Oggi siamo andati a Pharping il villaggio dove quasi 10 anni fa insegnavo inglese in una scuola. Ricordo le giornate lunghe; la sveglia all’alba per via dei canti del tempio vicino, la colazione fatta di riso e lenticchie, sei chilometri per arrivare alla scuola nel villaggio vicino, altri sei per ritornare indietro, pranzare con riso e lenticchie. Poi il lungo pomeriggio fatto di passeggiate, visite ai monasteri vicini, preparare la lezione per il giorno dopo a lume di candela per l’assenza di elettricità e la cena a base di riso e lenticchie. Ho un bel ricordo di tutto anche se è stato abbastanza duro.

Ricordo che quando vedevo un occidentale passare nella strada principale rimanevo incuriosita da quella presenza che poi spariva al calar della sera.

Ora tutto è cambiato: la scuola non c’è più, la strada è crollata (forse per via del terremoto) trasformandola in cumuli di polvere e tronchi rendendo 20 chilometri infiniti (due ore). Attorno al villaggio i monasteri buddisti si sono duplicati aprendo le porte a nuovi studenti del Dharma (la via) così da portare pulmini di turisti che scattano infinite fotografie di gruppo davanti ad ogni singolo tempio o caverna, circondati da venditori di mala (rosari buddisti).

Non dovrei rattristarmi, le cose cambiano, anche se vedo un resort fatto di canne davanti al tempio di Vajra Yogini, una dea Tantrica, una delle poche figure femminili nella mitologia buddista, un’asceta che ha raggiunto un’illuminazione pari a quella del Buddha. Mentre lasciamo il tempio con dei biscotti offerti dal monaco che si chiamano proprio “Monaco” penso che l’Asia a volte sia una delusione. Mi rimprovero di continuare a non capire le lezioni buddiste a cui ho partecipato, rimango legata ai miei ricordi, alla mia esperienza che è stata per me unica, ma devo riportarmi sulla retta via e dirmi che è passata. Forse a volte non bisognerebbe tornare nei luoghi del passato, o andarci come se fosse la prima volta.

Poi poco prima di andare a prendere l’autobus delle ore infinite ci fermiamo in una specie di casa di riposo per vecchi tibetani rifugiati. Un tempo ci passavo del tempo a bere te con un vecchio sherpa. Entriamo nel vecchio tempio, senza turisti, ha delle grandi ruote della preghiera, le facciamo girare facendo suonare le campane, i vecchietti che erano nel giardino ci seguono salutandoci a mani giunte. Siamo tutti in fila indiana che giriamo le ruote. Lasciamo una piccola offerta, ci inchiniamo e uscendo scatto una istantanea e rubiamo un fiore giallo da mettere nel diario.

Saluto il villaggio e tengo i miei ricordi di un posto che quasi non c’è più.

Tutto cambia.