Appena arriviamo a Silchar, in Assam, dopo una giornata passata su un pulmino, prenotiamo due posti su una jeep per la mattina dopo per Aizawl in Mizoram.

Io la notte, in un albergo troppo costoso per avere le lenzuola usate, dormo male; sogno precipizi e macchine fuori strada.

La mattina dopo ci dicono che la jeep ha avuto un problema e non si può partire. Possiamo prenderne un’altra alle 11.

Sono le 7,30. Ale è nero di rabbia, ma cosa si fa in questi casi?

Si attende.

Andiamo in giro per la città, principalmente in libreria. Io compro un vecchio romanzo indiano e lui uno di quiz sul mondo che poi mi farà per testare la mia conoscenza.

Aspettiamo bevendo tè nero salato.

La jeep delle 11 arriva alle 12:30, è nuovissima, con ancora la plastica all’interno degli sportelli, sul volante e nei sedili. L’Assam è in pianura, fa caldo, e l’idea di passare ore sulla plastica non è tra le più allettanti.

Saliamo, stiamo stretti.

L’autista è talmente scarso che pensiamo fosse un guidatore di auto rickshaw e solo oggi gli hanno dato una macchina vera e propria. Quando passa davanti ai parcheggi di tuk tuk saluta tutti entusiasta e tutti guardano la macchina nuova di zecca.

Quasi tutti i passeggeri sono musulmani, quindi uscendo dalla città, ci fermiamo in una piccola moschea dove danno delle offerte in cambio di datteri: Prasad. Ci vengono offerti e mi dico che ci vorrà più che del cibo sacro per affrontare il viaggio.

Partiamo.

L’autista non sa calcolare le distanze, quindi invade completamente l’altra corsia anche quando non ce n’è bisogno: per schivare le mucche, i pedoni, le moto. Ogni tanto frena di colpo e io dico: “che scarso!”.

È Ale questa volta a dirmi che se dovessimo arrivare a destinazione dobbiamo andare a ringraziare gli dei.

Faccio tutto il tragitto – sette ore – attaccata alla maniglia sopra il finestrino.

Quando dobbiamo registrarci al confine dei due stati scendiamo dalla macchina per mostrare i passaporti, i nostri vestiti ci si sono incollati addosso per via della plastica. 🙄

Il Mizoram è tutto colline, il paesaggio è molto bello, è tropicale con palmizi ovunque e verde a perdita d’occhio, se solo potessimo riuscire a godercelo. È lo stato dell’India con la più alta concentrazione di foreste intatte.

Non riusciamo a mangiare nessuno degli snack che ci siamo portati perché è impossibile staccare le mani dagli appigli a cui tutti siamo aggrappati.

Credo abbia un complesso di inferiorità che gli fa superare ogni camion che incontra, naturalmente nei posti meno opportuni dove sono io che dico: “e suona!” Così che dall’altro lato cieco della strada possano sentire il nostro arrivo.

Mentre sta facendo un sorpasso incerto tra due camion uno di questi non lo fa passare e i veicoli si trovano ad un millimetro uno dall’altro. Il nostro autista è nel panico per la sua nuova jeep ancora rivestita, l’autista del camion già usurato invece scende senza maglietta e con fare aggressivo si avvicina. Il nostro conducente invece è mingherlino e con la camicia abbottonata fino all’ultima asola risponde, fino a quando un altro passeggero gli dice di smetterla e tornare indietro staccandosi da camion. Io sono sempre attaccata alla maniglia e guardo il vuoto alla mia destra. Lo superiamo e spero che ora non voglia accelerare per nervosismo, ma sempre lo stesso passeggero dice “slow” che è l’unica parola che capisco nel discorso.

Il signore nel sedile di davanti vomita.

Forse avrei preferito incappare nei ribelli del sud del Manipur che affrontare questo viaggio.

Arriviamo che è buio, salutiamo affettuosamente i passeggeri con i quali abbiamo condiviso questo lungo e precario tragitto.

Aizawl, la capitale del Mizoram è una città moderna, più simile ad una al Sud Est Asiatico che che ad una città Indiana. Le ragazze vestono attillate e alla moda, fumano, camminano mano nella mano con i ragazzi o con le ragazze.

La spazzatura incredibilmente viene buttata nei cestini che sono ad ogni angolo e svuotati dal camion della nettezza urbana, non ci sono roghi di immondizia.

I motociclisti usano il casco.

Tutti gli automobilisti ascoltano il vigile.

Non si urina per strada.

Non si chiede il prezzo prima di salire sul taxi (d’obbligo altrove).

Quasi non si sputa.

Tutto è moderno e ci sentiamo cittadini.

Le persone sono gentili e sorprese di vederci, ci dicono “you are most welcome” e anche che in Mizoram arrivano pochissimi stranieri, forse 500 l’anno.

Andiamo a rendere omaggio agli dei, lo stato è a maggioranza Cristiano, ma le chiese sono tutte chiuse. Optiamo per un tempio Hindu dedicato a Krishna, diamo un’offerta e il bramino ci da due palline dolci che sanno di vecchio. Ci chiede da dove arriviamo e concludiamo tutto con un “tikke” (ok).

Oltre Aizawl si può arrivare in un’altra località a sud dove possiamo trovare degli alberghi, ma dista 200 chilometri e dovremmo farne altri 200 per tornare indietro.

Rinunciamo.

In compenso per arrivare nella città dello stato confinate ne dobbiamo fare 333. Quindici ore di viaggio notturno su una jeep a superare montagne. Non ci sono posti dove poter dormire tra le due città e così, senza altre opzioni, prenotiamo due biglietti per un’unica tirata.

Le ore nella realtà dei fatti sono diciotto. Praticamente non si dorme, solo ogni tanto chiudiamo gli occhi, ma li riapriamo di soprassalto dicendo: “un camion”, “un precipizio”, “la polvere”.

Io mi sento un po’ male e sono imbacuccata, Ale, che non è per nulla lungimirante nonostante le mie raccomandazioni, ha freddo così tiro fuori la mia copertina da ogni evenienza e si copre dalla testa al busto sembrando un vero indiano.

L’autista tutto sommato sa guidare.

Come arriviamo nella città vicina ad Agartala la polizia ci sequestra la jeep per “election duty” senza il consenso del proprietario. Ci sono le elezioni anche in Tripura. 🙄 Fortunatamente ci accompagna a destinazione e poi riporterà la jeep alla polizia.

Esausti cerchiamo un albergo economico che non c’è, e non ci sono nemmeno stanze per via delle elezioni.

Finiamo in uno dove le cicche nelle scale non prospettano niente di buono.

Lo staff è molto gentile e sorpreso di vederci, un signore con una maglietta talmente vecchia da essere trasparente, tocca Ale per vedere se è reale. Ci danno una stanzetta con due letti e acqua calda a secchi. La puliscono mentre ci siamo noi dentro, spazzano via le cicche, passano lo straccio prima per terra, e poi sul tavolino che aveva dalle incrostazioni, così, da terra al tavolo senza esitazioni.

È una topaia ma non abbiamo scelta.

Andiamo a mangiare pane e due uova sode in un altro buco dalle pareti sporche e poi ci buttiamo a letto.

Dormiamo per ore senza sognare.

Quando mi sveglio sono nella stessa posizione di quando mi sono addormentata, ho le palpebre e le gambe pesanti, mi guardo intorno cercando di capire dove siamo: il ventilatore sul soffitto gira, la zanzariera verde è piegata sopra il letto, le pareti viola con le mattonelle beige, un quadro orrendo e la tv.

Siamo nella topaia mi dico.

Quando il fisico è stanco lo spirito se ne sta in disparte, provi a cercarlo ma non c’è niente da fare, non risponde, è apatico, scazzato.

Usciamo, Agartala è al confine con il Bangladesh che è a soli cinque chilometri. La lingua è cambiata, parlano il Bengali e noi non capiamo più niente, nemmeno le semplici domande come da dove veniamo.

La capitale del Tripura è proprio una città indiana. È tornata la pipì libera per strada. E anche gli sputi.

Il mio spirito continua a non rispondere, e il corpo, ancora coperto di polvere e con i vestiti sporchi si trascina.

La città tutto sommato non è brutta.

Nella topaia andiamo a letto alle otto di sera dopo una doccia rigenerante fatta da un secchio d’acqua, ci svegliamo alle sei del mattino riposati e affamati.

Andiamo per strada dove c’è un venditore di tè e biscotti. Peschiamo dai diversi barattoli e ordiniamo due tè, che anche qui sono salati. Ci si forma un po’ di gente intorno che ci fa domande. Quando è il momento di pagare uno dei clienti fa il conto: 24 rupie. Gli rifaccio la lista dei muffin e dei biscotti presi perché mi sembra poco, e, il proprietario del chiosco, quindi quello che ci guadagna, rifà il conto e ci dice che è 20. Meno di quanto ci avevano detto in precedenza.

Sembra di essere in un’altra India.

Ci sediamo davanti ad un lago circondato da templi, un signore si siede con noi. Chiacchieriamo e ci dice che tra noi e lui c’è un muro invisibile che può essere abbattuto solo con la comunicazione e quando questa non è possibile anche solo con un gesto. Ci dice che tutti ci guardano e vorrebbero venire a parlare con noi ma non ne hanno il coraggio, e che comunque sia tutti ci amano. Ci offre il tè. Ci ringrazia per la chiacchierata e se ne va.

Credo che abbia ragione riguardo al fatto che tutti ci amano perché per strada ci dicono cose come: “stranieri, che bello vedervi!”, “benvenuti in Tripura” “godetevi Agartala”.

Forse nel nord est, che ha poco da offrire allo straniero come attrattive, si deve venire con lo spirito di incontrare la gente che ci abita, solo allora si rimarrà entusiasti.

Il mio spirito si è ripreso, anche se rimaniamo bloccati. La mattina delle elezioni ci svegliamo per il troppo silenzio, le strade sono deserte, non ci sono mezzi pubblici, pochissime moto, tutti i negozi sono chiusi. Agli angoli delle strade principali c’è la polizia armata.

Passeggiamo e nessuno ci dice niente fino a quando non arriviamo vicino ad un seggio e ci avvisano che potrebbero esserci problemi quindi ci dicono di allontanarci o di ritornare in albergo. Seguiamo il consiglio, ma poi riusciamo e andiamo per templi. Altri ragazzi ci mettono in guardia su un altro seggio dove a quanto pare sono in possesso di “bombe”.

Li ringraziamo e ridendo per quanto sono creduloni gli indiani andiamo via.

È una giornata lunga, pesante, calda e carica di tensione. La lotta principale è tra il partito comunista che vince nello stato da 25 anni e il BJP il partito ultra nazionalista di fede Indù di Modi che governa l’India.

Cinque giorni tra Agartala e dintorni sono lunghi e conosciamo tante persone che ci salutano, ci invitano a cena, ci fanno aprire i templi chiusi, ci regalano caramelle e cioccolati.

È ora di andare via.

Però grazie Tripura.

<3