Himalaya, racconti di viaggio dal Nepal

Quando ritorno in Nepal o in India il primo giorno mi faccio sempre la stessa domanda: fino a quando avremo voglia di ritornare da queste parti? Fino a quando avremo voglia di bere un infuso allo zenzero che sa di aglio perché entrambi sono stati tagliati sullo stesso tagliere? Fino a quando avremo voglia di essere invasi da quell’odore perenne di spezie misto a quello della casa dei vecchi e a quello di urina? Fino a quando preferiremo non lavarci piuttosto che usare l’acqua fredda? Fino a quando avremo voglia di camminare e coprirci di polvere come nel far West? Fino a quando avrò voglia di sentire i cambiamenti che il cibo speziato porta al mio corpo? Fino a quando vorremo dormire su un letto con un materasso alto cinque centimetri che mi fa male nei fianchi? Non ho risposta. Ma dopo due giorni (Ale anche prima) mi abituo e mi lascio trasportare dalla luce dell’alba che fa brillare la polvere, mi lascio stupire dai sassi sacri con di fianco una cacca di cane randagio. Dalla gentilezza della gente, dalla loro curiosità, dai bambini che escono da scuola dando alla città una situazione di festa, dall’Himalaya.

Himalaya, racconti di viaggio dal Nepal

Il Nepal non è cambiato molto negli ultimi otto anni, le strade sono sempre in condizioni terribili, soprattutto le strade di montagna. Durante il tragitto Kathmandu Pokhara – 200 km in sei ore – faccio promesse con il divino che ci faccia arrivare tutti salvi a destinazione per via della guida spericolata di chiunque si incontri per strada. Ai lati della strada si vedono camion e pullman con la parte anteriore completamente schiacciata, o ancora camion che sono rotolati giù dal precipizio. Ma non ci si può far nulla, venti persone si mettono nelle mani di un autista di autobus e nelle casualità della vita trattenendo il fiato. L’alternativa sarebbero i voli interni che hanno il numero più alto di incidenti al mondo, nessun aereo nepalese può volare in cieli internazionali…

A Pokhara non contenti affittiamo un motorino anche se illegale. Il ragazzo che ce lo affitta ci dice che se la polizia dovesse fermarci potremmo rischiare una multa di 2000 rupie nepalesi: 16 euro. Rischiamo. Ma il vero rischio non è la polizia, ma che qualcosa di animato finisca sotto le ruote; come polli, cani, mucche, bambini e pedoni. Io sono tesissima, ma Ale se la cava bene, solo una volta devo ricordargli che si guida dall’altra parte come in Inghilterra.

Andiamo in un villaggio su una montagna all’alba per vedere l’Himalaya che è solo a 20 chilometri di distanza in linea d’aria. È una meraviglia tra le meraviglie contornato da infiniti selfie.

Andiamo nel campo profughi dei tibetani lontano da Pokhara dove ci fanno subito un butter tea tipico tibetano. È un te al burro salato dove ci sono delle gocce d’unto che galleggiano. Io cito subito Brad Pitt in sette anni in Tibet: “butter tea, was never my cup of tea” concordo pienamente, è disgustoso. Forse se non lo presentassero come te ma come zuppa potrebbe essere passabile.

Parliamo con le signore tibetane, c’è chi è arrivata da bambina con i genitori, chi è nata in Nepal, chi spera guardando il cielo di poter ritornare in Tibet. Vivono in un limbo che è diventata casa loro, senza cittadinanza, diritto al voto, o poter essere assunti per un qualunque lavoro, infatti pur di fare due soldi vogliono venderci di tutto. Andiamo a fare la puja al monastero, i monaci suonano le trombe, i tamburi, i cimbali. C’è una atmosfera che io adoro fin dalla prima volta che ho preso parte ad una benedizione buddista. Dopo un’ora ci danno del cibo sacro che mangiamo credendo veramente che sia sacro e che ci faccia bene. E forse a qualcosa serve: passiamo cinque posti di blocco come se niente fosse.

Il giorno dopo alla fermata degli autobus vediamo sue strane creature, sono due bambini, ma il più piccolo ha la faccia disegnata con barba e baffi, tanto che ci sembra un nano, l’altro ha un tamburo e due bastoni sulle spalle che sembrano dei trampoli. Quando ci vedono si mettono a ridere e sia io che Ale siamo perplessi e ci chiediamo “cosa faranno? Saranno circensi?” Decidiamo di seguirli anche se io vengo bloccata da un gruppo di ragazzine nepalesi che vuole le foto. Dico ad Ale di tenerli d’occhio mentre io vengo fotografata da dieci telefonini e rispondo alle solite domande: “is your husband?” “Yes yes” la mia risposta.

Himalaya, racconti di viaggio dal Nepal

PS: il perché di questa foto. Il bambino sui trampoli fa un cenno ad Ale di avvicinarsi, io felice penso che vogliano farsi una foto con noi così ci mettiamo tutti in posa. Dopo che l’abbiamo fatta lo richiama… voleva che lo aiutasse a scendere dai trampoli.

Riesco a svincolarmi e continuiamo a seguire i bambini. Avranno all’incirca dodici e sette anni, e mi ricordano Pinocchio e Lucignolo. Arriviamo ad un bivio, Ale vuole mollare, si chiede se sia sfruttamento andare a vedere uno spettacolo di bambini, ma io voglio sapere cosa fanno, e gli dico che sono soli senza adulti e che forse in questo caso è solo sopravvivenza. (Non diamo mai soldi ai bambini).

Si fermano davanti ad un negozio musicale per turisti, chiedo al padrone cosa fanno. Lui glielo domanda: arrivano dall’India, fanno spettacoli per pochi soldi e se vogliamo andare poco più su ne inizieranno uno. Ale è restio e si ferma al negozio di musica, io li seguo e guardo come preparano il tutto. Sistemano un tappetino verde per terra, allineano i trampoli con i pantaloni lunghi fatti da un vecchio sari. Quando tutto è pronto gli spettatori siamo io Ale e i proprietari dei negozietti circostanti. Lo spettacolo inizia con tamburi e canzoni in indi, fanno qualche numero di contorsionismo, danze, ruote, giravolte, e, come ultimo numero: i trampoli! Il bambino più grande si lega con una corda i trampoli rudimentali, si infila i pantaloni lunghi e parte spedito, balla ad una gamba.
Sono belli perché sorridenti ma anche un po’ tristi: hanno i vestiti di scena bucati e il tamburo è rotto.

Passano con i piatti per le offerte, e tutti gliela diamo volentieri, noi oltre l’offerta gli lasciamo cadere un’istantanea che ho scattato poco prima. Il bambino piccolo è stupito, non contento, ma stupito di quel pezzo di carta che si sviluppa da solo. Se la mette in tasca e mi guarda, dopo un attimo la riguarda e viene chiamato dagli altri spettatori che anche loro sono incuriositi ed esclamano “ohhhh”.
Andiamo via, ma prima ci ringraziamo a vicenda a mani giunte.

Io sono contentissima e siccome Ale per scherzare quando sono contenta mi dice sempre “ma dove ti porto?” questa volta gli dico: “tu mi porterai in giro in motorino, a vedere l’Himalaya, ma io ti porto a vedere l’umanità: il circo!”.

Ridiamo.

Penso ai bambini tutto il giorno, penso a quei piedi scalzi che hanno passato un confine, penso al loro girovagare e sopravvivere, mi chiedo come sia possibile che due bambini se la cavino da soli. Penso a quello che hanno visto.

Penso a loro anche di notte e chiedo ad Ale dove dormiranno anche se so già che dormiranno per strada accovacciati alle loro cose al freddo della sera.

Ora siamo a Tansen, un posto poco turistico perché c’è poco da vedere, e noi giriamo per la cittadina che è davvero bella perché semplice. Ci incantiamo davanti alle insegne disegnate a mano, alle case antiche che il terremoto non ha distrutto, ai saluti della gente. Beviamo chai, camminiamo nei villaggi vicini, andiamo al tempio Hindu, ascoltiamo il richiamo della moschea, leggiamo le scritte sul muro della chiesa.

Io l’Asia la adoro.