Arunachal Pradesh, dal sanscrito: “Terra di montagne baciate dal sole nascente”. È uno stato prevalentemente montuoso ed è attraversato dalla catena Himalayana, è lo stato che vanta la più ricca composizione etnica e quello meno popolato dell’India.

È uno stato difficile da attraversare, la lonely planet dice che alcune strade sono fatte solo per viaggiatori incalliti e con vero spirito di adattamento, specialmente per la prima che decidiamo di percorrere. Una strada di montagna che supera un passo di oltre 4000 metri con un vento gelido che ti ghiaccia il viso, poi si scende fino a Tawang a 3000 metri vicino al confine con il Tibet. Detto così sembra semplice, ma le strade di montagna non sono mai le stesse: franano. È per questo che sono sempre in costruzione, spesso bloccate, strette, e con un solo senso di marcia. Lungo il percorso ci sono donne con bambini sulle spalle che spaccano pietre che serviranno per il manto stradale, le loro case, lungo la strada in costruzione, sono fatte da bidoni di catrame aperti, messi uno accanto all’altro per fare le pareti e il tetto.

La valle di Tawang nel 1962 fu invasa dalla Cina e fu teatro di una dura battaglia durata un mese con il ritiro volontario delle truppe cinesi. Ora la valle è occupata da militari. Ci sono infinite “fortezze Bastiani” che aspettano che un nemico invada, ma nel frattempo fanno la guardia, controllano chi passa, quanti siamo nelle jeep collettive, se abbiamo il permesso per entrare e tutte le altre inutilità dei militari. Sulle pareti delle caserme si leggono le solite frasi su onore, orgoglio e obbedienza.

Per arrivare a Tawang da Tezpur (una cittadina in Assam), potremmo prendere una jeep di quindici ore, ma decidiamo di fermarci a metà strada: Dirang, un villaggio di montagna. Andiamo a stare da una signora tibetana che ha una casa in legno, ci apre la porta con il mala in mano mentre recita il solito mantra “om mane pame hung”. Restiamo per due giorni, giriamo per villaggi, ci incantiamo a guardare il fiume mentre beviamo tè nero salato e pepato.

Da Dirang prendiamo una jeep collettiva per Tawang, la signora che ce la prenota ci dice che parte alle 7 di mattina, e ci tiene a dirci di essere puntuali, tutto tradotto da una ragazzina che passava lì per caso. Alle 6:45 siamo in postazione… a che ora arriva la jeep? Alle 8!

Il viaggio è lungo, il passo di Se La ha un po’ di neve, il vento è gelido ed io per tutto il viaggio sogno la zuppa tipica di Tawang: brodo di formaggio di yak fermentato e funghi che mangeremo non appena arrivati in città. È buonissima.

Prendiamo una stanzetta con due lettini singoli e un tavolino dove ogni sera ci prepariamo il tè per non morire di freddo. La città si spegne alle 18, l’unico locale notturno chiude alle 21 ed io e Ale siamo già sotto le coperte alle 18,30. C’è molto freddo, tanto che dobbiamo trasformare due bottiglie di plastica in borse dell’acqua calda, io dormo con la sciarpa, la cuffia e la coperta che uso per uscire più quelle dell’albergo. Mentre siamo a letto Ale mi dice: “Bellè ma cosa cavolo ci facciamo in montagna?” “Cerchiamo Shangri La.” gli rispondo.

La mattina, dopo aver fatto tre chilometri in salita, raggiungiamo il luogo per cui è conosciuta Tawang: un complesso monastico del 1600, secondo per dimensioni soltanto al Potala. È una cittadella più che un monastero. È costruita con pietre bianche colorate con la calce, ci sono le ruote della preghiera che girano con un sistema ad acqua, le bandierine che sventolano con il vento gelido, c’è un’enorme biblioteca e silenzio tutt’intorno.

Quando entriamo ci sembra di essere veramente arrivati ai confini del mondo. Mentre siamo su un terrazzo da dove si vedono le montagne e il monastero mi chiedo come si possa descrivere la pace che ci circonda, la bellezza del palazzo. Il freddo e la stanchezza passano, rimane il resto, il vero motivo che ci porta a patire tutto. Mi ripeto una frase che ho letto prima della partenza: “there are no short cut for any place worth going”, non ci sono scorciatoie per alcun luogo dove valga la pena andare.

Continuerò a ripeterla come un mantra per tutti i tragitti che compiremo.

Decidiamo di passare tre giorni a Tawang, percorriamo 20 chilometri al giorno di sali e scendi per la valle, andiamo nel modesto gompa (tempio in tibetano) dove nacque il VI Dalai Lama, per stupa e monasteri, ma la nostra ricerca non è solo mistica, cerchiamo anche del formaggio! Troviamo un formaggio a cubetti durissimo che Ale rifila ai randagi vicino casa e dell’altro formaggio di yak che vendono le signore della tribù Mompa al mercato locale, ma anche questo non ci soddisfa. In un negozio compriamo un formaggio industriale che sa di formaggino ma più consistente. Ad Ale viene in mente di comprare dei chapati, pane non lievitato indiano, e fare dei “cheese kebab” come li chiama lui. Li apprezziamo molto.

In città incontriamo una mosca bianca: una ragazza indiana che viaggia da sola. Chiacchieriamo e mi dice che voleva affittare una moto ma i ragazzi del negozio le hanno detto che non le affittano alle ragazze sole non accompagnate da un uomo. Era arrabbiata e frustrata, aveva già girato in moto da sola e non capiva il motivo per il quale non gliela dessero. Aggiunge che le donne possono guidare le moto meglio degli uomini, io concordo e aggiungo come molte altre cose. Annuisce. Stiamo in silenzio. Osservo un poster appeso al muro verde del locale dove beviamo il tè, è Durga, la dea delle dee, una delle mie preferite, è l’incarnazione dell’energia femminile: Shakti. Ha sei braccia, in ogni mano ha un oggetto magico, cavalca una tigre. È bella.

Penso che abbiamo ancora molta strada da fare, in qualunque angolo del mondo.

A Tawang la strada finisce e non ci sono altri collegamenti se non fare la strada che abbiamo già percorso nel senso opposto. Partiamo alle 5,30 di mattina puntuali, dovremmo impiegarci sei o sette ore fino a Bomdila, il capoluogo della regione. Carichiamo la jeep con altre nove persone, oltre noi e l’autista e partiamo. Ci fermiamo in un chiosco prima del passo di Se La 4176 metri e beviamo un tè dove mi sembra ci sia meno freddo rispetto all’andata, non so ancora che nella montagna che dobbiamo superare ha nevicato.

La montagna è bianca e completamente in nube, si procede a passo d’uomo, ad una delle prime curve strette la jeep fa un giro su se stessa, si ferma tra un precipizio ed una parete di roccia. Tra i passeggeri regna il silenzio da shock mentre io esclamo: “PORCA MERDA!” Chiedo all’autista se ha le catene e un ragazzino di fianco a lui mi dice ridendo: “no chains”. Ottimo. Mi dice di stare tranquilla che subito la neve finisce, ma non è così, infatti tutte le jeep si accodano e iniziano a trafficare con delle corde attorno alle ruote motrici. Con voce sarcastica-disperata dico ad Ale “le famosissime corde da neve…” Lui ride, io no. Tutti sono fuori dalle jeep presi dal male del nostro tempo: l’egomania! Si fanno infiniti selfie. Tre persone della nostra jeep hanno deciso di andare a piedi (li riprenderemo dopo pochi chilometri).

La fila di jeep con le “corde da neve” procede, scendendo si incontrano camion fuori strada, macchine che non riescono a salire, gente che scivola. Gli alberi sono ghiacciati, le bandierine della preghiera anche, dico ad ale che se arriviamo a destinazione dobbiamo andare a rendere omaggio agli dei di una qualunque fede.

Dopo non so quanto tempo o quanti chilometri la neve finisce e troviamo anche il sole, io sono distrutta e mi riprendo solo con due “cheese kebab”. Arriviamo a destinazione dopo nove ore e mezza.

Manteniamo la promessa e andiamo al tempio di Shiva che abita le montagne e ci sembra adatto. Compriamo gli incensi, ci togliamo le scarpe e credendoci veramente gli rendiamo omaggio. Il bramino ci guarda perplesso e mentre facciamo fumo con un mazzo di incensi a testa recita dei mantra in sanscrito, gli diamo una piccola offerta, lui ci fa il tikka rosso in fronte e ci da degli zuccherini sacri.

Tutto nella norma.