Siamo arrivati ad Hoi An che è la città più bella del Vietnam, almeno questo è quello che si dice, è così bella perché nel 1700/800 era un importante porto per il commercio. La sua bellezza sta nell’architettura con influenza giapponese, cinese e francese, tanto da farmi ricredere sull’importanza dell’architettura. Questa città non è stata bombardata proprio per la sua bellezza.

Il turismo ha fatto sì che queste belle botteghe si siano trasformate in negozi tutti uguali, dove la competizione è talmente alta che si viene chiamati da ogni angolo per avere vestiti fatti su misura, scarpe fatte a mano, souvenir made in China, pancake fatti con le banane “very cheap, very good” dice lo slogan di ogni venditrice, massaggi, cibo occidentale, birre e le vecchiette che un tempo vendevano frutta con i loro cesti sulle spalle ora vendono la loro immagine ai turisti 10.000 dong 40 centesimi per uno scatto, e se lo si desidera si viene agghindati da fruttivendoli e tutti in posa sorridenti con il gesto della vittoria. Poi la sera si scatenano le vecchiette barcaiole per il giro sul fiume e anche le venditrici di lanterne da mettere nel fiume (con tanto di fotografie) così insistenti che mentre mi guardo intorno ne ho una che mi martella e dopo i vari no grazie le metto una mano sulla spalla, la guardo negli occhi e le ripeto “no grazie” lei si disconnette dalla sua nenia e mi mette una mano sulla mia testa pelata muovendo la mano avanti e indietro e mi dice “möi möi” rido perché so cosa vuol dire, vuol dire “selvaggia” è così che i cittadini chiamano le persone delle tribù, ci siamo capite e ognuna ritorna alla propria mansione: io a guardare il fiume e lei a vendere lanterne.

Stiamo qui per sette giorni perché decidiamo di prolungare il visto, staremo in Vietnam per un altro mese.

Stiamo da una signora che ha la casa pulitissima e affitta delle stanze immacolate con un bagno di lusso almeno per noi: acqua calda a getto forte, e degli asciugamani veri e profumati. Anche lei è molto gentile ma con una risata finta che ci accompagna durante il viaggio.

Dopo sette giorni abbiamo visto tutto quello che c’è da vedere, ogni scorcio, ogni stradina, ogni casa aperta al pubblico, ogni tempio cinese, il ponte giapponese più e più volte, e riposto “no thank you” ad ogni venditore perplesso. Ripreso il passaporto andiamo verso Hue, una città semi turistica dov’è andiamo a vedere una cittadella e il museo con gli abiti e le ceramiche dell’imperatore, mi annoia parecchio e dico ad Ale che sono stanca dai musei e le cittadelle e che nei posti turistici non succede mai nulla. L’unica cosa degna di nota sono due vecchietti con cui parliamo al baretto della stazione, contenti del nostro modo di esprimerci in vietnamita, e anche la topaia dove alloggiamo, dove in camera abbiamo un pipistrello nel condizionatore che fa la cacca sul letto, cambiamo stanza ma la puzza di pipistrelli resta.

Andiamo verso nord nella provincia di Quang Tri, la zona più bombardata del Vietnam e quella che ancora oggi subisce la guerra combattuta 40 anni fa per colpa dei suoi ordigni bellici inesplosi. Dal 1975 al 2007 questi hanno ucciso 45.000 persone e ne hanno ferito 150.000.

Abbiamo una stanza peggiore di quella del pipistrello, sporca all’inverosimile, con un preservativo dentro i frigo – spento – che ci fa pensare sia un albergo ad ore, tanto che tiriamo fuori i nostri lenzuolini d’emergenza stando attenti a non uscire di un millimetro. In città ci salutano e i vengono vicino per guardarci, siamo ben lontani dal turismo di Hoi An.

Ci sono due modi per visitare questa zona: un tour con tante persone o noleggiare un motorino e fare tanti chilometri. Scegliamo la seconda opzione e con due caschi in prestito partiamo alla ricerca della storia. Iniziamo dal Mine Action Visitor Centre, è un centro informativo riguardo le mine che ancora sono disseminate nel mondo e in questo caso in Vietnam, è un posto dove ogni giorno si parla ai bambini delle mine e del loro effetto, a riconoscerle ma non toccarle perché le vittime delle mine sono bambini e chiunque va in giro a cercare ferri vecchi per poi rivenderli.

Anche gli studenti delle università americane vengono fin qui per trovare la loro verità, fanno una pausa di due settimane dalla loro costosa università americana e arrivano in Vietnam tra musei e zone di battaglia e a fare domande, a mio parere stupide, a chi è vittima delle cluster bombs. In questo caso ad un ragazzo che a 15 anni ha perso un braccio e l’uso parziale dell’altra mano, gli fanno domande del tipo: “cosa è cambiato della tua vita dopo l’incidente?” E lui risponde timidamente “tutto”.

Parliamo con il direttore del centro e gli chiedo come facciano a non avere astio verso quello che l’esercito americano e i suoi capi anno fatto nel paese, lui mi dice che non è nell’indole dei vietnamiti portare rancore, che ora è il momento di lavorare insieme agli americani (sono quelli che mandano più soldi per sminare il territorio) per rimediare ai danni fatti. Non si percepisce risentimento in nessun luogo di guerra, tutti convivono con quello che è successo e vanno avanti.

Facciamo 250 chilometri in motorino stando ben attenti a non uscire dalle strade asfaltate, andiamo a vedere un cimitero di Vietcong con lapidi tutte uguali con in cima la scritta “liet si”, martire. Per strada compriamo un mazzo di incensi e li mettiamo in una specie di calderone principale dove bruciano altri incensi. Le tombe occupano una collina.

Andiamo a Vinh Moc, questo villaggio si trasferì letteralmente sotto terra per difendersi dai bombardamenti ininterrotti degli americani, 90 famiglie scavarono a mani nude o con strumenti rudimentali nella terra rossa e argillosa e vissero sotto terra in tre livelli di gallerie lunghi quasi 2 chilometri dove continuarono le loro vite mentre le bombe cadevano tutt’intorno, sotto terra nacquero 17 bambini.

Le gallerie ora sono aperte ai visitatori e intorno ci sono ancora i crateri provocati dai bombardamenti.
Siamo arrivati fino alla base americana di Khe Sanh oggetto dell’assedio più famoso del Vietnam, la base non fu mai conquistata, ma teatro della battaglia più brutale di tutta la guerra, khe Sanh fini su tutte le copertine delle più famose riviste come Life e Newsweek. Nel museo ci sono le foto degli americani terrorizzati; 5.000 soldati americani morirono insieme a 10.000 militari nordcietnamiti e un numero non preciso di civili.

Ora fuori dal museo si vendono vecchi cimeli.

Abbiamo attraversato il vecchio sentiero di Ho Chi Minh, la famosa via di comunicazione dove passavano armi e viveri.

Credo che decidere da che parte stare sia superfluo ma anche semplice; guardare le fotografie di questi militari nordvietnamiti che spostavano armi in bicicletta, che come oggetti personali avevano una ciotola e una borraccia, che non avevano nessuna arma “ultimo modello” eppure resistevano alla forza più potente del mondo che ha dato il peggio di se incluse le sue armi chimiche.

Ora andiamo verso nord e non vogliamo più sentir parlare di guerra almeno fino a quando non arriveremo in Laos, visto che i cari militari statunitensi hanno sganciato le loro bombe anche li.