Siamo a nord e fa freddo. Siamo arrivati a Hanoi con la pioggia e non ha smesso per tre giorni di fila, tanto da allagarci la stazza-soffitta che abbiamo affittato. Usciamo lo stesso dalla mattina fino alla sera tornando a casa zuppi e con le buste di plastica dentro le scarpe, anche se i piedi si bagnano lo stesso, ma almeno mi da una parvenza di asciutto. Hanoi ci piace, è ricca di cultura e non ha nulla a che vedere con quella bolgia di Saigon.

Decidiamo di rimanere qualche giorno in più perché le previsioni danno un po’ di tregua. Visitiamo musei e strade e andiamo anche al mausoleo di Ho Chi Minh, è un luogo di pellegrinaggio per i vietnamiti e un posto di curiosi per i viaggiatori. Per entrare ci sono dei gran controlli, niente borse o macchine fotografiche, niente chewing-gum e si cammina in fila per due, ci sono le guardie vestite di bianco serie ed impeccabili, c’è tanta gente. Saliamo le scale su un tappeto rosso, c’è silenzio e in una stanza di marmo sotto una luce gialla c’è il corpo imbalsamato del leader vietnamita sereno in abito nero con le mani curate, sorvegliato da quattro guardie, alle sue spalle una stella a cinque punte e una falce e martello. Gli si gira intorno per un minuto al massimo e poi si esce nel bel giardino circostante.

Visitiamo anche la sua casetta in legno a due stanze così come lui l’ha lasciata, semplice, senza fronzoli, nella sala una scrivania, una lampada e dei libri, nella camera da letto una stuoia e una sdraio.

Da Hanoi decidiamo di andare nelle montagne dove abitano alcune minoranze etniche, la lonely planet codice che non è una zona battuta e aggiunge: “armatevi di pazienza e di tempo”. Cosa vorrà dire?

Dalla cittadina di Lang Son, dove il proprietario dell’albergo impazzisce per la barba di Ale toccandogliela tutte le volte che lo vede, decidiamo di andare più a nord verso Cao Bang 130km.

Andiamo alla stazione dei pullman, ci sono 5 autobus giornalieri, il nostro è appena partito e quello dopo sarà alle 11:45. Ora sono le 8. Aspettiamo mentre beviamo un tè verde fortissimo e vediamo alcune persone appartenenti ad una tribù, sono vestiti in modo tipico, hanno un copricapo che lascia intravedere le teste pelate delle donne, dove stona solo la felpa finto-adidas; ci guardano perplesse e per la prima volta penso che loro sono ancor più strani di noi.

Arriva l’autobus e sono le 10, ci illudiamo che forse partiamo prima e ci dirigiamo a prender posto su un piccolo bus con musica tecno-vietnamita. Sistemano gli infiniti bagagli, le scatole di polistirolo, le scatole con il cibo e i vari pacchetti da consegnare lungo il tragitto. Ci dicono di andare a mangiare, ma noi ci guardiamo e facciamo due conti… nel mio zaino ci sono: un pacco di biscotti, 500 grammi di semi di girasole, due yogurt drink e 4 mandarini. Dovrebbero bastarci, al massimo impiegheremo 4 ore ad arrivare. Beviamo un caffè solubile e aspettiamo. No, non si parte prima ma alle 11:45. L’autobus è pieno, sistemano delle seggiolone anche nel corridoio. Partiamo, la nostra velocità di crociera è 20 chilometri orari, la strada è fatta di fango ai lati, e tante curve; la lentezza non mi disturba, guardo fuori e quello che vedo mi piace, montagne verdi, villaggi, e penso che Ale è proprio un compagno di avventure, mi sembra che tutto sia in armonia e fatto a posta per noi.
Siamo in viaggio da due ore e si rompe l’autobus.

C’è un gran sali e scendi e accendi e spegni. Dopo aver appurato che c’è da cambiare un pezzo scendono quasi tutti dall’autobus e si mettono in cerchio ad accendere un fuoco fatto in principio di plastica e polistirolo poi di rametti. Li guardò un po’ critica mentre sono avvolti da una nube tossica nei loro abiti finto-Chanel, finto-Armani, finto-LouisVuitton, i vietnamiti si vestono di marche taroccate dalla testa ai piedi, fa freddo e sono meno attrezzati di noi con i nostri pantaloni in cotone sottile. Ridono, scherzano, arrostiscono würstel (nel fuoco di plastica) e saltano fuori delle bottiglie di vino di riso simil-grappa. Siamo fermi da tre ore. La mia visione romantica mi ha abbandonato, abbiamo finito le provviste, sgranocchiamo semini e c’è una che è seduta dietro di me che URLA – URLA – URLA, mi giro con lo sguardo di Lucifero e sto per lanciarle i semini che stringo nella mano sinistra, se non fosse per lo sguardo di rimprovero di Ale che mi dice di stare calma e mi riporta all’ordine.
Arriva dal cielo un meccanico e ci salva! Risalgono tutti sull’autobus e c’è un’atmosfera da gita scolastica di terza superiore per via del vino di riso.

È buio, e non vedo più il panorama.

Arriviamo alle sette di sera, cerchiamo un albergo economico, del cibo e andiamo a letto senza doccia e senza nemmeno lavarci i denti. Siamo stanchi e infreddoliti.

Forse la lonely planet intendeva questo per pazienza e tempo a disposizione.

Affittiamo un motorino e andiamo in giro per i villaggi, siamo vicini al confine con la Cina. Compriamo la frutta da vecchie signore che sono nel bel mezzo del nulla e ridono quando ci vedono, ogni tanto ci fermiamo a scaldarci per un tè o del cibo e ci offrono delle specie di susine acerbe che loro sgranocchiano di continuo.

La vita al nord è dura, qui è tutto più essenziale rispetto al sud, ci sono le case in bamboo e fango, casette spartane a due stanze, il comunismo del nord è vero e c’è da 70 anni, non come quello farlocco (e da 40 anni) del sud, qui il raccolto del riso si fa una volta, a sud almeno tre volte l’anno, i campi rendono e i frutti tropicali sono ovunque, qui al mercato c’è principalmente carne e cavolfiori. Sono quasi spariti anche gli altarini con le divinità, e un po’ mi dispiace.

Abbiamo ancora tempo e pazienza e faremo diverse tappe prima di passare il confine con il Laos.