Cambogia, make others happy too

Inaspettatamente la Cambogia è il posto a cui ci siamo affezionati di più, pensavamo che saremmo usciti dal paese prima che finisse il visto, invece non sarà così. Perché inspiegabilmente questo posto di da qualcosa di diverso, la sua popolazione è ricca indipendentemente dalla materia.

Se qualcuno dovesse chiedermi se consiglio la Cambogia come metà direi di sì, ma non per i templi di Angkor, monumenti o per le spiagge; gli consiglierei invece di parlare con chiunque. Di parlare con i monaci che è sempre una gioia comunicare con loro, come per esempio un bonzo di 26 anni a cui dico che i Cambogiani ci piacciono e lui mi risponde “siamo gente semplice”, la senti la saggezza che c’è dietro che ti arricchisce il cuore, senza bisogno di dover parlare del Buddha. Consiglierei di parlare con le famiglie che preparano il succo di canna da zucchero, di andarci tutti i giorni, fino a quando l’ultimo giorno i saluti non diventano abbracci. Anche di parlare con i guidatori di tuk tuk, con l’imbianchino della guest house, con i passanti, con le signore curiose, con chi prepara il mango non maturo piccante, con chi cucina il calamaro sulla griglia, con il gelataio, con la barcaiola, con i bambini, con chiunque, anche in lingue sconosciute e anche con quelle poche parole imparate. E gli consiglierei anche di stupirsi per ogni gentilezza regalata, per il numero così alto di persone socievoli. Gli direi di non abituarsi a questa bellezza ma di stupirsi sempre.

Tutti in Indocina sono gentili, ma in Cambogia ancora di più, forse è questa loro umiltà continua che li rende così diversi. Ci mancheranno.

In Cambogia abitano tanti stranieri che hanno abbandonato l’Occidente e si sono rifatti una nuova vita qui, solo ora capiamo il perché.

Cambogia, palafitte

Ci fermiamo a lungo nella capitale Phnom Penh perché ci piace vivere la città e la giriamo in motorino dove io sto sempre sull’attenti mentre Ale ha già preso il ritmo della città. Le strade sono il caos e mentre si commettono tutte le infrazioni che si possano immaginare come passare al semaforo con il rosso, fare inversione davanti al cartello di divieto di inversione, superare a destra e a sinistra, passare ad un incrocio senza guardare, carretti e motorini in contromano, guidare senza casco o senza cintura di sicurezza è tutto permesso tranne… ci raccomandano di non tenere i fari accesi di giorno. Questo privilegio è concesso solo a VIP! Se la polizia dovesse vederci con i fari accesi ci fermerebbe subito e ci chiederebbe dollari chiudendo così un’occhio. A quanto pare i fari accesi sono una grave infrazione! Fortunatamente non ci ha fermato nessun poliziotto perché gravare sulla situazione di corruzione già presente nel paese sarebbe stato per noi un peso.

Ci spostiamo verso il mare, a Kep una cittadina di pescatori dove non ci sono alberghi colossali, spiagge private o altre cementificazioni, ci sono delle vecchie case francesi in rovina, distrutte dai Khmer Rossi. Affittiamo una casetta tutta per noi, è semplice ma è in un bel giardino con l’ibiscus rosa, il gelsomino, il frangipani, le rane, le iguana e le mucche indiane che pascolano fuori. Io sto sull’attenti anche qui perché gli esseri dei tropici mi spaventano, qualunque movimento dell’erba mi fa saltare. Passiamo il nostro tempo a guardare fuori e chiacchierare, a fare il bagno in un’acqua di mare verde bottiglia bollente, ad osservare la dura vita dei pescatori ed io a sentirmi un po’ in colpa mentre mi godo tutto e loro lavorano duramente. In oriente mi sento spesso come la cicala della fiaba “la cicala e la formica”.

L’ultimo giorno ci entra nella casetta un topo che sembra un gatto, graffia con le unghie alle pareti, io salto sul letto e Ale prende in mano la situazione, la casa è fatta di legno e il topo può rientrare da qualunque fessura. Spunta poco dopo dal tetto in paglia. Mettiamo la pattumiera fuori con gli avanzi e ci lascia in pace.

Ora siamo a Kampot una bellissima cittadina sul fiume, alloggiamo su un pub inglese… pessima scelta! Non riusciamo a dormire fino a quando questi 4 ubriaconi britannici non vanno via. Ci fermeremo in questa città fino a quando non ci scadrà il visto. Abbiamo cambiato guest house.

Stamattina mentre sono sotto la zanzariera al fresco di un ventilatore e abbracciata da Ale che ancora dorme e penso a cosa mi mancherà di questa parte di mondo. Di sicuro chi spazza la mattina con la scopa fatta di stecchetti che mi sveglia come adesso, il profumo dei frangipani, le palme a ventaglio, la frutta dolce, il fatto che nonostante il traffico e i motorini in contromano nessuno si insulta, mi mancheranno i mercati con gli ombrelloni arcobaleno rotti, il caos che regna, da noi verrebbero definiti “indecorosi” invece qui sono il massimo della vita, il fatto che quando qualcuno cade dal motorino e gli volano i manghi verdi tutti si precipitano per raccoglierglieli, ma anche gli uccelli tropicali sempre diversi e le farfalle giganti, mi mancheranno soprattutto le strade fatte di templi, moschee e chiese e quel misto di culture che in Italia non riesco a trovare in egual misura, mi mancherà questa gente sempre gentile, i camion carichi di persone che ci salutano nonostante stiano andando a fare dei lavori durissimi, mi mancherà la vita per strada, i vecchi che fanno ginnastica all’imbrunire, la vita sul fiume, le barchette colorate, il succo di canna da zucchero.

Mi mancheranno anche le piogge tropicali, o forse il momento prima del loro arrivo, quando il caldo è soffocante e all’improvviso insieme all’addensamento delle nuvole arriva il vento fresco, l’atmosfera si fa surreale i tuoni arrivano e subito dopo le gocce talmente grosse da inzupparci tutti. Il prima del temporale mi da tranquillità e mi piace di più dei panni stesi al sole, del giorno prima di un lungo viaggio, dell’ibisco, e forse anche delle lenzuola profumate.

L’Asia quando sto per andar via mi manca già.

Abbiamo ancora tre settimane ma il nostro cuore ha lasciato e lascia pezzettini lungo tutto il cammino.

Cambogia, palma in spiaggia