Ale legge sulla guida di un paesino chiamato Ca Mau dove i turisti non si spingono perché è infestato dalle zanzare. Prendiamo un pullman e arriviamo nel primo pomeriggio. Alla stazione dei bus iniziamo a non capirci con l’unico tassista disponibile e iniziano le trattative con dei motociclisti – moto taxi – e, a zaino in spalla, con un casco in prestito, sotto la pioggia ci portano alla nostra presunta destinazione.

Sul sito dell’albergo l’ubicazione è diversa da quella reale, infatti questa è a 5 chilometri dal centro. Ale si spazientisce con una receptionist sorridente, che vuole farci lo sconto per farci restare, lei continua a dire che sono solo quattro chilometri e Ale continua a farle vedere una mappa, io aspetto su una sedia che trovino un accordo e dopo varie incomprensioni fatte da traduttori simultanei andiamo in un altro albergo. Tutto sempre con vari “thank you, thank you”.

Nel nuovo albergo ci viene mostrato un tariffario in lingua vietnamita, dove l’unica cosa che capiamo è VIP che si trova in cima, così partiamo dal basso e prendiamo la penultima da dieci dollari, cinque a testa che ci sembra un prezzo ragionevole. Tiene i nostri passaporti e ci consegna la chiave, il telecomando dell’aria condizionata e quello della TV. Abbiamo paura che si tratti di una bettola, invece per noi è una reggia: bagno in camera, asciugamani, bagnoschiuma e addirittura l’asciugacapelli, l’unico inconveniente una piccola blatta che gira indisturbata tra camera e bagno.

Quando ritorniamo alla reception Ale parla al ragazzo con il solito traduttore sul telefono di cui va fiero; questo traduce dall’italiano al vietnamita, il ragazzo con un altro traduttore traduce dal vietnamita all’inglese, ed io a mia volta traduco frasi prive di alcun senso dall’inglese all’italiano. Alla domanda di Ale : “se vi diamo i panni da lavare domani quando ce li ridate? lui risponde: “yes”. Ale mi guarda e mi dice “mi ha detto yes”! Io senza cercare altre conferme gli dico di lasciar perdere e di portarglieli di mattina presto.

Mentre guardo questi due uomini che cercano di capirsi mi viene in mente un pezzetto di un libro di Saramago:

“Forse si dovrebbe addirittura istituire la professione del viaggiatore, solo per chi ha tanta vocazione, è di gran lunga in errore chi crede che sarebbe un lavoro di poca responsabilità, ogni chilometro non vale meno di un anno di vita”.

Si, ci vuole tanta vocazione.

Usciamo e per strada la gente ci guarda sconvolta, ad una signora blocchiamo lo sbadiglio, i negozianti escono fuori dalla porta per guardarci, i bambini sembrano impauriti. Ci fermiamo in un ristorante di strada privo di menù, chiediamo cibo vegetariano in vietnamita e scuotono la testa, quando stiamo per andare via Ale vede una foto di alcune seppie su un frigo, le indica con il pollice verso l’alto, io gli faccio vedere i gamberi sulle emoticons e dico ok, loro annuiscono e ci fanno sedere.

Mentre siamo sul marciapiede alcuni si avvicinano timidamente per domandare da dove veniamo, una ragazzina che vende biglietti della lotteria riempie la cuoca di domande mentre ci indica, la ragazza che arrostisce le banane all’angolo della strada le abbandona sulla brace e si avvicina anche lei timidamente incuriosita.

Mangiamo la nostra zuppa di spaghetti di riso, seppie e polpette di gamberi ed erbe, è buona e costa pochissimo, mandiamo tutto giù con la bevanda locale, tè verde con ghiaccio. Salutiamo tutti, compriamo un biglietto della lotteria che non sapremo mai se vinceremo o meno e proseguiamo.

Incontriamo un barbone che ci chiede cibo, naturalmente non glielo neghiamo, c’è un chiosco di panini, a gesti diciamo che paghiamo noi, lui chiede due panini, quando ci saluta ci dice “mercì”, io che sto leggendo un libro sulle porcherie dell’imperialismo in Indocina non voglio essere confusa e sono tentata di dirglielo, ma in quale lingua? Mi viene in mente il traduttore e a malincuore lascio correre.

Entriamo al mercato e tutti ridono e salutano, alcuni ci fanno il segno di vittoria che io non ripropongo, non voglio essere tantomeno confusa con quei guerrafondai degli americani.

Beviamo un caffè, altra bevanda tipica del Vietnam, ci guardiamo e ci guardano tutto sotto un fantastico temporale tropicale dove i bancarellai rimangono impassibili.

Rientriamo in albergo ed Ale intraprende un’altra conversazione simultanea, chiede come facciamo a raggiungere un’altro paesino con il traghetto. Lui dal vietnamita traduce direttamente all’italiano frasi del tipo: “partire poesia comodo prenotare 1 luglio 110 usd” io mi rassegno ma Ale continua e tutte le traduzioni sono sempre peggio. Dopo mezz’ora tutto si conclude con “vado a chiedere informazioni al porto”.

Ci andiamo la mattina dopo, il porto è una piccola banchina con un ufficio malmesso e un ritratto di Ho Chi Minh sulla parete, delle panchine in cemento, persone che aspettano, due chioschi, un venditore di palloncini, galli che scorrazzano. Chiediamo informazioni a gesti come la durata del viaggio e ci dicono il prezzo. 🙄Arriviamo comunque a capirci senza l’aiuto del telefono. Andiamo nel baretto di fronte dove la proprietaria è una signora vecchia senza denti, chiediamo un caffè, ca-phè è semplice ma ancora non sappiamo come si dice con o senza latte quindi aspettiamo quello che arriva… la vecchietta dopo poco si siede con noi e mentre lei mi parla in vietnamita io annuisco e rispondo in italiano, lei, a sua volta annuisce e risponde in vietnamita. Capisco che le piace di più il mio braccio senza tatuaggi, se Ale è mio marito e se abbiamo figli, quanti anni ho e da dove veniamo.

Grandi sorrisi internazionali e andiamo via.

Camminiamo per ore lungo il fiume tra una casetta in lamiera e l’altra, la gente sorride e saluta, facciamo tante fotografie a pellicola. Ci fermiamo in un ristorante per mangiare dove c’è un tavolo di uomini; questi ci offrono del pane di riso con i semini di sesamo, poi delle noccioline bollite ed in fine la birra che però gentilmente non accettiamo. Anche qui è difficile capirsi ma ci arrivano due giganteschi piatti di riso con i gamberi. I camerieri si mettono nel tavolo vicino e ci guardano. Da noi sarà definito come il pranzo più lungo della nostra vita.

Chiedo ad Ale se vogliamo restare un altro giorno, lui mi guarda perplesso, gli dico che cerchiamo sempre posti senza turisti ed ora ne abbiamo trovato uno. Non so cosa ci piaccia, forse il contatto umano, forse il dare senza voler qualcosa in cambio, forse essere al centro dell’attenzione, o forse sentirci dei veri esploratori. Decidiamo comunque di partire, ma finora questo è il mio paesino preferito. Ho incontrato due mestieri che ai miei occhi sono molto romantici e che non avevo mai visto prima: un venditore di orchidee (solo orchidee non piante) ed uno di pesci rossi, con un acquario funzionante sul portapacchi della sua moto.

Più giro e più credo che il viaggio si riduca a questo: altri mestieri possibili, imparare l’arte di arrangiarsi, sorrisi, adattamento, difficoltà, stanchezza, sbattimenti, capire che l’inglese non è fondamentale, ma più di ogni altra cosa fermarsi e guardarsi intorno, stare tra la gente, rispettarla, affezionarsi.

Imparare.

 

PS: la mattina Ale chiede al receptionist se può chiamare un taxi, questo risponde con il traduttore: “hai chiamare quattro minuti andare”. Il tassista arriva ma non capisce dove dobbiamo andare, così Ale gli indica la strada con gesti delle mani “destra/sinistra”.

Prendiamo un piroscafo dove penso che potremmo morire tutti, ma il panorama è spettacolare, casine su casine sul fiume, poi dove non c’è l’uomo le mangrovie con le loro radici fitte si rimpossessano del fiume seguite dalle palme d’acqua.

Dopo tre ore arriviamo a destinazione sani e salvi.