Da Dimapur decidiamo di proseguire verso Kohima, la capitale del Nagaland.

Cerchiamo di informarci al bus stand di domenica senza successo, ma a quanto pare i bus statali ci sono.

La mattina dopo arriviamo al counter verso le 11,30 perché aspettavamo che ci consegnassero i vestiti che avevamo portato a lavare.

Quando chiedo al funzionario a che ora parte l’autobus mi dice che non c’è un orario specifico e che non posso prenotare due biglietti.

Aspettiamo.

Dopo un’ora arriva l’autobus e mi precipito per acquistare i biglietti. Sono la quinta della fila, bisticcio con due signore che vogliono prendermi il posto, ma alla signora prima di me dicono che i biglietti sono finiti e che dobbiamo aspettare un altro autobus che dovrebbe arrivare tra due ore.

Il bigliettaio mi dice “non sei riuscita a prendere il biglietto?” Scuoto la testa. Ho gli occhi a spirale.

Aspettiamo.

Dopo mezz’ora ci rimettiamo in fila.

Sono la terza.

Alla prima signora le persone da dietro continuano a portare i soldi per farsi fare i biglietti. Odio la furbizia da due soldi e furibonda chiamo Ale, che è lontano, e gli dico che se non dovessimo riuscire ad averli nemmeno ora vado a cercare un mezzo per Imphal, la capitale dello stato vicino. Lui mi dice che non dobbiamo cedere alle difficoltà. Io gli dico: “vaffanculo al Nagaland”.

Lui invece è sempre saggio e paziente.

Aspettiamo.

Dopo due ore arriva l’autobus e nella fila si crea trambusto e tutti, me compresa, iniziano a sgomitare.

Una signora con il maglione grigio mi supera ed io le tocco la spalla dicendole in inglese che c’è una fila se sa cosa significa. Mi guarda e mi ignora.

Ale nel frattempo in italiano dice ad un’altra signora, che sta portando i soldi a quella prima di me: “Signò c’è la fila…”, e questa indietreggia.

Inizia a perdere la pazienza anche lui.

Il bigliettaio da i primi foglietti e poi mi chiama dandomi due biglietti dalla fessura. Li pago, li prendo, e guardo la signora con il maglione grigio che aspetta e le dico: “stronza!”.

Prendiamo posto sull’autobus con gli zaini in braccio e spero che nessuno mi chieda cosa penso del Nagaland.

La signora che ho di fianco si limita a chiedermi da quanto tempo siamo nello stato, le rispondo e poi le dico che è frustrante non riuscire a visitarlo bene. Mi dice che è per via delle elezioni. Si, lo sappiamo. Il governo non ha abbastanza mezzi di trasporto, e per assicurare il corretto svolgimento delle elezioni, manda un’infinità di militari che sequestrano i veicoli pubblici per potersi spostare. Poi dice anche che è lunedì e ieri nessuno si è potuto muovere. Penso, ma non glielo dico, che forse dovrebbero rinunciare alla domenica anche se Dio si è riposato, e dovrebbero avere, come in tutta l’India e nel resto del mondo, i mezzi pubblici.

Sul bus c’è una scritta che dice: “Gesù Cristo è il vero Dio” mi infastidisce anche questa arroganza religiosa.

Partiamo alle 15.

Solo per uscire dalla città ci impieghiamo un’ora. La strada è in costruzione e siamo in una nube di polvere.

Io mi sento un po’ in colpa per aver perso la pazienza.

Arriviamo a Kohima alle 20 che sembrano le 3 del mattino perché è tutto chiuso. Anche la nostra home stay è chiusa con il lucchetto, ma un uomo, che non è del Nagaland perché parla nepalese, ci aiuta e sveglia un ragazzo che viene ad aprirci.

In camera mangiamo qualche fetta di pane muffito che ci portiamo in giro da un po’ e del formaggio che a casa non mangio mai, ma qui mi sembra una prelibatezza: le sottilette.

Kohima non è male come città, sui muri, oltre a verità assolute cattoliche, ci sono dei messaggi di protesta per via delle elezioni. Il Nagaland vorrebbe l’indipendenza dall’India e per questo ci sono talmente tanti militari che sembra di essere in guerra.

Tra le altre proteste c’è un cartello che dice: “le strade sono un diritto del cittadino”, vorrei aggiungere “anche poter prendere i mezzi pubblici”.

In città vediamo un’occidentale e ci guardiamo come se fossimo una specie in via d’estinzione ma non ci parliamo.

Decidiamo di visitare il museo nazionale che è ancora chiuso quando dovrebbe già essere aperto da mezz’ora.

Aspettiamo.

Arriva una macchina con tre occidentali dentro, la loro guida chiama qualcuno e il bigliettaio apre il museo.

Li guardo mentre scendono dalla macchina: fotocamere al collo, vestiti puliti, aria apparentemente serena.

Penso che loro avranno una visione del Nagaland completamente diversa dalla nostra: niente attese, niente polvere, niente cambi di programma. Forse non sanno nemmeno che ci saranno le elezioni il 27 febbraio. Un po’ li invidio.

Penso che forse la verità sta a metà tra le diverse esperienze che ognuno di noi ha avuto.

Andiamo alla fermata del bus per informarci per il prossimo bus che ci porterà fuori dal paese. Ci dicono che c’è ne solo uno alle 7,30 del mattino e che dobbiamo venire un’ora prima per prenotare i biglietti.

Dormiamo male per paura di rimanere bloccati e di arrabbiarci ancora.

Arriviamo alle 6 e c’è già la fila. Sono la seconda, ma in realtà la quinta perché hanno già commissionato i biglietti alla signora prima di me. Riusciamo comunque ad averli senza troppa agitazione o arrabbiature.

L’autobus è in ritardo.

Mentre aspettiamo compro un quotidiano e leggo di alcuni scontri in Manipur, lo stato dove ci stiamo dirigendo. È il meno stabile tra quelli del nord est.

L’autobus arriva dopo un’ora e mezza.

La strada è pessima, dobbiamo metterci dei fazzoletti sul naso per non respirare la polvere che abbiamo ovunque. Il mio zainetto da nero diventa beige.

Il signore di fianco a me mi chiede se anche in Europa abbiamo strade così… si, settant’anni fa. Non glielo dico. Gli chiedo perché nessuno le aggiusta e mi spiega che il nord est dell’India è trascurato dal governo centrale, che sono stati sottosviluppati e che i suoi abitanti subiscono discriminazioni per il loro aspetto più simile a quello degli abitanti del sud est asiatico. Discendono dai Mongoli e sono molto diversi dagli indiani a cui siamo abituati.

Ci chiede perché andiamo in Manipur, che non c’è niente da vedere e dovremmo andare nei posti industrializzati, gli dico che noi veniamo proprio da lì e che siamo curiosi del resto. Ci dice che non ha mai visto nessun occidentale su quella strada con un autobus pubblico, che dovremmo prendere l’aereo. Ale ha una scritta ORGOGLIO sulla fronte.

Ci dice anche che dieci anni fa un turista tedesco è stato rapito e ci consiglia di non andare verso il sud del paese dove vorremmo andare.

Arriviamo a Imphal, la capitale del Manipur. La città è viva, I suoi abitanti sono cordiali, ci aiutano a trovare un albergo e la stazione dei bus. Ci offrono il tè. Cosa che ci sorprende sempre perché succede solo in questa parte di India (tranne in Nagaland😒).

C’è un bel mercato che occupa diverse vie tutto al femminile, è gestito dalle Ima, madri. Ognuna con la propria mercanzia fatta di vegetali mai visti, pesce secco, frutta, biscotti, braccialetti, accessori per il tempio (il Manipur è a maggioranza Hindu), vestiti, coperte, pentole e molte altre inutilità tipiche dell’Asia. C’è un gran compra compra e risa al nostro passaggio.

In città dobbiamo registrare il nostro ingresso nel paese alla polizia. Aspettiamo un’ora e tre funzionari prima che si capisca cosa e dove devono registrarci.

L’unico che parla inglese ci chiede che percorso vogliamo fare. Glielo spieghiamo e dice che per la nostra sicurezza ce lo sconsiglia. Gli dico che la strada disastrata non ci preoccupa, ma dice che non è per quello, ma che a sud ci sono i ribelli, le comunità tribali che non riescono a gestire e non possono assicuraci sicurezza da eventuali pericoli.

La città è piena zeppa di militari con mitra, ma a sud non riescono a gestire i ribelli.

Gli diamo la nostra parola e cambiamo programma, per andare in Mizoram dobbiamo rientrare in Assam e fare tutto un giro diverso da quello che avevamo pensato. Cambiare percorso per Ale è frustrante come per me fare la fila per il bus.

Andiamo in un’altra cittadina a soli quaranta chilometri da Imphal che ci è consentita visitare. C’è un lago, camminiamo per villaggi, parliamo con le persone. Un po’ ci dispiace dover andare via così in fretta.

Non so definire questo inesplorato, questo non turistico. A volte a colazione mi mancano i cereali con lo yogurt che si trovano solo nei posti con gli occidentali. A volte viaggiare qui è sfiancante, ma forse è arricchente anche perché è così duro. Perché ti mette davanti la fatica del viaggio vero, quello per cui, con i nostri comfort di treni veloci e strade asfaltate non siamo più abituati, al doversi adattare per forza, al dover aspettare ore o giorni, alla mia perdita di pazienza, al volersi migliorare e invece cadere sempre sulle stesse cose.

Qui ci si sente un po’ alla fine di tutto, nemmeno le strade sono vere strade, nemmeno i confini sono veri confini (tranne quelli con la Cina), ti dicono “da quella stradina di campagna si arriva al Myanmar”, guardi e vedi la natura che non fa alcuna differenza e le persone passano il confine senza far caso alla parte in cui si trovano. Alla fine del mondo si vede questo. E l’ho visto in Nagaland, perché non tutte le esperienze negative rimangono tali.

Non so cosa mi porterò da questo viaggio, non so se imparerò qualcosa o rimarrò fossilizzata nelle mie idee, nella mia non fede. Ale mi chiede perché a volte dico grazie agli dei e vado in un qualunque tempio. Non lo so. Alcune volte non sento niente, lo aspetto fuori e io non entro, altre mi sembra che tutto sia retto da qualcosa che non capiremo mai.

Non sono i mantra, non le chiese, non i riti. Non è il credere ciecamente e pensare che siano verità assolute.

A volte è commuovermi per il gesto di un uomo verso un’altro, o anche solo sporcarmi i piedi di fango per entrare in un Satra spoglio.

“Perché non si trova fuori di se ciò che è nascosto dentro, nella natura dell’uomo.”