Siamo rimasti a Katha per sei giorni, ma di George Orwell nemmeno l’ombra, tutti gli edifici sembravano o forse erano, di epoca coloniale, ma siamo sicuri solo di una chiesetta in mattoni, ma una volta entrati e seduti nelle panche ci siamo detti: “dubito che Orwell ci sia mai entrato visto che era ateo e agnostico” usciamo.

My Own Way | Blog Viaggi, Katha BirmaniaComunque sia la cittadina di Katha ci è piaciuta tantissimo, è sul fiume, piena di sale da tè, la gente cordiale, viva dalle sei del mattino e alle dieci di sera solo i grilli per strada, quei pochi turisti si intravedevano per qualche ora e poi magicamente scomparivano. Non c’era molto da fare se non vagare per le vie e per i villaggi vicini, ma questo è quello che ci piace fare. Anche se il motivo per il quale ci siamo trattenuti così a lungo è perché mi è venuta la febbre. Sul treno ho preso veramente troppo freddo. Ho passato tre giorni a letto quasi a digiuno, in una stanza buia, umida e abbastanza sporca. Ale mi ha sbucciato la frutta per tutto il tempo provando così a farmi ingerire possibili vitamine tra una pastiglia e l’altra, mentre io tra i deliri della febbre gli pongo domande del tipo: “Ale ma si può essere una famiglia anche se siamo solo in due?” “Certo” la sua risposta, mentre mi allunga un quarto di dragon fruit e mi dice di mangiare.

…E mi vengono in mente immagini di me quando viaggiavo da sola, mi ammalavo ed ero solo quella della stanza X che sta male, dove ogni tanto dalla reception bussavano per ritirare l’affitto o consegnarmi delle patate bollite dure e senza sale. Gli dico che ora mi ritengo molto fortunata, anche perché mi sbuccia la frutta e stare con qualcuno che ti sbuccia la frutta è bello perché è un gesto d’amore molto semplice ma importante.

Sempre durante la malattia sento che mi mancano alcuni sapori che conosco da una vita; quando Ale mi porta una porzione di riso in bianco ne mangio pochi cucchiai mi dice: “com’è?” Gli rispondo: “certo con un filo d’olio e un po’ di parmigiano…” mi è duro ammetterlo ma mi è mancata anche un po’ la mozzarella.

In questi tre giorni Ale va in giro da solo a fare le commissioni, va a cambiare i biglietti del traghetto, al ristorante, nella sala da tè e poi quando torna mi racconta i suoi progressi con l’inglese e sono fiera di lui.

My Own Way | Blog Viaggi, Katha BirmaniaL’ultimo giorno di pastiglie dobbiamo partire, le devo prendere ogni sei ore, antibiotico e paracetamolo, l’ultima dose è quella delle due del mattino, ho sonno, mangio due cucchiai di riso in bianco freddo che ha lo stesso gusto di quello caldo mangiato poco prima, ma evidentemente non bastano al mio stomaco e vomito la pastiglia arancione e quella blu! Continuo fino alle quattro e mezza quando suona la sveglia per il traghetto. Ho un’immagine di me rannicchiata sulla tazza marrone che vomito ancora qualcosa di blu e Ale che mi dice che se vogliamo possiamo restare un altro giorno, ma mi asciugo le lacrime date dai contatti, mi lavo i denti e andiamo. Fuori è buio, saliamo su questo presunto traghetto che è una barca fatta da quattordici panche di legno, sei sedili comodi riservati a dei tedeschi e degli spazi per la stiva. Si entra tramite una tavola in legno e mi sdraio subito sulla panchetta con il giubbotto di salvataggio sotto la testa, Ale mi dice di guardare la luna, annuisco, è un sorriso in mezzo al cielo, ma io sto male, e quando stai male tutto il bello si annulla, esisti solo tu, non la luna, non il fiume, non l’esperienza, tu, che sei la cosa più importante per te stesso e vorresti solo stare meglio o morire. Ale mi suggerisce di andare a dormire nella stiva e lo seguo, è fatta di travi in legno, ma ha tutta la parvenza di un letto, ci addormentiamo e ci svegliamo che il sole è già alto. Nel frattempo dall’altra parte del traghetto si sono accampati, hanno appeso una zanzariera e due signore dormono dentro insieme ad un bambino, le panchette sono tutte usate come letti. Ogni tanto ci si affianca una barca che fa salire qualche altro passeggero o che vende cibo, io mangio una pannocchia bollita e sarà il mio unico pasto insieme ad un mandarino – sbucciato – offerto dalla nostra vicina di accampamento che vorrebbe rimpinzarci di cibo e bevande. Il paesaggio è bello, ci sono tante barchette che vanno e vengono, la barca è un vero mezzo di trasporto, non c’è nessuno che sta in rada o prende il sole, nessuno che beve noci di cocco, c’è solo gente che il fiume lo vive.

Il viaggio doveva durare tredici ore, ma ovviamente ne dura quindici. Arrivati al porto non c’è una banchina, ma ci si attacca ad una barca che è attaccata ad un’altra barca che a sua volta è attaccata ad un’altra barca. (No, non c’è una sola cosa semplice in Myanmar) Per scendere c’è una trave di legno di venti, e dico 20 centimetri, che collega il lato della barca quindi relativamente alta, alla riva. Non riesco a scendere, se ci fossi riuscita avrei fatto la funambola, ma non lo sono, ho pure lo zaino sulle spalle e sono a digiuno. Una ragazzina vuole darmi la mano, ma vorrei farle notare lo spessore della tavola, mi attacco ad una finestrella e faccio passare tutti fino a quando un ragazzo, che ha una bambina in braccio e altri carichi nell’altro braccio non riesce a scende e mi dice di andare in una più avanti che è più larga… arrivo attaccandomi da una finestra all’altra e riesco a scendere, e poi tutti scendono dalla mia stessa parte. Prendiamo un furgoncino comune senza sedili dove scambio quattro chiacchiere con dei monaci sorridenti che mi dicono che siamo finalmente arrivati alla civiltà, credo che la mia faccia parli da sola. Arriviamo all’albergo, che in quel momento è la casa più accogliente del mondo e muoio sul letto. Ale mi spoglia mi sistema sotto le coperte sporca come un cane di strada, mi risveglio il giorno dopo, debole ma sto meglio.

Ora siamo a Bagan, la città dei templi, la città più turistica del Myanmar, dove tutti si riversano sugli stessi templi, guardano il tramonto dallo stesso punto, fanno le stesse foto. I locali ti massacrano con le cartoline, i dipinti, gli oggetti in bamboo, la visita del villaggio. Tutti ci chiedono da dove veniamo per sapere la nostra moneta di cambio. Niente è autentico, o disinteressato. Lo so, è un paese povero, questo è quello che porta il turismo, soldi facili rispetto a quelli fatti nei campi, è tutto molto comprensibile ma non è quello che cerchiamo. E poi anche a Katha erano poveri, ma fatti di un’altra povertà, quella della materia e non quella d’animo.

Riusciamo comunque a trovare il nostro spazio anche a Bagan, affittiamo una moto elettrica di fattura cinese che va al massimo a 40 chilometri orari e ogni tanto ci lascia a piedi, andiamo ad esplorare i templi meno battuti a vedere il tramonto sul fiume dove c’è il traghettatore che porta i lavoratori dall’altra parte, dove non ci sono cavalletti, flash, zoom o altro. Noi, il tramonto, il fiume e persone che non vogliono venderci nulla.

Altri dieci giorni e il nostro visto nel Myanmar arriverà al termine.