Time Will Reflect, India

Sei anni fa il motivo per cui venni in India era per saperne di più sui sadhu: gli asceti indù, quelli che cercano una loro strada al di fuori della società. Ci sarebbe molto da dire per avere un’idea completa di questi uomini considerati dei santi perché rinunciano a tutto, ma per farla breve dirò che l’unica somiglianza di pensiero che mi viene in mente con l’Occidente è Francesco D’Assisi.

Ricordo che tutti ci (me e Manu, la mia cara compagna di viaggio) mettevano in guardia perché ci sono molte storie negative su di loro, e si sa, agli esseri umani le storie negative piacciono molto di più rispetto a quelle positive, e vengono ricordate a lungo, perché solo una storia negativa fa molto più rumore di mille positive.

Uno dei nostri primi incontri fu a Varanasi con una baba giovane, elegante se pur vestito di stracci e scalzo, parlava a giorni alterni perché diceva che si spende troppo tempo ad aprire la bocca solo per dargli fiato. Il suo nome era Aao Ganga Giri, spendemmo un pò di tempo a parlare con lui, a bere chai e a provare capire la sua scelta non da tutti: quella di abbandonare la sua casta, quella dei bramini, la più alta quindi la più agiata, la sua casa di famiglia per vivere in una stanzetta sul Gange, e quella di non sposarsi per intraprendere la strada monastica. Lui è la prima persona, e forse unica, che ho conosciuto e che si è chiesto: “io chi sono?” E dopo questa domanda ha infatti rinunciato a tutto.

Non l’ho mai dimenticato, perché è raro incontrare qualcuno che riesce a trasmetterti qualcosa, a dimostrarti che una scelta diversa è fattibile, che vivere una vita propria non è un’utopia.

Ora, mentre passeggiamo sui ghat riconosco la scalinata che porta alla sua porticina blu, alzo lo sguardo e vedo che c’è un uomo in cima alla scalinata, non ha più i vestiti arancioni tipici degli uomini sacri, ha la barba bianca, ha un cane in braccio e guarda giù con uno sguardo che ricordo bene. Gli urlo “Aao Ganga Giri”, lui ride, allarga le braccia e mi dice “you remember me!” Salgo su e lo saluto a mani giunte con il saluto dei seguaci di Shiva: “ohm nama shivaia” mi risponde e ci invita ad entrare mentre va a recuperare il suo gattino apparentemente rapito da una scimmia.

La stanza è quasi come l’ultima volta che c’ero entrata, però non c’è più il letto singolo, ma solo due coperte per terra, un angolo per cucinare e alcune divinità alle pareti, gli abiti arancioni sono ammucchiati su un filo per stendere.

Va a prendere il chai per tutti, c’è anche un ragazzo occidentale a cui dice che Dio gli ha fatto un bel regalo perché mi ha riportato a Varanasi, sono sorpresa che si ricorda di me, ma mi dice addirittura che sei anni fa non avevo tatuaggi, infatti il mio braccio allora era immacolato. Mi fa vedere le foto che gli avevo scattato e spedito insieme alla lettera che gli avevo scritto.

Il ragazzo messicano lo chiama con un altro nome: Ashitosh, gli chiedo il perché e mi dice che dopo il kumbh mela – un immenso festival indù dove milioni di sadhu si incontrano – ha capito molte cose. Mi racconta che non si sentiva in pace con il suo essere, che su una sola persona aveva visto mille facce e che in quel mondo di “santi” ci sono molti impostori e lui non vuole farne parte, così continua a fare la vita del sadhu, ma solo per se stesso e non per gli altri. Poi ci racconta che nel 2012, dopo la morte della mamma ha deciso di non rifiutare più il suo passato, che si, lo ha abbandonato ma non vuole più rinnegarlo, da qui anche il ritorno al suo vero nome. Gli chiedo se quindi è rimasto da solo vista la morte della madre, ma mi dice che ha noi che lo andiamo a trovare e i suoi animali, che la sua famiglia è grande, ma aggiunge che nella vita si arriva da soli e si va via da soli, si, c’è l’amore, ma si è comunque soli nella propria vita.

Gli racconto della mia esperienza al Kumbh Mela e gli dico che non abbiamo più incontrato nessuno come lui, una persona estremamente pura d’animo. Sorride e abbassa lo sguardo.

È molto contento di conoscere Ale.

Avrei tante cose da chiedergli ma andiamo via dopo un’ora con la promessa che saremmo tornati.

Ritorniamo una mattina e gli parlo degli altri sadhus di Varanasi, lui mi dice che quasi non esce più e che non vuole essere confuso con loro, perché il 90% di quelli che sono qui sono mendicanti o uomini d’affari, ma un vero sadhu non ha bisogno di nulla perché ha una consapevolezza diversa del tutto, non chiede niente e tutto gli arriva. Gli chiedo dei suoi vestiti arancioni – che mi piacevano tanto – e mi dice che non li usa più perché sarebbe come mentire, e lui non vuole tradire gli altri perché prima di tutto tradirebbe se stesso e la sua coscienza non lo farebbe dormire.

Gli dico che i baba continuano ad attirare la mia attenzione, che credo custodiscano un segreto, gli chiedo qual è la verità riguardo tutto. Lui rimane un po zitto a pensare mentre si tocca la barba e poi mi dice: “la verità è che noi siamo qui a parlare e a bere il tè, nient’altro conta, questa è l’unica verità che abbiamo, non il passato non il futuro ma solo l’ora.”

Quelle parole mi toccano e penso che ci sono alcune cose che capisco con la testa, ci sono alcuni concetti induisti o buddisti che mi piacciono molto e vorrei farli miei, ho imparato tante cose da queste persone incontrate nel cammino, ma poi quando arrivano i fatti non riesco a metterle in pratica, io lo so che conta l’ora, ma perché il passato o il futuro influenzano il mio presente? Perché alcune volte sono compassionevole ed altre no? Perché l’esterno mi intacca? Perché chicchessia riesce a far traballare la consapevole che ho di me stessa? Ci sono cose che mi distraggono dai concetti che ho capito, ma il trucco sta nel sentirli veramente, è questo che mi differenzia da uno che ha “capito” la via, forse è questo che continuo a cercare, sentire dal cuore e non capire con la testa.

Mi è piaciuta anche un’altra cosa che ha detto riguardo le persone negative, che quando si incontra qualcuno, e i nostri spiriti non si connettono, bisogna semplicemente eliminarle dalla nostra vita, e continua “come quando vai al supermercato, è pieno di prodotti, ma tu scegli solo quelli che ti piacciono, il resto non lo guardi nemmeno”. Eppure a volte è molto difficile allontanare il marcio che ci avvelena.

Dobbiamo andare alla lezione di sitar ma ci invita per cena. Cosi dopo un’inconsueta pioggia tropicale a febbraio ritorniamo nella sua casetta; lui va a comprare riso, farina, zucchero e caffè, e lascia un suo amico a tagliare cipolle e pomodori mentre un’altro matto – nel vero senso della parola – ride in continuazione.

Queste sono situazioni che veramente non capitano tutti i giorni, e mentre guardiamo come si affila un coltello su un gradino lercio ci chiediamo in quanti avrebbero accettato l’invito a cena, la risposta che ci diamo è NESSUNO di nostra conoscenza.

Si parla, si ride e Ashitosh insegna ad Ale a fare i chapati, tipico pane indiano; io guardo questi due uomini seduti per terra a gambe incrociate che non parlano la stessa lingua ma si capiscono perfettamente, Ale ha tutta la felpa sporca di ragnatele perché appoggiato al muro, ma tutto è in completo equilibrio, perfino il cagnolino rognoso che dorme su una coperta e due gatti che girano nell'”angolo cottura”. Si cucina tutto su un fornello elettrico che ogni tanto fa scintille.

Dopo 5 ore di preparazione si mangia e arrivano altri occidentali a salutarlo, lui fa un piatto per ciascuno; questa è un’altra cosa fondamentale di un vero sadhu, se tu gli offri un casco di banane lui le divide: una a te, una al tuo amico, una alla scimmia, una al mendicante e una per se, niente deve rimanere nelle sue mani, lui è solo un mezzo. Infatti con Ale vogliamo portargli dei doni, e sappiamo già che li dividerà con chiunque andrà a bussare alla sua porta, e la sua stanzetta dalla porta blu ha sempre molta gente.