Dall’Arunacial ritorniamo nelle pianure dell’Assam che viene attraversato dal Brahmaputra, il fiume più grande dell’India. Il fiume nasce in Tibet, aggira l’Himalaya e dall’Arunachal Pradesh, con il nome di Siam, arriva in Assam e prende il nome di Brahmaputra per poi unirsi al Gange e sfociare nel Delta con il nome di Jamuna in Bangladesh.

Prendiamo quello che qui definiscono traghetto: una barchetta in legno colorato e lamiera dove ci stanno sessanta persone e due macchine. Arriviamo a Dibrugarh una bella cittadina non turistica. Passeggiamo lungo il fiume qui largo dieci chilometri e abitato sulle due sponde da casette in fango e altri in tende di plastica. Riappare la povertà e il sovraffollamento.

Dalle case delle signore con i bambini ci invitano ad avvicinarci, andiamo e ci fanno sedere su delle sedie in plastica mentre loro stanno in piedi tutt’intorno, ci offrono un bicchiere d’acqua di dubbia provenienza che sa di ruggine, e del tè in delle tazzine pulitissime con tanto di piattino. Un signore traduce mentre una trentina di persone ascoltano. Hanno i vestiti tutti rotti. Non sono mendicanti, sono solo poveri e molto ospitali.

Ci intrattengono con dei topi bianchi con cui Ale gioca e a me con delle caprette appena nate che non ho mai visto e i bambini si mettono a ridere quando le accarezzo.

Ritorniamo la mattina dopo con dei tipici dolci indiani che ci piacciono molto e costano quanto una notte in albergo, in principio non vogliono accettarli.

Gli facciamo delle polaroid che gli regalo e sono contentissimi, impazziscono per le fotografie e poi queste istantanee sono “magic” come continuano a ripetere. Ci offrono tè e biscotti e poi anche la colazione indiana: puri, (frittelle) e ceci. Rifiutiamo ma insistono e dobbiamo mangiare per forza seduti sul letto della famiglia mentre tutti ci guardano e ogni tanto ci dicono “beautiful” o “very good”.

Dobbiamo andare via perché abbiamo il treno e ci chiedono quando ritorneremo. Forse mai, ma non glielo diciamo.

Andiamo da un’altra famiglia che lavora la terracotta da generazioni, sono originari del Bihar (uno degli Stati più poveri dell’India) e, pochi giorni prima, quando ci siamo incantati a guardarli, ci hanno invitato a sederci, sempre su due sedie in plastica mente loro siedono per terra.

Abbiamo i dolcini anche per loro che proprio non si aspettano e ce li offrono ma accettiamo solo il tè nelle tazze di terracotta fatte da loro.

Gli oggetti che realizzano glieli pagano pochissimo, 4 rupie a vaso che in euro non esistono, i lavori artigianali in India sono sottopagati e il ragazzo con cui chiacchieriamo sogna il “government job” sicuro come la maggior parte degli indiani. Per noi invece è una tristezza e anche se glielo auguro tifo per la terracotta.

Gli regaliamo una polaroid di famiglia e loro un vaso. Ci dicono di ritornare a trovarli.

Prendiamo il treno che mostra l’India di pianura con la sua bella campagna e le palme, le mucche, le case in terra battuta, i bufali d’acqua la gente della campagna. Mentre guardo fuori dal finestrino sorrido e Ale mi chiede se mi piace l’India, gli rispondo che per me è uno dei posti più belli al mondo.

Arriviamo con solo un’ora di ritardo in una città di passaggio dove in albergo abbiamo finalmente la wi-fi. Ordiamo due tè che ci vengono offerti perché arriviamo dall’Italia, quindi da lontano. Mai mi era capitato che un albergatore ci offrisse il tè, che è a pagamento, perché arrivati da lontano. Ma questo è l’Assam, il nord est è così poco battuto dagli stranieri che la gente ancora ti considera un ospite e non ti vede solo come soldi.

Prendiamo un altro traghetto per l’isola di fiume più grande al mondo, la Manjuli Island, che a quanto pare tra vent’anni sparirà. Ogni anno un villaggio vicino alle sponde del fiume sparisce per via dell’erosione.

Andiamo a stare nella guest house di un Satra, il tempio dedicato a Vishnu che è il dio che tiene in piedi tutto e forse quello che più mi piace. È spartana e il bagno è pieno di ragni di media grandezza che mi fanno bisticciare con Ale. Mi dice che mi piacciono i tropici ma ho paura dei ragni e delle scimmie. Si, talvolta ho anche timore delle farfalle per la loro grandezza spropositata. Non ne ho mai fatto segreto delle mie paure nella natura più selvaggia.

Non ci parliamo per un giorno intero se non per battibeccare.

Le scimmie la mattina presto saltano sul nostro tetto in lamiera mentre gli ospiti gli tirano le pietre, e io penso: maledette scimmie, sono peggio degli uomini, dispettose e aggressive. Ma non lo dico.

Restiamo per tre notti nel Satra dove io userò il bagno lo stretto necessario ripetendomi che il mio posto è il letto e quello dei ragni gli angoli del bagno. Non mi farò mai la doccia nonostante ne abbia bisogno.

Gli ospiti del Satra guest house sono tutti indiani e fanno casino per tutto il tempo che alloggiano, tanto da far alzare Ale e guardarli male quando sono nel corridoio che unisce le stanze.

L’isola però è fantastica per la sua natura lussureggiante. Ci sono degli uccelli mai visti prima, le stradine in terra battuta portano a delle casette fatte in bamboo dove i bambini ci salutano all’infinito snervandomi.

Quando riprendiamo l’uso della parola giriamo con la bicicletta, facciamo tanti chilometri per vedere i diversi Satra circondati da natura incontaminata, sono dei complessi monastici dove i preti hanno le loro piccole celle con delle porticine colorate, la sala della preghiera è spartana e i monaci cantano e suonano tamburi e cimbali.

La mia bicicletta dopo cinquanta chilometri su strade disastrate perde il freno e il parafango, ma il signore che me l’ha affittata muove solo la testa verso destra quando gliela riporto, non mi chiede alcun extra.

Salutiamo l’isola dicendoci che è veramente bella e speriamo non scompaia.