Non riesco a dormire eppure ho sonno, siamo in una cittadina vicino My Lai.

Quest’ultima è conosciuta per il massacro che avvenne il 16 marzo 1968 da parte dell’esercito americano in alcuni villaggi circostanti.

Non riesco a prendere sonno perché ho in mente alcune immagini viste al museo: villaggi che bruciano, donne che piangono dopo le violenze subite, un uomo che guarda nell’obiettivo della macchina fotografica prima che venga giustiziato, bambini che cercano di proteggersi a vicenda, vecchi trascinati fuori dalle capanne. Innocenti inermi uccisi perché le truppe dovevano dichiarare più morti ai loro superiori.

Esseri umani che diventano mostri.

Ho anche altre immagini in testa, quelle dei soldati che si rilassano a bordo strada dopo quello che hanno fatto, un altro soldato su un aereo che fa il gesto della vittoria con le dita; si godono la loro misera vittoria contro i civili, non c’era un solo Viet cong tra i morti. C’erano 504 persone di cui 182 donne (17 delle quali incinte), 176 bambini (56 dei quali infanti), 60 vecchi di oltre 60 anni. Si sono fermati solo grazie all’intervento di un elicottero in ricognizione degli Stati Uniti dove il pilota Thompson ordinò ai militari di fermarsi altrimenti avrebbe aperto il fuoco su di loro. Chiamò altri elicotteri per aiutare i superstiti e fece rapporto ai suoi superiori.
Insabbiarono tutto dicendo che era stata una vittoria su una delle postazioni più forti dei Viet cong.
La verità venne fuori un anno dopo l’accaduto.

Guardo il monumento alla memoria e penso a quanti ne ho visto: l’anno scorso in India, l’anno prima in Bosnia, a Berlino per l’Olocausto. Ce ne sono in tutto il mondo di monumenti per non dimenticare, ma quello che manca è la memoria.