Abbiamo lasciato il sud del paese, la mia parte preferita per ora – il Delta del Mekong – con la sua vegetazione florida, i suoi infiniti banani, le palme d’acqua, i frangipani, le orchidee e qualunque tipo di frutto tropicale si possa solo immaginare a nostra disposizione. Abbiamo affittato un motorino e siamo andati in giro per i villaggi, ci siamo fermati nei posti più tranquilli nei chioschi gestiti da famiglie. Le cittadine non sono un gran che, sono un misto di centri commerciali, negozi di telefonia e caffetterie. Ma i villaggi sono unici.

Siamo rimasti a sud fino al 23 dicembre, quando ad Ale è venuta la brillante idea di ripassare per Ho Chi Minh per poi salire più a nord. Io non ci volevo andare in città sotto Natale, lui non lo sapeva in cosa si sarebbe trasformata, ma io si.

I venditori di cappelli da babbo natale, venditori di corna di renne rosse, musica di “jingle bells” all’infinito, cenoni per occidentali, tutto contornato dai soliti venditori di massaggi, venditori di ventagli, di ray ban tarocchi, sigarette di contrabbando, di sussurri “marijuana, cocaina” e i butta dentro dei locali.

Il cenone di Ale è stato un panino al chiosco all’angolo della strada, il mio un piatto di noodles alle 16. Passo una nottataccia per via delle urla e del casino per strada, e quando la mattina del 25 andiamo a prendere un caffè la città ha tutta la parvenza del giorno dopo nel paese dei balocchi.

Partiamo il 25 sera con un autobus notturno con i sedili che diventano un letto, abbiamo praticamente un letto a castello, Ale sta in quello basso ed io in quello alto, come sorpresa nel mio c’è una piccola blatta, mi perseguitano. Ci mettiamo la copertina in dotazione e ognuno si chiude nel suo mondo dato dal finestrino, dove notiamo che nelle chiese cattoliche ci sono vere e proprie feste: musica, bandierine, palloncini, zucchero filato, una folla che da noi si vede solo a San Pietro.

Dormo anche se ogni tanto sento qualcosa che mi cammina addosso. Dormo anche se ad alcune curve mi sento di cadere. Dormo anche se il clacson mi sveglia. Sono le sei del mattino e ci fermiamo per la sosta. Arriviamo a Quy Nhon alle 8 dopo dodici ore di viaggio.

La città è sul mare, ci sono solo due occidentali, uno prende il sole su una spiaggia dalla sabbia giallo deserto e l’altro fa kitesurfing, ma smette dopo un’ora perché il vento potrebbe portarlo in Cina. La città non ha molto di interessante è uno di qui posti da dove si riparte subito, ma noi stiamo per due giorni. Camminiamo, mettiamo i piedi nell’acqua del mare verde con le petroliere a largo, ci godiamo il fresco dell’aria di mare, mangiamo e beviamo caffè.

Forse sarà colpa del ciclo, ma a volte penso che i vietnamiti farebbero perdere la pazienza anche a San Francesco. Nel ristorante chiedo se hanno noodles mi dicono di sì, mi indicano un nome e gli chiedo se sono con il brodo, la risposta è “niente brodo”… cosa ci arriva? Riso in brodo!

Entriamo in una caffetteria perché Ale deve andare in bagno, io chiedo un black coffee e un milk coffee in lingua vietnamita. La ragazza non mi capisce, certo, non avrò l’accento giusto ma un po’ di immaginazione mi dico, glieli indico, ci portano due back coffee. Vado al bancone e chiedo “sue, latte”, niente. Provo con “milk milk”, niente. Mi sento calda in viso. Mi affaccio al bancone e glielo indico, continuano a non capire cosa voglio. Gli porto la tazzina del caffè e faccio il gesto di versarne un po’. Ci capiamo.

Ora, io non dico che debbano intrattenere una conversazione in perfetto inglese, ma siamo in una caffetteria “milk o sue” dovrebbe essere ovvio. Poi Ale chiede “toilette?” E loro cercano nel menù 🙄

In questa cittadina ho davanti agli occhi alcune immagini che fino a poco prima non mi erano del tutto chiare. Nel ristorante dove andiamo la sera ci sono delle intrattenitrici, le avevo già notate a Ho Chi Minh con degli occidentali panzoni, qui sono con i vietnamiti. L’intrattenitrice è bella quasi da mettermi in soggezione, la guardo e ci sorridiamo. Osservo anche le cameriere che stappano bottiglie di birra e sono vestite con un abito attillato e corto e vanno su tacchi su cui non sanno camminare. Ripenso a tutte le donne che ho osservato, fanno i lavori più duri: ambulanti, contadine, manovali, barcaiole, pescatrici, cameriere e intrattenitrici.

Ho osservato anche gli uomini, spesso passano il loro tempo a bere litri di birra calda con ghiaccio o quando va meglio litri di caffè mentre giocano animatamente ad una dama cinese. Penso che non dovrei stupirmi perché è così in tutti i posti che ho visto, penso che in parte sia colpa degli uomini ridicolizzarci con un determinato abbigliamento, penso che in gran parte sia colpa loro che la donna sia vista come oggetto e ancora di più penso che la libertà di una donna non sia data dal fatto che questa sia scoperta o indossi un velo.

Quando andiamo via dal locale la bella entraneuse mi chiama, mi da la mano e mi chiede da dove vengo e come mi chiamo. Continua a dire “Italy good”! Sorridiamo, le dico piacere di averti conosciuta e la lascio al suo tavolo con i tre uomini.

Non so perché racconto questo fatto, dovrei esserci abituata, e invece non mi abituo mai e mi lascia il solito dispiacere di ogni ingiustizia, perché queste immagini non sono da dimenticare, perché queste sono ingiustizie comuni, e mi lascia la solita amarezza del “cercasi 26enne bella presenza” che trovo a casa. Queste prevaricazioni sono da combattere.

Sempre.