Dall’Assam andiamo nello stato più battuto del nord est: il Nagaland. La terra degli ex cacciatori di teste che si tatuavano il viso come dimostrazione delle loro gesta eroiche.

Il Nagaland è montuoso e dobbiamo riprendere una jeep collettiva con un maiale terrorizzato legato sotto i nostri piedi che urla ad ogni scossone. Ce ne sono altri tre sul tetto che fanno cacca e pipì per la paura e finisce sui finestrini. Fanno molta pena, hanno gli occhi spalancati e il respiro veloce, la nostra scelta di non mangiarli pare sempre più giusta.

La polizia ci ferma diverse volte e registra il nostro ingresso nello stato. Quaranta chilometri si trasformano in ore di viaggio.

Arriviamo a Mon, porta di accesso ai villaggi circostanti confinanti con il Myanmar. In città non troviamo un albergo, è già tutto chiuso fino a quando Ale non ferma un signore con un furgoncino e gli chiede un passaggio per uno che dovrebbe essere aperto. Ci fa salire e ci porta davanti alla porta. Quando gli chiediamo quant’è ci dice che non vuole niente e aggiunge: “quando ritornate in Italia e uno straniero avrà bisogno di aiuto dateglielo”.

Questa è una cosa che ho imparato proprio qui, e mi viene in mente che l’anno scorso ho aiutato due ragazze svedesi che non parlavano italiano, quando sono ritornate a casa mi hanno scritto un’email dicendomi che rientrando in Svezia hanno aiutato una signora irachena che non parlava la lingua a prendere l’autobus giusto. Quando gli sconosciuti ti aiutano automaticamente lo fai anche tu.

La guest house è aperta, la ragazza che la gestisce è gentile e la camera è pulita, l’acqua calda a secchi e l’elettricità a tratti.

Da Mon cittadina camminiamo per dodici chilometri (solo andata) per arrivare a Mon village.

Il villaggio è fatto da grandi case in bamboo e paglia, la casa del capo villaggio è adornata con dei teschi di animali all’esterno. Le donne ci chiedono di fotografarle, ma credo per avere soldi in cambio e non gliene facciamo nemmeno una. I bambini sono insopportabili, ci chiedono soldi con un modo di fare di pretesa: “give me money man” e alcuni ci tirano le pietre. Sono abituati ai turisti e chiedo ad Ale se possiamo andiamo via prima che ne strangoli qualcuno. Facciamo altri dodici chilometri in discesa.

Per strada vediamo degli ex cacciatori di teste con volto tatuato, lobi allargati e collane con piastrine che simboleggiano quanti nemici hanno ucciso collezionandone le teste. Si viene in Nagaland principalmente per ammirare i vecchi Naga che tra non molto scompariranno. Erano guerrieri, e gli inglesi per avere un dialogo hanno mandato in avanscoperta i missionari che hanno fatto un ottimo lavoro, ora il novanta percento della popolazione naga è Cristiano, il territorio è tutto disseminato di chiese e la domenica non c’è un mezzo pubblico, non un negozio aperto, niente di niente se non la chiesa.

Da Mon prenotiamo due posti su una jeep collettiva per Longwa un villaggio a quaranta chilometri proprio sul confine con il Myanmar. La mattina la nostra jeep viene cancellata e ci dicono che gli stranieri di solito prendono una macchina in affitto per 3,500 rupie, quasi 50 euro. Rifiutiamo. Siamo tentati di andare via, ma resistiamo e prenotiamo altri due posti in un altro chiosco per il giorno dopo a 300 rupie 4 euro.

La jeep che doveva partire alle 6,30 parte alle 8, e se pensavamo di aver visto le peggiori strade in Arunachal è solo che ancora non conoscevamo quelle del Nagaland.

Quando arriviamo al villaggio di Longwa un vecchietto che si aspetta la mancia ci porta nella home stay che avevamo prenotato, ma dobbiamo aspettare la proprietaria per due ore perché è a messa. Di giovedì mattina. 🙄

La cameretta in legno con spifferi è spartana ma carina, il bagno in lamiera è alla turca e all’esterno della casa. Penso a quando mi dovrò alzare di notte per fare la pipì nel buio più totale. C’è un ragno.

La stanza comune è di terra battuta con un fuoco al centro della stanza, tutto all’interno è affumicato, anche noi e ci lacrimano gli occhi.

l villaggio è bello e silenzioso con case tradizionali dentro una vegetazione fitta.

La casa del capo villaggio è sul confine con il Myanmar: la parte destra è in territorio indiano e quella di sinistra su territorio birmano.

I bambini con le candele al naso, e altri bambini più piccoli sulle spalle, mi stressano l’anima anche qui, e le signore vogliono vendermi gioielli tribali in perline colorate.

Prendiamo una guida non ufficiale per tutto il giorno per portarci dagli uomini tatuati. È abbastanza scarso ma gentile. Ci dice che in ogni casa dove andremo dobbiamo lasciare dei soldi. La cosa non ci piace ma ce lo aspettavamo.

Iniziamo da casa sua dove c’è il padre e un altro signore che fuma oppio mentre noi prendiamo un tè nero. Le donne e le ragazzine in tutto questo sono nei campi a lavorare duramente.

Gli faccio delle domande e ci dicono che il cristianesimo ha portato pace tra i villaggi circostanti (cosa buona), ma che sono stati privati della loro cultura (cosa negativa), gli europei hanno influenzato molto la loro vita. L’ex cacciatore di teste va a messa tre volte a settimana.

A quanto ci dicono prima dell’arrivo dei missionari erano animisti, ma il cristianesimo gli ha dato una spiegazione alla morte: “ora è nelle braccia del signore”, “è stato per volere di Dio”.

Andiamo in altre case, ma c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa di forzato in tutto questo, non c’è un rapporto tra esseri umani, è come se fosse tra un bancomat e una persona, quindi inumano.

Solo un uomo che parla in continuazione è contento della nostra visita e della polaroid che gli regalo. Dice che gli piacciamo perché siamo silenziosi e per il nostro stile. Paghiamo comunque anche lui.

Along, la guida ci porta a casa di una ragazza a prendere un tè, che ci viene fatto pagare 100 rupie, quando ne costa 20. Ale è arrabbiato e vuole andare via dal villaggio. Forse ci manca la gentilezza senza pretese dell’Arunachal Pradesh.

Andiamo a prenotare due posti su una jeep, ma non ci sono, vogliono 4000 rupie per una macchina privata, o 2500 rupie per una corsa in tre su una moto. Gli diciamo che siamo disposti a pagare il doppio per due posti sulla jeep che sono già stati acquistati se le persone sono disposti a cederceli, altrimenti faremo 38 chilometri a piedi. Compaiono due posti sulla jeep.

Da questa esperienza mi sento svuotata, la considero fine a se stessa, un po’ me lo chiedo cosa ci facciamo qui in un posto che non ci appartiene. Ale mi dice che è perché vogliamo saperne di più, che anche se è negativa vediamo quello che è successo, prima con i missionari e poi con il turismo.

Allo stesso tempo mi sento che non posso prendermela con nessuno, gli abitanti del villaggio sono vittime di questa modernità a cui non riescono a star dietro, e noi, affascinati dal vecchio, andiamo a cercare qualcosa che non c’è più.

Mentre aspettiamo parlo con un ragazzo che mi chiede se il matrimonio tra me e Ale è “love marriage” oppure combinato. Gli chiedo cosa fanno se la persona che i loro genitori scelgono non gli piace. Mi dice che ci stanno comunque insieme. Gli chiedo se preferiscono passare l’unica vita che hanno infelici piuttosto che andare contro il volere dei genitori.

Mi risponde di sì.

Ovviamente sono cose che sappiamo, le culture sono diverse, ed io posso solo pensare al lusso della scelta. Al fatto che i miei genitori mi hanno amata abbastanza da lasciarmi andare, al fatto che non pensano che io sia proprietà loro, ma che ogni figlio nasce libero e che la mia vita sia solo mia.

Mi sento fortunata.

Prendiamo la nostra jeep sovraccarica per Mon, si ferma perché si rompono gli ammortizzatori. Inizio a pensare che portiamo sfortuna. Dopo solo mezz’ora riescono a ripararla e arriviamo a destinazione. Cerchiamo un mezzo per andare via ma è già tutto prenotato tranne due posti per Dimapur (dove non ci interessava andare) su un bus notturno. Un posto è il numero trenta, (ultima fila al centro) e l’altro è su uno sgabellino in plastica nel corridoio. Li prendiamo.

Io sto nell’ultima fila con dei ragazzini, uno mi chiede della mia religione. Gli dico che non credo, che non prego, e che non vado in chiesa. Sconvolto mi chiede perché, lui prega tutte le sere e va a messa. Gli dico che avere fede non vuol dire che una cosa esiste per certo, ma credere liberamente a qualcosa che non si sa. E va bene, ma io non ci credo.

Nel buio provo a ripetermi una preghiera nella testa, ma per l’appunto non sento niente in quelle parole.

Il viaggio è logorante e il povero Ale è distrutto, lui è l’unico con lo sgabello in plastica al centro del corridoio che si rompe per via degli scossoni. Non può appoggiare la schiena e quindi nemmeno provare a dormire.

Alla mia sinistra i ragazzini ascoltano musica ad alto volume, e sfinita, mi dico che dovevo venire fino negli stati tribali dell’India per ascoltare musica di merda occidentale che potevo sentire in qualunque bar in Italia.

Al lato desto un signore dorme comodamente sulla mia spalla.

Arriviamo alle tre e mezza del mattino e l’autista ci fa dormire dentro il pullman fino alle sei quando infreddoliti andiamo a caccia di un albergo con le lenzuola pulite.

È domenica è per strada c’è silenzio.