Il nostro visto del Nepal è quasi al termine, siamo a cento chilometri dal confine con l’India e abbiamo deciso di passarlo domani mattina.

Abbiamo passato due settimane a Kathmandu per aspettare, nervosi come due ragazzini all’esame di terza media, l’ok per il visto indiano, e quando è arrivato abbiamo festeggiato con una pizza cotta nel forno a legna da tre euro a testa, (per noi una spesa altissima). Le nostre settimane sono state memorabili, Kathmandu, se si va oltre lo smog e la polvere è bellissima, ha storia in ogni angolo, piccoli templi sparsi ovunque e stupa (costruzioni buddiste) di quartiere che mi mettono il buonumore mentre guardiamo la vita bevendo tè al limone.

Abbiamo fatto i cittadini con i mezzi pubblici, in autobus talmente piccoli che Ale ingobbiva per via della sua altezza spropositata per il Nepal. Abbiamo passato la festa per la luna piena nel quartiere tibetano con lo stupa più grande che ci sia ad accendere lumini per una futura vita lontana dall’ignoranza, mangiato pop corn guardando il flusso di gente in movimento, e girato in senso orario attorno allo stupa assicurandoci così la buona sorte.

 

 

Abbiamo preso parte alla puja buddista che è sempre un’emozione, fino a quando ad Ale non fanno male le gambe per tenerle tanto tempo incrociate portandolo a muoversi di continuo e a distrarmi da tutto. Abbiamo scherzato con i monaci per via della mia testa rasata, ci hanno scroccato i pop corn, abbiamo fatto offerte nei monasteri perché vengano tenuti sempre così belli. Siamo andati via a mani giunte con la promessa di ritornare in quel luogo che ha qualcosa che va oltre al turismo e il patrimonio dell’umanità.

 

 

Abbiamo instaurato un bel rapporto con i ragazzi dell’albergo con la santa acqua calda e con la coppia che gestisce il ristorante dove abbiamo fatto ogni giorno colazione.

Da Kathmandu siamo andati via un po’ a malincuore anche se era il momento di andare.

 

 

Abbiamo preso un autobus di infinite ore con i passeggeri che vomitavano di continuo per via delle curve, tanto che dopo otto ore non stavo bene neppure io. Scendiamo in una cittadina nel nulla dove dobbiamo cambiare autobus e sappiamo qual è solo perché il ragazzino urla “Janakpur Janakpur”. Sistemano gli zaini sul tetto del bus e saliamo, non c’è posto a sedere ma sull’autobus abbiamo una visione: dico ad Ale “welcome to India”. Ci sono donne con sari colorati e bambini in braccio, uomini vecchi con un cencio in testa e tutti ci guardano con quella curiosità tipica indiana; ad entrambi scendono due lacrimucce per l’emozione. Mi passa la nausea. Ci fanno sedere, e guardando fuori ci accorgiamo che è cambiato anche il paesaggio: è diventato piatto e con colori caldi che vanno dal beige al marrone, ci sono le donne colorate nei campi, le biciclette vecchie parcheggiate a bordo strada, uomini che camminano su strade sterrate e vanno apparentemente verso il nulla, ci sono gli spaventapasseri e i corvi che volano basso. Penso che il mondo sia un bel posto e dico ad Ale che siamo fortunati per aver visto quello che vediamo.

Arriviamo a Janakpur, è una città non turistica al confine con l’India dove tutti ci vengono a parlare non appena ci fermiamo per cinque minuti, al tempio principale della città si forma il capannello di gente e la sera durante l’aarti (omaggio alla Luna la sera e al Sole la mattina) ci fanno delle ghirlande di fiori freschi, ci offrono frutta secca come cibo sacro e poi partono i selfie da cui non ci si può esimere.

 

 

Decidiamo di stare qualche giorno perché la città ci piace e poi perché ci sono le elezioni nepalesi e per sicurezza non parte nessun pullman e i confini sono chiusi.

In questi giorni andiamo a bere il tè da una famiglia piena zeppa di bambini con cui non ci capiamo, ma in qualche modo ci piacciamo. Porto la macchina istantanea, decido di scattare due foto, una per noi ed una per loro. Come escono le foto tutti si mettono attorno a me per vedere la magia, l’immagine che appare su quel pezzo di carta bianco.

 

 

Sono tutti eccitatissimi e la foto va con cura di mano in mano. Nella loro copia scrivo una dedica con un cuoricino che è internazionale.

Camminiamo per chilometri attraverso villaggi con le case fatte di fango dove le donne fanno dei disegni floreali sulle pareti, legati ci sono bufali d’acqua e caprette, alcuni ragazzi ci mettono i figli in braccio e scattano le solite foto facendomi notare che i bambini hanno il mio colore di pelle. Il villaggio mi fa ricordare le immagini di quando Gandhi ha fatto la marcia del sale, è una passeggiata indietro nel tempo.

 

 

In città ci dicono che quei villaggi sono poveri e io tra me e me mi chiedo dove sta il confine tra la bellezza e la povertà. Mi chiedo come si fa ad andare oltre il concetto di miseria con cui spesso si immagina l’Oriente. Ho pensato che la bellezza la vediamo ovunque: nei sorrisi, nelle gentilezze, nei colori, nella semplicità, nel suono delle campanelle delle donne, nel sentimento di rispetto quando ci salutano a mani giunte o con una mano sul petto, nelle chiacchiere con la gente, con i bambini che ci raccontano della scuola, nelle donne che con eleganza portano i brocche o sacchi sulla testa, nelle persone che ci indicano la strada, in quelle che ci fanno sedere sul bus, nelle emozioni che ci regalano di continuo.

 

 

Io a queste persone sento di volergli bene, anche quando a volte ci feriscono chiedendoci denaro senza vederci veramente come persone, e li perdono solo perché forse è una richiesta comprensibile. Non può essere tutto bello, ma se si va un po’ più in là, la bellezza appare ovunque ♥️

 

 

PS: Mentre lo leggevo ad Ale prima di inviarlo ci sono scese altre due lacrimucce. Stiamo diventando troppo sentimentali.