Da Bomdila andiamo a Itanagar, la capitale dell’Arunachal, il viaggio dura dall’alba al tramonto. Non mi è mai piaciuto arrivare all’imbrunire in un posto perché sembra molto più brutto di quanto in realtà sia, infatti Itanagar ci sembra proprio una brutta città. Non riusciamo a trovare un albergo, quelli economici non vogliono darci una stanza. Ale aspetta con gli zaini nell’ultimo albergo che non ha stanze per noi mentre io vado a caccia, ma ritorno a mani vuote. In mia assenza ha chiacchierato con i ragazzi che quando hanno saputo la nostra nazionalità hanno esclamato: “Valentino Rossi!” come se fosse un nostro parente, e magicamente è comparsa una stanza.

Ale non sa nemmeno che numero Valentino Rossi porti.

Decidiamo di non dare alla città una seconda occasione e prendiamo una jeep alle 5,30 del mattino per Ziro, quattro ore di viaggio ci sembrano una passeggiata. In questa città e nei villaggi circostanti vive la tribù degli Apatani.

Da qui passa il percorso degli itinerari turistici sugli stati nord orientali dell’India. Vediamo un gruppo di italiani che scendono da una jeep privata e scattano fotografie all’impazzata per due ore a una donna indigena, sono i primi turisti che vediamo in interi giorni di viaggio.

La particolarità delle donne Apatani sono i tatuaggi sul volto fatti da una linea che divide in due il viso e delle altre linee verticali sul mento, hanno anche dei dischetti infilati nelle pareti laterali naso. Queste donne scompariranno, perché quando arrivarono i cattolici e fecero andare le ragazzine a scuola in Assam, queste venivano emarginate e ritornavano nel loro villaggio rinunciando allo studio, così, negli anni 70 sono stati convinti a bandire le stranezze per potersi “evolvere”.

Gli Apatani sono principalmente animisti, credono nel sole, nella luna e nella natura, praticano sacrifici animali quando un membro della famiglia sta male o quando gli spiriti sono arrabbiati. Da quando i missionari sono arrivati in India il quaranta percento degli Apatani si è convertito, (in principio forzatamente), al cristianesimo ed ogni anno molti continuano a convertirsi, tanto che è nato un movimento che rivendica l’appartenenza indigena. Una ragazza (Apatani cattolica) che ci fa da guida nei villaggi ci racconta che alcuni preti la domenica provano a dividere la comunità dicendo che non devono partecipare alle feste pagane, che non devono accettare il cibo di una bestia sacrificata, o passare il loro tempo in compagnia di chi continua queste pratiche. I villaggi sono divisi, chi ha fede indigena ha una bandiera fuori da casa che rappresenta il sole e la luna, chi ha fede cristiana ha una stella.

Per me la religione divide.

Ho letto un libro di Lewis che denuncia la prepotenza nel convertire gli indigeni al cristianesimo nel sud est asiatico provando a fargli capire parole come “gelosia” o “invidia” per inculcargli la fede in un unico Dio, ma queste parole erano inesistenti nel loro vocabolario.

Le donne Apatani guardano i miei vistosi orecchini e li pesano con la mano, dicono: “beautiful” nella loro lingua. Io guardo i loro ornamenti e gli ripeto: “beautiful”.

Forse la bellezza sta nella diversità di ognuno.

Nonostante Ziro sia una cittadina interessante decidiamo di proseguire su una strada dove ci sono più buchi che asfalto. Andiamo a Daporijo.

156 chilometri in otto ore.

Daporijo è brutta, sembra in costruzione, bruciano rifiuti di continuo. Rimaniamo bloccati, non ci sono jeep per la nostra prossima destinazione. Andiamo al bus stand che sembra abbandonato, ci sono carcasse di autobus senza ruote né sedili. Proviamo a riandarci la mattina dopo ma la situazione è la stessa finché un ragazzo si preoccupa per noi e ci dice dove andare per prenotare due posti su un bus. Gli chiedo in quali condizioni sia la strada e mi dice “usable”. Non avevo mai sentito prima che una strada possa essere classificata come “usabile”. Nella realtà dei fatti è la strada peggiore del mondo.

Quando lo ringraziamo per la sua gentilezza ci dice che in hindi c’è una parola che significa “lo straniero è Dio” e ci saluta. Questa è la saggezza della mia India.

L’unico bus disponibile è notturno, dovrebbe partire alle tre di pomeriggio. Di solito i bus notturni non li prendiamo mai, sono scomodi, le strade non sono illuminate e fondamentalmente io ho paura, ma ora non abbiamo altra scelta.

Passiamo il nostro tempo a girovagare per il mercato con bellezze tribali che vendono collane di perline e mandarini.

Dove dobbiamo prendere l’autobus c’è un chiosco che fa il chai, ci fermiamo e passa un bel sadhu. Si avvicina per bere dell’acqua e lo saluto, gli chiedo da dove arriva, “Delhi” mi dice e ci fa la stessa domanda. Gli chiedo se vuole un tè, ma mi dice di no, e sorridente continua a bere la sua acqua. Quando sta per andare via il ragazzo del chiosco lo chiama per dargli una piccola offerta e gliela diamo anche noi, si infila una mano in tasca e mi regala una pietra brillante arancione chiaro. “Come buona fortuna” aggiunge. Ne abbiamo bisogno, la metto tra i nostri amuleti di viaggio.

Sempre nello stesso chiosco, mentre aspettiamo che arrivi l’autobus, si fermano due signori che sono convinti che Ale sia del Kashmir e solo dopo ci dicono in un perfetto inglese: “so che non si chiede, perché facciamo parte del genere umano, ma da dove venite?” Glielo chiedo anche io, perché in India pochi rimangono nel posto dove sono nati, la maggior parte di essi si sposta: per lavoro, per pellegrinaggio, per commercio. Infatti nessuno dei due è dell’Arunachal. Ci offrono un tè, anche se ce lo aveva già offerto prima il ragazzo che ci ha prenotato il bus. Chiacchieriamo dell’India, dell’Italia e delle religioni. Quando stanno per andar via ci dicono: “tutte le cose belle hanno un termine, dobbiamo andare, ma è stato un piacere.” Ci stringiamo prima la mano come si fa in Occidente e poi ci salutiamo a mani giunte come si fa in oriente. Ci piace molto parlare con gli sconosciuti.

Il nostro vecchio bus arriva, ma ci vuole un’ora prima che carichino tutti i mandarini sul porta bagagli . Partiremo con un’ora di ritardo e sarà subito buio. Ci sediamo ai nostri posti: 11/12 che non sono numerati e dobbiamo contare tutti i sedili.

Guardo il chiosco del tè cercando di memorizzarlo, e quando l’autista mette in moto il ragazzo del chai ci saluta con la mano fino a quando non partiamo, avevo intenzione di farlo anche io, ma lui mi precede e mi commuove un po’. Non ci rivedremo più. Mi chiedo cosa unisce le persone, cosa le rende gentili o sensibili.

Penso cosa renda bello un posto senza alcuna attrattiva, forse i suoi abitanti, forse la gentilezza; o forse bisogna rimanere bloccati per apprezzare le piccole cose.

La strada è tutta fango e taglia in due una fitta giungla. Ignoto tutt’intorno. Ogni tanto si vedono dei lumini su delle belle case tipiche di questa zona fatte in bamboo.

Saremmo dovuti arrivare a Basar per prendere una coincidenza alle nove, ma la troviamo comunque a mezzanotte e mezza. Gli autobus si fermano in mezzo alla strada, prendiamo gli zaini e saliamo sulla coincidenza che puzza di alcool o di vomito, è indefinibile.

La strada sale ed è sempre peggio. Arriviamo distrutti alle quattro del mattino davanti ad un mercato che si prepara a nascere.

173 chilometri in dodici ore.