Abbiamo passato il confine tra Nepal e India. La parte nepalese è molto tranquilla. Quando usciamo dall’ufficio immigrazione ci fermiamo in un chiosco per prendere un te nella terra di nessuno e per prepararci all’ingresso nell’altro stato. Superiamo un ponte e stiamo già attraversando une delle tante porte dell’India. Andiamo a cercare l’ufficio immigrazione dove ci chiedono del perché l’Italia sia fuori dai mondiali, rispondo a nome di Ale “Capita!”.

(ps: le domande vengono fatte sempre a “Sir”)

La città di confine è un casino all’Indiana. Tra urla e clacson, ci fanno salire su un autobus diretto a Siliguri, uno snodo per arrivare a qualunque città dell’India del nord, ma abbiamo pochi soldi. Al confine abbiamo usufruito di un pessimo cambio di rupie, (da nepalesi a indiane) ma ci infiliamo comunque sull’autobus quando, dallo zainetto, tiro fuori le mie adorate caramelle allo zenzero, comprate in farmacia in Italia. Un uomo che sta in piedi vicino a noi mi dice “ginger!”, si tocca la gola e fa cenno se può prenderne una, poi arriva il controllore e dice “mmh ginger” e ne prende una anche lui… Dico ad Ale che dalla discrezione dei nepalesi siamo ritornati alla sfacciataggine degli indiani.

Da Siliguri ci sono delle jeep collettive che vanno verso il Darjeeling, chiediamo prezzo e tempo, 150 rupie 2 ore e mezza. Facciamo due conti e i soldi ci bastano solo per i biglietti. Dovremmo arrivare che c’è ancora luce ma dopo 7 chilometri la jeep si ferma. Aspettiamo il meccanico per un’ora, non abbiamo abbastanza soldi per il cibo e poche ore prima avevamo sgranocchiato l’ultimo kinder cereali dalla scorta che ci aveva fornito mia mamma. 🙏🏽

Riusciamo a ripartire, con la jeep che sbuffa tra le montagne, ma arriviamo che è già buio e affamati andiamo a cercare un posto per dormire. Darjeeling è la hill station per eccellenza degli inglesi e stando a quota 2000 metri è fredda soprattutto d’inverno.

Stiamo in Darjeeling per una settimana. È molto bella e ci sono cose interessanti da vedere oltre ad un bellissimo spettacolo quotidiano dell’Himalaya. Camminiamo per le strade di montagna, andiamo per antichi monasteri, piantagioni di te, edifici coloniali, il giardino botanico e il campo dei profughi tibetani che ci commuove un po’. È totalmente autonomo e c’è un piccolo negozio che vende i prodotti fatti a mano dalle varie botteghe dove entriamo a curiosare. A me commuove un vecchio sarto sorridente che assembla borse, mi chiedo quando avrà percorso due mesi di cammino nella neve per raggiungere il confine e sentirsi salvo. È circondato da mappe scritte a mano del Tibet e vecchie foto del Dalai Lama. Nel centro c’è chi tesse la lana, chi la colora, chi arrotola gomitoli, chi tesse tappeti tipici e il carpentiere. Compriamo qualcosa al negozietto ma gironzoliamo per ore. I tibetani sono persone molto silenziose e un giovane, con tono un po’ di disappunto, mi dice che è per questo sono profughi. Mentre siamo in Darjeeling chiediamo un permesso per andare in Sikkim, uno staterello tra il Nepal, il Tibet e il Bhutan. Ci viene dato e così prendiamo 3 diverse jeep collettive più un taxi per raggiungere una città a soli 70 chilometri di distanza. Le strade sono di montagna, disastrate e, a quanto pare, sempre in costruzione.

C’è un freddo cane, abbiamo sbagliato periodo, ma ormai ci siamo e patiamo il gelo. Nell’albergo, l’acqua calda c’è solo dalle 18:00 alle 7:30 del mattino, ossia nelle ore più fredde, così ci laviamo come i gatti per due giorni.

Questa cittadina ospita, cascate visitabili con un tour a cui non partecipiamo , ma anche vecchi monasteri buddisti raggiungibili a piedi tra i parchi. Questi li visitiamo con piacere e i monaci, che preparano la puja, ci fanno accomodare e ci offrono butter tea e biscotti. Prendiamo un’altra jeep collettiva (in Sikkim non ci sono autobus per via delle strade impervie) e raggiungiamo un villaggio che si chiama Yuksam. Alloggiamo nella casetta di legno, di una famiglia, che da fuori ci piace. La stanza che ci danno è spartana: due lettini con un materasso di 5 centimetri (senza esagerare), una tavolino e una sedia; guardiamo verso una porticina ma la bambina ci dice che quello non è il bagno, il bagno è da dividere e l’acqua calda è a secchi, 20 rupie (30 cent) per secchio. Accettiamo, ma sappiamo che non ci laveremo mai. C’è talmente tanto freddo che la notte dormiamo vestiti, io con anche il giubbotto e la cuffia.

Il villaggio è tranquillo, quasi non passano macchine. Restiamo per due notti, la seconda sera la passiamo a leggere. Finisco, in lacrime, “Il segreto del bosco vecchio” di Buzzati ma non mi va di iniziare un altro libro perché mi sembra di mancare di rispetto all’autore appena letto. Quindi, infreddolita e con i piedi gelidi anche se già sotto le coperte di dubbia pulizia, fisso il soffitto in legno, color pesca e completamente tarlato. Ale legge “Il grande viaggio” di Cederna, un libro su un viaggio in India. Mi legge dei protagonisti che, morti di fame, a letto si raccontano di ricette di torte alla frutta. Ma Ale mi racconta la sua versione della storia: “ho appena acceso la coperta elettrica, la stufa accesa mi riscalda i piedi e in bagno l’acqua calda riempie la vasca per il bagno caldo profumato… come la vedi?”

Ridiamo.

Arriviamo in un altro villaggio fatto da una strada in salita. Affittiamo un’altra stanzetta in legno da una famiglia dove il bagno si divide ma c’è l’acqua calda con tanto di scaldabagno. La signora mi dice solo di accendere l’interruttore. Andiamo in un vecchio e bel monastero in cima ad una collina ma quando stiamo rientrando, alle 17:30, è già tutto chiuso tranne la casa/ristorante di una signora alla quale , alla domanda “cosa volete mangiare?” rispondiamo “qualunque cosa!”. Ci prepara un’ottimo e piccante thukpa, una zuppa tibetana di verdure e noodles. Rincasiamo, paghiamo i padroni di casa, che in principio non mi avevano fatto una buona impressione, ma, mentre ci danno tutte le informazioni per prendere le jeep collettive del mattino, mi ricredo e mi fanno un po di tenerezza.

Sono tentata di farmi la doccia visto che qui fa meno freddo, (Ale ci ha già rinunciato), vado in bagno e vedo che devo riempire un secchio con l’acqua calda e lavarmi con un contenitore in plastica perché manca il doccino. Sono combattuta, fino a quando il destino mi fa perdere le speranze facendo mancare la luce. Ci portano le candele, il che vuol dire che mancherà a lungo. Penso che non c’è mai fine alla scomodità e mi viene in mente un signore russo che abbiamo conosciuto su una jeep collettiva dove, per stare più comodo, compra due posti a sedere… Io dico ad Ale che ancora non sa che in India non esiste la comodità a meno che non prenoti un intera macchina per te.

Niente doccia, leggiamo a lume di candela finché non ci addormentiamo. Il giorno dopo aspettiamo una jeep dalle sei del mattino, che arriverà solo alle otto per portarci in un villaggio vicino dove aspetteremo altre due ore per riempire un’altra jeep con dieci persone e andare alla cittadina che ci interessa.

Alcune volte rimaniamo bloccati nei villaggi mentre aspettiamo i mezzi pubblici, di solito ci sediamo al sole a bere litri di te, leggere o guardare la vita che accade. Di solito non accade molto, tutti sembrano in attesa di qualcosa: gli ambulanti di clienti, noi dei mezzi per andare via, i vecchi della morte, i randagi di cibo, gli unici che non attendo nulla sono i bambini che giocano con delle pietre come se fossero biglie. Tutto scorre lentamente. A me mette tutto un po’ di angoscia e mi sembra di essere in un eterno “Aspettando Godot”. L’esistenza che si consuma nell’attesa.

Il Sikkim è molto bello, è fatto da montagne innevate e foreste verdissime senza plastica; dalle jeep superiamo, attraverso ponti tibetani in metallo con attaccate bandierine colorate della preghiera, dei fiumi verdissimi e puliti che corrono a valle. La sua popolazione è di montagna, mite, gentile e silenziosa. A volte non ci sembra nemmeno di essere in India, anche se… Stamattina, nel villaggio, abbiamo visto un ufficio postale. Ci servono dei francobolli da attaccare al diario e così saliamo per delle scale in cerca dell’ufficio. Le porte sono chiuse così dico: “Hello”

Da dietro una tenda esce il direttore delle poste: “Yes?”

Io: “Post office?”

Lui: “Yes?”

Io: “Is It closed?”

Lui: “It opens at 8:30”

Io: “Ok!” andiamo via. Guardo l’orologio, sono le 9 e un quarto. Ridiamo e ci rassicuriamo, siamo in India.

Ps: troviamo un albergo con l’acqua calda ma che dura poco, i rubinetti si rompono e Ale, per via dei capelli lunghi, deve lavarsi in due riprese mentre aspetta infreddolito che il baby scaldabagno si riscaldi di nuovo.