giusto o meno usarli come mezzo di trasporto. Penso alla persona che sento piangere tutte le notti ma che non ho mai visto.

Poi si sentono le gocce grosse cadere sulle foglie secche.

La mattina, nel patio dove abitiamo, ci sono i bambini con le divise blu che vanno a scuola, alcuni ci parlano, altri scappano. È un’atmosfera di festa. Suona la campana e tutti in fila entrano nelle classi. Penso alle stesse persone della notte prima. C’è chi si può permettere un’educazione e chi a scuola invece non ci andrà mai. Ed è una profonda ingiustizia.

Anche questa è una faccia di Calcutta e di ogni megalopoli indiana e non.