Mancano pochi giorni alla fine del permesso del Sikkim. Gli ultimi giorni li passiamo in un villaggio dove c’è solo un grande monastero e pochi negozietti di chincaglierie per i turisti indiani.

Affittiamo una cella da una monaca, è pulita. Anche le lenzuola sono pulite, e anche le pareti color giallo canarino sono pulite. Ci sono alcune foto incorniciate di monaci e di posti sacri al buddismo dove siamo già stati. Il bagno è esterno, niente acqua calda ed è fin troppo gelida anche per lavarsi la faccia. Rimaniamo tre giorni in questo posto fuori dal mondo con il tempo che scorre lentissimo. Ogni giorno mangiamo da due signore che hanno un chiosco sempre pieno di monaci che si abbuffano. Quando chiediamo cosa possiamo mangiare ci rispondono aloo e roti, patate e pane. Ogni giorno la stessa cosa. Penso a tutti i vegetali possibili che si possono trovare in India e li visualizzo anche nella mia mente, ma ogni sera la risposta è aloo e roti, ed ogni sera lo mangiamo. Rincasiamo sempre per le sei e mezza e ci mettiamo a leggere fino alle nove quando sprofondiamo in un sonno profondo su due lettini duri in un silenzio tombale.

Dopo questi tre giorni di isolamento decidiamo di abbandonare il Sikkim e prendiamo una jeep collettiva per Siliguri.

La strada è tutta curve e precipizi, sulla parete rocciosa ci sono delle scritte per gli automobilisti come: “Life is a journey, complete it”, “Life is short, don’t make it shorter”, “ Drink and drive, you won’t survive”. Credo che nessun automobilista gli dia alcun peso.

Superiamo un ponte con la scritta: “thank you for your visit”, siamo fuori dal Sikkim. Ci sono gruppi di scimmie e scimmie solitarie che mi guardano negli occhi incutendomi paura. Poco dopo le scimmie si iniziano ad intravedere i templi Indù con folle di pellegrini. Il percorso si fa sempre più dritto fino a quando arriviamo in pianura su una strada che da due corsie diventa magicamente a quattro per via delle infrazioni di tutti. Anche il nostro autista, che era stato abbastanza diligente e non aveva mai suonato il clacson, alla vista del caos si scatena: supera dove non si può, discute con gli automobilisti anche quando non ha ragione, suona all’impazzata e suda.

Per strada riappare quello che conosciamo: mucche randagie, baracche di legno, cumuli di immondizia, la plastica che in Sikkim era bandita, uomini che dipingono a mano le insegne pubblicitarie e uomini che fanno la pipì contro lo stesso muro, tubi di scappamento, polvere, mendicanti, clacson infiniti, baracche di lamiera, gente ovunque, biciclette, auto rickshaw, ciclo rickshaw, rigagnoli di acqua putrida, gente che sputa betel, corvi che cercano su cumuli di spazzatura. Uno di questi trova una buccia di carta di muffin e vola via. Altre mucche randagie. Dico ad Ale che sembra un girone dell’inferno. Mi chiedo se fossi pronta a tutto questo e mi rispondo che forse non aspettavo altro. L’isolamento della montagna mi piace, cerco qualcosa nei monasteri tibetani, nella vista della grandezza dell’Himalaya, nel patire la stanchezza del viaggio, nelle lunghe attese, ma a volte non sento niente. Dovrei essere entusiasta da tutto, e invece non ho emozioni. Forse ho bisogno del contatto con la gente, del vedere le cose normali che le persone fanno, dei mercati, degli sguardi scambiati con i passanti, del tamburo di un menestrello che canta della sua vita. Ho bisogno di una somma di piccole cose che mi fanno sentire a mio agio in mezzo alla folla, almeno quando sono in viaggio.

Arriviamo in città dopo infinite ore, al caldo, dove le due felpe di pile diventano maniche corte, da 2100 metri di altitudine passiamo a 120.

Come scendiamo dalla jeep i mendicanti ci accerchiano, madri con minuscoli bambini in braccio, vecchi curvi su bastoni e bambini scalzi. Sono tenaci come solo in India sanno essere e mi spazientiscono.

Decidiamo di concederci una notte tranquilla all’Hillton Hotel, che è scritto con due L e non è il famoso albergo, ma uno normale all’Indiana. Le pareti della stanza sono a mattonelle bianche e blu e ci sembra di dormire in cucina. Le lenzuola sono macchiate e saranno da coprire con i nostri lenzuolini personali. L’acqua del bagno è tiepida ma va più che bene vista la temperatura esterna. Ci laviamo e ci sentiamo subito meglio.

Decidiamo di andare via in treno per l’Assam, l’ingresso agli stati nord orientali. Andiamo alla stazione dove veniamo di nuovo accerchiati dai mendicanti che schiviamo. Il treno per il giorno dopo non c’è, “waiting list” mi dice il funzionario. Tutta l’India si sposta in treno, e tutta l’India è sempre in movimento. Chiedo per il giorno dopo, ci trova due biglietti per il pomeriggio. Compiliamo il form con nomi, età, passaporto e numero del treno. Mi fa vedere il prezzo sullo schermo per due biglietti: duemilacinquecentosettanta rupie, quasi trentacinque euro. Una pazzia! Gli chiedo se c’è qualcosa di più economico, mi risponde “waiting list”, abbiamo trenta secondi di tempo per decidere se prenotarlo o fare minimo quarantotto ore di autobus. Lo prenotiamo. Guardiamo il biglietto più caro della nostra storia in India e con cura lo ripongo insieme al passaporto. Abbiamo un altra giornata nel girone dell’inferno: Siliguri.

Ci buttiamo in città su un tuk tuk collettivo verso il centro, stiamo in otto sull’abitacolo e ci sentiamo a casa: l’India è contatto. Giriamo per il mercato, beviamo te da una signora con un bel banchetto, mangiamo per strada, passiamo una bella giornata.

La notte non sto bene, ho la sindrome più comune per lo straniero in India: ho la diarrea del viaggiatore. Il mio stomaco non si abituerà mai alla mia voglia di mangiare per strada anche se continuerò a farlo.

La mattina dopo abbiamo tempo prima di andare in stazione, e andiamo a fare colazione. Guardiamo i mendicanti che vagano per la solita strada, c’è chi sniffa colla, chi raccoglie la plastica, chi insegue allo sfinimento qualcuno con il solito gesto della mano che va dalla pancia alla bocca e viceversa. Mi chiedo cosa farei al loro posto. Mi chiedo come si possano cambiare determinate situazioni. Non ci sono risposte.

Ci spostiamo in un altro baretto ed ascoltiamo un ragazzo che canta e suona un tamburo con dei sonagli al polso. È bravo, ha davanti un po’ di gente, c’è chi ride alle sue battute, c’è chi lo riprende con il cellulare, si fermano i bambini e le donne. Gli offrono un chai. Vedo una caratteristica fondamentale dell’India: curiosità e partecipazione. Finisce la sua performance, raccoglie i soldi guadagnati, si mette il tamburo a tracolla e va via. Ha qualcosa in più degli altri mendicanti, sembra più leggero, più indipendente. Mi chiedo chi gli abbia insegnato a suonare, dove lo abbia visto fare. Se c’è qualcuno che pensa a lui. Se si sente mai solo.

Carichiamo gli zaini in spalla e andiamo in stazione. Il treno è in ritardo. Arriva dopo un ora e prendiamo posto nel nostro vagone già pieno. Negli scompartimenti per i ricchi abbiamo le lenzuola, le coperte, cibo a volontà, finestrini chiusi senza grate, aria condizionata e nessuno può salire nelle varie stazioni a vendere la propria mercanzia. C’è silenzio. Non mi piace, si sta sdraiati e non riesco a vedere il panorama che di solito mi incanta. Non succede niente di interessante. Non posso mangiare nulla perché sto male. C’è aria viziata per via dei finestrini chiusi. Leggo e dormo. Saremmo dovuti arrivare alle 21:30 ma arriviamo a mezzanotte. Iniziamo a sentire la vastità delle distanze.

Prima che il treno si fermi ci mettiamo in fila con gli zaini in spalla e mi viene un calo di pressione, mi tolgo lo zaino e mi siedo per terra, sudo freddo e Ale amorevolmente mi asciuga il sudore e sulle sue spalle larghe carica anche il mio zaino. La porta si apre, usciamo nel parcheggio della stazione piena di corpi accovacciati sotto le coperte, sembrano bachi da seta, sono tutti ordinati, ognuno sotto la propria coperta, forse aspettano una coincidenza o forse vivono in stazione. La luna è alta ed è una metà perfetta tra le palme. È tutto buio e deserto. Andiamo in un albergo vicino alla stazione, ma quando bussiamo ci dicono “full”. Andiamo in un altro dove c’è posto, ma il prezzo è duemilacinquecento rupie, troppo per il nostro budget ma per via della stanchezza accettiamo. Ci addormentiamo sotto le lenzuola pulite.

Il giorno dopo troviamo una stanza nell’albergo che la notte prima era full.

Siamo nella città più cosmopolita dell’Assam: Guwahati. Ci piace. Giriamo per la città, la parte vecchia con i suoi edifici coloniali ancora in uso mantiene un bel fascino. Camminiamo lungo il fiume, il sole è basso e la luce è perfetta, è il mio momento preferito della giornata. Prendiamo un tè tra cornacchie e pappagalli verdi che fanno da sfondo, il muezzin chiama per la preghiera della sera, il mercato serale si prepara, ogni cosa sembra al suo posto. Anche noi stiamo bene.

“Se mi è mai capitato di fare esperienza di Dio, se la sua visione mi è mai stata concessa, devo averla certamente ricevuta attraverso questo mondo, attraverso l’uomo, attraverso gli alberi, gli uccelli e le bestie, la polvere e la terra.” Tagore ♥️

Ps: Chiediamo un permesso per entrare nello stato più ad est dell’India che è protetto: l’Arunachal Pradesh. Ci viene concesso. Andremo di nuovo in montagna, di nuovo al freddo, curve, avvisi sulle pareti delle montagne, buddismo tibetano, monasteri, isolamento. A quanto pare è uno stato che ha più a che fare con il Tibet che con l’India. Ci sono sempre voluta andare e spero che i miei sensi si attivino.