Decidiamo di andare a nord est verso Mechukha un villaggio di montagna vicino al Tibet abitato dalla tribù buddista dei Memba.

Partiamo alle sei del mattino da Along con una jeep collettiva carica di bagagli.

La jeep fa un po’ di fatica e ogni tanto si spegne, dico ad Ale che spero non ci abbandoni. Dopo nemmeno un’ora di viaggio muore e non si accende più. Si ferma così, in mezzo al nulla. Scendiamo tutti e curiosiamo nel cofano, nessuno dice nulla, ma pare sarà una cosa lunga. Si fanno varie telefonate. Attendiamo forse un meccanico, forse una’altra jeep.

Non c’è un chiosco del chai, non un negozietto dove comprare biscotti o patatine, solo una strada di terra argillosa in costruzione e foresta tutt’intorno.

Io dormo. Leggo. Mangio cornflakes dalla busta. Ale guarda il fiume sopra un cumulo di terra. Scrive il suo diario seduto sopra un sasso. Mangia mandarini.

Dopo tre ore di attesa arriva una jeep vuota. Carichiamo tutti i bagagli sul portabagagli e partiamo. Dico un detto indiano ad Ale, “alla fine tutto si risolve e se non dovesse risolversi vuol dire che non è ancora la fine”, gli piace.

Poco dopo perdiamo la valigia di una ragazza e ci fermiamo per prenderla e risistemare i bagagli. Ripartiamo, perdiamo il mio zaino quasi dentro il fiume e ci fermiamo per risistemare i bagagli con un’altra corda. Decisamente non è ancora finita.

Ci fermano i militari, guardano il nostro permesso per l’Arunachal. Altra sosta, la strada è bloccata per via dei lavori in corso, stanno sbancando una montagna.

Si riparte e il paesaggio circostante è bellissimo: risaie a terrazzamenti, alberi altissimi, banani, felci giganti, cascate alte e piccoli insediamenti urbani delle tribù Adi con bellissime case in bambù e tetto di foglie delle palme a ventaglio, ognuna con la sua parabola TATA SKY.

La strada è di nuovo bloccata per via di un tronco che cinque ragazzi provano a far rotolare con dei bastoni a bordo strada.

Nel frattempo ha iniziato a piovere e l’autista mi dice: “Miss il tuo zaino si sta bagnando, il telo impermeabile non arriva a coprirlo… problem?” “No problem.” rispondo. Cosa fai ti arrabbi? Dopo ore di attesa? scomodità? imprevisti? Penso a quello che c’è dentro: vestiti sporchi che non riusciamo a farci lavare. Semplicemente “no problem”.

La strada è lunghissima, con Ale fantastichiamo sui cibi che ci piacciono: zuppa gallurese, pizza, formaggio, ma anche verdure semplici grigliate senza peperoncino o salse e ci viene l’acquolina in bocca. Fortunatamente ci fermiamo per pranzo in un paese che si chiama Pene composto da una taverna e poche casette. Piove e c’è freddo, ma intorno quella nebbia di montagna ha qualcosa di mistico.

Il pranzo è riso con lenticchie e patate, non sono le cose che avevamo fantasticato ma ci sembra comunque buonissimo.

Ci rimettiamo in viaggio, mancano quaranta chilometri e la jeep che abbiamo davanti ha un problema così il nostro autista scende per aiutarli. Perdiamo un’altra ora e diventa buio. Non sopporto più le ragazzine che ho di fianco che cantano e sghignazzano, siamo talmente stretti che mi fanno male le gambe e la schiena.

Nell’attesa e avvolti dal buio mi chiedo cosa andremo mai a cercare. Cosa penseremo di trovare in un villaggio di montagna lontano da tutto? Cosa ci spinge a patire in questo modo? Perché ci spingiamo sempre oltre?

La strada si fa sempre più stretta e con sempre meno asfalto. Quando mancano 15 chilometri facciamo il countdown ad ogni pietra miliare. Siamo esausti.

Arriviamo alle 20, con sei ore di ritardo rispetto al previsto, il paese è deserto tranne dove aspettano le jeep che al nostro arrivo si scatena un’atmosfera di festa e scoppiano petardi. Anche noi siamo contenti.

Ci aggiudichiamo il premio di viaggiatori incalliti.

Un ragazzo molto gentile ci accompagna alla nostra home-stay che è già chiusa con il lucchetto e ci fa aprire. Ci sistemiamo in una stanzetta di legno con bagno e acqua calda. La famiglia ci dice di andare a mangiare in soggiorno. Quando entriamo ci sono, attorno ad un fuoco al centro della stanza, delle famiglie indiane in vacanza e un’altra viaggiatrice indiana solitaria. È la terza che incontriamo. Quando pensi che alcune cose siano impossibili, l’India ti dimostra che non è così. Siamo un po’ in imbarazzo ma ci mettono subito a nostro agio, sono gentili.

Andiamo a letto stanchi ma contenti sotto delle pesanti coperte.

La mattina ci svegliamo all’alba, avvolti da una coltre di nebbia, ma non appena il sole inizia a riscaldare scopre delle bellissime montagne innevate che ammiriamo con stupore.

Oggi, 16 gennaio è, secondo il calendario lunare, il Losar, il capodanno tibetano che dura per tre giorni.

Ceneremo tutti insieme dalla famiglia.

I padroni di casa indossano bellissimi abiti tradizionali e gioielli. Ci sono anche degli indiani in vacanza con cui chiacchieriamo, sono molto aperti ed io principalmente parlo con la figlia che studia sociologia e mi racconta delle diverse tribù in India che rischiano di scomparire.

Mangiamo insieme e poi tutti a letto (21,30, è tardissimo), tranne i padroni di casa che scoppiano petardi e bevono birra fatta in casa.

La mattina dopo Nanà ci dice che deve andare al villaggio per trovare la mamma e che se vogliamo possiamo andare con lei. Accettiamo.

Attraversiamo delle bellissime colline con poche case attraverso dei sentieri, un ponte tibetano scricchiolante fatto con tavole di legno e cavi d’acciaio. Nanà mi dice che questa regione è povera, che non ci sono infrastrutture, le chiedo se si vive in pace e mi dice di sì, ma che preferirebbe vivere in pace con il progresso. Annuisco, ma so che di solito queste due cose non possono coesistere. Immagino già il villaggio tra dieci anni con i suoi alberghi di cemento che deturperanno il paesaggio, i locali che prepareranno pancake, le agenzie di viaggio che proporranno favolosi trekking e paragliding, e i bambini che chiederanno dieci rupie ai turisti. Accadrà, e mi piange il cuore a pensarci anche se per loro sarebbe un sogno.

Dopo due ore arriviamo al villaggio Decheng Thang che non è sulle cartine, non è raggiungibile attraverso una strada, e non ha elettricità. Per me che non ci vivo e posso solo immaginare le difficoltà è meraviglioso: una trentina di case lontane una dall’altra, un mulino comune, una scuola e le montagne innevate da entrambi i lati.

Le case sono tutte in legno, hanno delle grandi stanze con il fuoco al centro dove scaldano il tè o cucinano la zuppa. Il mobilio è composto da delle cassapanche dove si tiene la scorta del riso e del miglio, due credenze con tazze e scodelle e una con poche pentole, un letto. Le stanze sono buie ma accoglienti, calde. Ci sediamo attorno al fuoco su dei cuscini fatti con un’animale simile ad una mucca ma molto più grande che esiste solo in Arunachal.

Facciamo prima colazione con noddles in brodo e poi mangiamo una zuppa tipica fatta con birra, un mestolo di burro, farina di miglio e formaggio. È buona, ma stordisce. Poi ci sarà il pranzo.

Andiamo a trovare il nonno di Nanà che ha novantacinque anni e va ghiotto di biscotti confezionati, ne ha una credenza piena. I suoi possedimenti sono: un cappello, due ruote della preghiera, un mala.

Questa casa è più vecchia ed è ancora più bella dell’altra.

Il secondo giorno del Losar decidiamo di andare al vecchio Gompa della città. Ci impieghiamo più di due ore per arrivare. Incontriamo dei ragazzi lungo il cammino che proprio come fossimo due pellegrini ci offrono succhi di frutta e patatine.

Quando arriviamo incontriamo la sorella di Nanà, Passang, che ci saluta da lontano e ci viene incontro correndo. Lei ieri è rimasta al villaggio e ci ha raccontato che si annoia senza luce e televisione. Mi chiede dei miei capelli corti perché li porta anche lei, ma le sorelle e la mamma non vogliono che se li tagli. È una teenager un po’ ribelle, vive in Himachal per studiare, che si trova a sette giorni di autobus, odia Menchukha ma la mamma la vuole a casa per le feste. Ci dice che vuole conoscere il mondo e vedere altre cose, che non le piacciono i vestiti tipici da donna, che non si vuole sposare, ma la mamma le ha detto che se non vuole sposarsi deve farsi monaca.

Immagino la difficoltà della sua vita, il fatto di non sentirsi parte del mondo così tradizionalista che la circonda. La non indipendenza nel dover dipendere sempre da un parere altrui anche se familiare. Ci fa tenerezza. È diversa dalle altre ragazzine che ci sono al Gompa.

Ci chiede se quando andiamo via dal tempio passiamo a trovarla nel suo villaggio. Le diciamo di sì e, contenta, ci dice che ci aspetterà.

Il vecchio Gompa è bellissimo è stato costruito quattro secoli fa, è tutto in legno, ci sono disegni colorati sulle pareti, bandiere della preghiera e un paesaggio da cartolina. I monaci sono tutti indaffarati nella puja.

Ci offrono il pranzo fatto di riso e lenticchie che per la prima volta da quando vengo in India mangio con le mani. A me mangiare il riso con le mani fa schifo, ma non ci sono cucchiai e non mi posso rifiutare. Sopravvivo.

Ci avventuriamo per i campi mentre cerchiamo il villaggio di Passang. Dei ragazzi ci invitano in casa per bere un bicchiere di birra artigianale ed entriamo. L’aria è di festa, sono ospitali e noi cerchiamo di cavarcela con le poche parole di tibetano che conosciamo.

Quando ci rimettiamo in cammino perdiamo il sentiero e finiamo in uno dentro l’acqua, io indosso due paia di calze di lana completamente bagnate. Troviamo il villaggio dopo un’ora.

Passang ci invita ad entrare e ci offrono birra con farina di miglio, tzampa in tibetano. Stiamo lì con loro e anche se abbiamo poco in comune stiamo bene. La luce che entra dalla finestra è soffusa e si fonde con quella del fuoco e del marrone del legno, le mie foto non riusciranno a rendere giustizia a quel momento.

Chiedo a Passang il suo indirizzo perché vorremmo spedirle qualcosa, è contenta. Dobbiamo andare via perché tra due ore tramonterà il sole, il tempo per ritornare a Mechukha.

Quando ci salutiamo vorrei dirle che se non vuole sposarsi va bene lo stesso, e che se le piacciono i capelli corti può continuare a portarli, ma non lo faccio. Ci ringraziamo a vicenda e ci diciamo che è stato un piacere conoscerci.

Questo è il posto che più ci è piaciuto dell’Arunachal nonostante i suoi terrificanti ponti tibetani e la lunga strada per arrivare.

È un posto fatto di altri tempi, di persone cordiali, di vita semplice, di paesaggi incontaminati, di fiumi puliti.

Ancora una volta non ci sono scorciatoie per un posto in cui valga la pena andare.

Ps: il giorno che decidiamo di partire la nostra jeep viene cancellata e rimaniamo con i nostri zaini per strada alle 5 del mattino. Restiamo bloccati per un altro giorno ma Nanà ci ridà la nostra stanzetta. Facciamo colazione con loro, beviamo butter tea che inizio ad apprezzare e delle polentine che si inzuppano dentro, tutto davanti ad una stufa a legna.